Editoriale - nr. 389/2026

Lavorare nel sociale è abbattere muri

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Aprire i luoghi di cura, restituire potere a chi li abita, tessere la comunità intorno. Una direzione di lavoro per le RSA, ma che vale per ogni servizio sociale, educativo, di cura

«Come stare vicino a chi attraversa l’ultimo tratto della vita? È una domanda che la nostra società continua a rinviare, salvo poi ritrovarsela addosso ogni estate, quando i pronto soccorso si intasano e le Rsa non hanno posti.

Dietro l’emergenza c’è uno squilibrio più profondo. In Italia gli anziani non autosufficienti sono circa 3,8 milioni: appena 250-300 mila vivono in Rsa, 3,5 milioni restano a casa, ma solo 1,1-1,2 milioni ricevono l’assistenza domiciliare integrata (Adi), che dove arriva garantisce in media meno di 16 ore l’anno: una prestazione minima, non certo una presa in carico continuativa.

Chi non riceve cure adeguate a casa, prima o poi peggiora, e allora non resta che la Rsa. Diciamo così che «servono più posti letto», come se fosse un bisogno inevitabile. Ma è in buona parte un bisogno che abbiamo prodotto noi, non investendo per tempo sull’assistenza domiciliare.

C’è un altro dato che inquieta. Degli oltre 291 mila ospiti delle Rsa, il 18% è autosufficiente: non ci sono per necessità clinica, ma perché sono soli. Gli anziani soli in Italia sono 4,4 milioni; 845 mila non hanno nessuno su cui contare. La solitudine, prima ancora della malattia, spinge verso l’istituzionalizzazione.

C’è dunque oggi un sistema da ripensare, e la chiave, per chi lavora nel sociale, è una sola: aprire. Non chiudere, non segregare, ma restituire qualità e senso al tempo di chi è fragile. È l’intuizione che ha permesso di abolire i manicomi: Basaglia ci ha insegnato che murare una persona per proteggerla è già smettere di vederla come persona, e che la libertà è essa stessa terapeutica. Per un anziano non autosufficiente, libertà non è autonomia fisica riconquistata, ma potere reale sulla propria vita residua: scegliere quando alzarsi, cosa mangiare, chi vedere. Quella lezione riguarda oggi le Rsa, le comunità per minori, i servizi per persone con disabilità: ogni luogo dove la cura rischia di scivolare dalla relazione al contenimento.

Aprire, concretamente, significa ripensare le residenze per anziani come nodi di una rete territoriale, non contenitori isolati: strutture che estendono personale e competenze dentro le case della gente, con forme di cohousing e figure come la «badante di condominio». Significa continuare a sognare la persona che si ha di fronte, anche quando sembra non avere più nulla da offrire.

È il metodo che questa rivista porta nel nome: animazione sociale come pratica di apertura e di fiducia nella possibilità di trasformare i luoghi più segnati dall’istituzionalizzazione.
Nell’ampio Focus (pp. 58-96) del nr. 389/2026 ne raccontiamo una declinazione concreta, dedicata alle Rsa. Ma la direzione riguarda tutti noi».


Nel nr. 389/2026 di Animazione Sociale, voci diverse raccontano perché lavorare nel sociale significa, prima di tutto, abbattere muri.
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