La coscienza inquieta del/la professionista sociale
Viviamo un tempo in cui cresce la fatica di proteggere chi è più esposto. Il welfare si fa selettivo, i diritti si erodono, le disuguaglianze crescono e la povertà è trattata come colpa individuale. Sempre più spesso le politiche pubbliche chiedono agli operatori di valutare se le persone meritano aiuto, se si comportano come ci si aspetta, se collaborano abbastanza – invece di chiedersi quali condizioni le hanno rese vulnerabili. E il lavoro sociale si trova sempre più spesso a dover scegliere: se riprodurre le logiche che producono il disagio, oppure contrastarle.
È in questo scenario che si impone una domanda antica e urgente insieme: che cosa significa, oggi, fare lavoro sociale? Significa applicare procedure, compilare griglie, distribuire prestazioni in modo efficiente? O significa qualcosa di più difficile e necessario: stare dalla parte delle persone, dei loro diritti, della loro dignità – anche quando il mandato istituzionale spinge altrove?
C’è un disagio che attraversa molti operatori e operatrici del sociale, e che non si spiega soltanto con la scarsità di risorse o i carichi di lavoro insostenibili. È un disagio più sottile: quello di chi sente uno scarto tra ciò che è chiamato a fare e ciò che sente come giusto. Tra la procedura e la persona. Tra lo strumento e il senso. Quel disagio non è debolezza professionale: è la coscienza inquieta di chi non si rassegna a confondere l’efficienza con la giustizia, la conformità con la responsabilità, l’aiuto con il controllo.
Parlare di anima politica del lavoro sociale oggi – merita precisarlo – non è invocare un’ideologia né portare la bandiera di un partito, ma significa riconoscere che ogni intervento – sociale, educativo, psicologico – è già una scelta: su chi includere e chi escludere, su come nominare un bisogno, su quale voce ascoltare e quale silenziare. La politicità non è una contaminazione da purificare, ma l’ossatura stessa del mestiere. Èquella virtù professionale che impedisce di scambiare la neutralità per equidistanza, quando la neutralità è complicità silenziosa con chi ha il potere.
Ritrovare questa anima è una necessità quotidiana, urgente. Le pioniere del servizio sociale – Jane Addams, Bertha Reynolds – non avrebbero capito la distinzione tra impegno professionale e impegno politico: per loro erano la stessa cosa. E quella radice militante non è un reperto storico da conservare in archivio: è una bussola da rimettere in mano a chi lavora ogni giorno dentro le contraddizioni del welfare contemporaneo.
Molte pagine di questo numero - dalla lectio magistralis di Luigi Ciotti alla rubrica Sguardi sulla tutela minori all'ampio Focus finale - raccolgono voci e riflessioni in questa direzione. Un invito a tenere la bussola, anche quando il vento spinge altrove.
Nel nr. 388/2026 di Animazione Sociale voci diverse si interrogano sull'anima politica del lavoro sociale, educativo, di cura.
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