Il doppio turno delle donne

C'è un paradosso che attraversa silenziosamente le nostre società, ed è tempo di nominarlo senza reticenze: chiediamo alle donne di essere presenti nel mondo del lavoro, di realizzarsi professionalmente, di contribuire allo sviluppo economico, e nello stesso tempo continuiamo a scaricare su di loro, quasi per default antropologico, il peso quotidiano della cura. Un peso che non compare nei bilanci, non entra nel PIL, non viene retribuito, ma che sostiene, letteralmente, la tenuta delle famiglie e della società intera.
Tre ore in più di compiti familiari
I numeri, quando li si va a guardare, dicono esattamente questo. L'ultimo rapporto ISTAT sull'uso del tempo racconta che le donne italiane dedicano ogni giorno al lavoro domestico e di cura quasi tre ore in più degli uomini, 4 ore e 44 minuti contro 2 ore e 6 minuti, un divario che si è ridotto rispetto a vent'anni fa ma che resta tra i più ampi d'Europa. E la cosa più significativa è che questo scarto non si annulla nemmeno nelle coppie in cui entrambi i partner lavorano fuori casa: lì le donne continuano a farsi carico di quasi il 70% dei compiti familiari.
Hannah Arendt, nella sua distinzione fra labor, work e action, ci ha insegnato che esiste una dimensione della vita umana, quella del labor, del lavoro biologico di riproduzione della vita, che è insieme necessaria e invisibile, ciclica e mai conclusa. È il lavoro che si consuma nell'atto stesso di essere compiuto: accudire un bambino, imboccare un anziano, vegliare una notte di febbre. Non lascia tracce durature, non produce "opere" nel senso che Arendt attribuiva al work, eppure senza di esso nessuna action, nessuna vita pubblica, nessuna partecipazione politica sarebbe possibile. Il problema non è che questo lavoro esista: è che continua a essere distribuito in modo profondamente asimmetrico tra i generi, e che questa asimmetria ha un costo preciso, misurabile, sulla vita professionale delle donne.
Il lavoro che non si conta
Non c'è nulla di naturale in questa distribuzione ineguale. È una costruzione storica e culturale che la pedagogia ha il dovere di decostruire, non di legittimare in nome di presunte inclinazioni "materne" o "di cura" iscritte biologicamente nel corpo femminile. Come ha mostrato in tempi diversi Paulo Freire, ogni condizione di subalternità tende a presentarsi come ovvia, come ordine naturale delle cose, finché non interviene un processo di conscientização, di presa di coscienza critica, capace di svelarne la matrice storica e di aprire uno spazio di trasformazione possibile.
La cura dei figli piccoli e quella degli anziani non autosufficienti sono oggi, nella maggioranza delle famiglie italiane, appannaggio quasi esclusivo delle donne: madri che riducono l'orario di lavoro o vi rinunciano del tutto dopo la nascita di un figlio, figlie che si fanno carico dell'assistenza ai genitori anziani anche quando hanno un lavoro a tempo pieno, nonne che suppliscono alla carenza cronica di servizi per l'infanzia.
È una catena di cura tutta femminile, che si estende lungo l'intero arco della vita e che finisce per configurare un vero e proprio "secondo turno", o, per chi non lavora fuori casa, un turno unico ma senza riconoscimento sociale né economico. Lo confermano i dati ISTAT più recenti sul caregiving familiare: oltre 12 milioni di persone in Italia assistono gratuitamente un parente anziano, non autosufficiente o con disabilità, e la grande maggioranza di questo esercito silenzioso, secondo diverse rilevazioni ISTAT e Censis, è composta da donne tra i 45 e i 64 anni, la cosiddetta "generazione sandwich", che spesso arrivano a lasciare il lavoro per dedicarsi a tempo pieno all'assistenza di chi non è più autonomo.
Il costo dell'assenza dallo spazio pubblico
Qui si annida la ragione profonda della minore presenza femminile nel lavoro extradomestico retribuito: non è una questione di talento, di ambizione o di competenze, è una questione di tempo disponibile, di energie residue, di possibilità reale di abitare lo spazio pubblico. Arendt collocava proprio nello spazio pubblico il luogo dell'action, della parola e dell'agire che ci rende visibili gli uni agli altri, che ci costituisce come soggetti politici. Se il lavoro di cura assorbe integralmente le energie di una persona, quella persona viene di fatto espulsa, o si autoesclude, per necessità, dallo spazio in cui si costruisce riconoscimento, carriera, autonomia economica.
A confermarlo, con la durezza asettica delle statistiche, è l'ultima edizione del rapporto "Le Equilibriste" di Save the Children: il tasso di occupazione femminile scende dal 68,7% tra le donne senza figli al 63,2% tra le madri con almeno un figlio minorenne, per crollare al 58,2% quando i figli sono ancora in età prescolare. Agli uomini accade l'esatto contrario: la paternità è associata a un'occupazione che sale fino al 92,8%. È una forbice che si allarga proprio nel momento in cui il bisogno di cura è più intenso, e che per molte giovani madri si traduce in un'uscita di fatto dal mercato del lavoro: quasi sei su dieci tra le under 30 risultano inattive.
Non si tratta soltanto di conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, formula ormai logora che rischia di individualizzare un problema strutturale, trasformandolo in questione di organizzazione personale. Si tratta, come direbbe Edgar Morin, di un problema che va pensato nella sua complessità sistemica: la carenza di servizi pubblici per l'infanzia e per la non autosufficienza, l'assenza di una cultura della corresponsabilità genitoriale, un mercato del lavoro che penalizza chi si assenta o riduce l'orario, una rappresentazione culturale della cura come "naturalmente" femminile, tutti questi elementi si intrecciano e si rinforzano a vicenda, in un circolo che non si spezza intervenendo su un solo anello.
La cura non è un destino di genere
C'è però un rischio che vorrei segnalare, ed è quello di ridurre l'intera questione a un calcolo di produttività: le donne devono poter lavorare perché serve al PIL, perché serve al sistema pensionistico, perché serve alla crescita. È un argomento vero, ma parziale, e per certi versi pericoloso, perché rischia di far scomparire proprio ciò che è più prezioso: il valore intrinseco, umano, della cura stessa.
Emmanuel Lévinas ci ricorda che la responsabilità per l'altro, per il volto dell'altro, nella sua vulnerabilità irriducibile, è ciò che ci costituisce come soggetti etici prima ancora che come soggetti economici. Il bambino piccolo, l'anziano fragile, ci convocano con un'urgenza che precede ogni calcolo. Il problema non è dunque che la cura esista o che qualcuno se ne debba fare carico: il problema è che questa responsabilità venga scaricata su un solo genere, come se solo le donne fossero capaci di rispondere a quella convocazione, e come se questa capacità di risposta dovesse essere pagata con l'esclusione, parziale o totale, da ogni altra forma di realizzazione e partecipazione sociale.
La cura è compito comune dell'umano
Occorre allora un doppio movimento:
• da un lato, il riconoscimento pubblico e materiale del lavoro di cura: servizi per l'infanzia diffusi e di qualità, politiche serie per la non autosufficienza, congedi parentali realmente condivisi e non solo previsti sulla carta, un welfare che non dia per scontato che "ci pensi la famiglia", locuzione che, tradotta, significa quasi sempre "ci pensi una donna della famiglia";
• dall'altro, un lavoro culturale ed educativo profondo, che investa la formazione delle nuove generazioni maschili: educare i bambini alla cura, non come eccezione o gentile concessione, ma come dimensione costitutiva dell'essere umano, maschile quanto femminile.
Perché la vera rivoluzione pedagogica non consiste nell'aiutare le donne a "conciliare" meglio un carico che resta comunque tutto loro, ma nel restituire agli uomini una responsabilità di cura che è stata loro sottratta insieme al riconoscimento che ne veniva negato alle donne. Solo quando la cura sarà pensata, e vissuta, come compito comune dell'umano, e non come destino di genere, potremo dire di aver fatto un passo reale verso una società più giusta. Non basta aprire alle donne le porte del lavoro, se restano chiuse quelle della casa agli uomini.








