Diritto all'educazione

La scuola d'estate non è un lusso. È una questione di giustizia

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Iori Vanna Docente universitaria
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La povertà educativa si trasmette d'estate, quando le aule chiudono e i campus aziendali non riguardano tutti. Il rapporto Caritas e i dati sul Piano estate letti insieme raccontano un Paese che non ha ancora deciso da che parte stare

Il dibattito sulla scuola aperta d'estate non è nuovo, ma quest'anno ha preso una forma più acuta. Le vacanze scolastiche italiane sono le più lunghe d'Europa, quasi tre mesi, e il calendario scolastico non è cambiato sostanzialmente dalla seconda metà dell'Ottocento, quando le scuole servivano anche a liberare i bambini per i lavori nei campi. Nel 2026, però, i campi non ci sono più. Ci sono genitori che lavorano, nonni che spesso lavorano ancora pure loro, e centri estivi che costano in media quasi 750 euro al mese nel privato.

Proprio ora Caritas Italiana ha presentato il suo Report statistico 2026 sulla povertà. Il titolo, scelto con la sobrietà di chi i numeri li frequenta da decenni, dice tutto: "Sempre più poveri, sempre più a lungo." In dieci anni le persone accompagnate dalla rete Caritas sono cresciute del 48%. I lavoratori poveri tra i 35 e i 44 anni, quelli che teoricamente dovrebbero essere nel pieno della vita produttiva, rappresentano il 31,7% degli assistiti. Il 52% delle famiglie seguite ha figli minori in casa.

Lo stesso problema, in altri contesti, viene visto da un'altra angolazione, quella del ceto medio che cerca soluzioni per gestire l'estate dei figli. Campus aziendali, coworking con baby-sitting integrato, e il Piano estate che esiste dal 2021 e finanzia laboratori, attività sportive e artistiche nei mesi estivi. Quest'anno il governo ha stanziato 300 milioni. Sembra molto, ma non lo è: i fondi ottenibili variano da 16.200 a 80mila euro per istituto, le attività raggiungono complessivamente una minoranza degli studenti ("circa un alunno su nove"), e i progetti sono concentrati in poche settimane.

I dirigenti scolastici che ci hanno creduto riferiscono storie belle, positive, di bambini che dipingono le pareti della scuola, che imparano a conoscere le risaie del loro territorio, che non sarebbero mai saliti su una barca a vela se non l'avesse offerta la scuola. Ma raccontano anche di dover escludere decine di ragazzi per mancanza di risorse. È dunque un Piano giusto, ma insufficiente, come titola Avvenire.

Da questi dati emerge la geometria della disuguaglianza delle situazioni dei ragazzi. Chi ha un'azienda strutturata ha il campus. Chi ha i nonni, li usa. Chi non ha né l'uno né gli altri, si arrangia. E chi non riesce ad arrangiarsi? Sparisce dalla conversazione pubblica. Finché arriva Caritas a rimetterlo nel conto.

Qui entra in gioco il rapporto Caritas, e lo fa in modo dirompente. La povertà italiana, scrive Caritas, non è più un'emergenza temporanea. È una "strutturale normalità": si stabilizza, si radica, si tramanda. E si tramanda soprattutto attraverso i bambini che non possono permettersi percorsi educativi. L'estate, per quei bambini, non è il momento in cui un'azienda ti organizza il campus o il coworking ti mette a disposizione un educatore. È il momento in cui si perde quello che si è imparato a scuola, la cosiddetta summer learning loss, il calo degli apprendimenti nei tre mesi di sosta estiva, ben documentato dalla letteratura pedagogica.

Non è un dettaglio tecnico. È il meccanismo molecolare con cui la disuguaglianza si riproduce. I figli di famiglie più agiate tornano a settembre con esperienze, letture, attività strutturate. I figli delle famiglie che la Caritas incontra tornano, quando tornano, con tre mesi di attività educativa in meno. Anno dopo anno, questo divario si allarga. Si chiama effetto forbice, e l'Italia lo conosce benissimo: siamo uno dei Paesi OCSE con la mobilità sociale più bassa.

C'è quindi una domanda politica precisa che emerge dall'incrocio di questi dati: perché la scuola pubblica non diventa il luogo principale di risposta al vuoto estivo?

Non sto parlando certamente di tornare alle aule a luglio con i banchi e i voti. Sto parlando di quello che alcune scuole già fanno: spazi aperti, laboratori creativi, sport, territorio. La scuola come infrastruttura comunitaria permanente, non come edificio che chiude tre mesi l'anno perché "così si è sempre fatto". La scuola come centro della comunità educante.

Non stare in mezzo alla strada. Nel 2026, in un paese del G7, questo è il livello della posta in gioco.

Ciò che disturba, nel dibattito di questi giorni, è la separazione tra i due piani. Da un lato si discute della scuola estiva come questione pedagogica, il calendario ottocentesco, le aule che non resistono al caldo — e dall'altro si presentano i dati Caritas come un bollettino separato, quasi provenissero da un altro Paese.

Ma provengono dallo stesso Paese in cui Nestlé ha risolto il problema dei propri dipendenti creando un campus aziendale, e in cui una scuola di Messina fatica a tenere aperta la palestra per i bambini del quartiere.

Il privato ha trovato soluzioni per sé. La politica pubblica arranca con fondi insufficienti. E il Terzo settore — Caritas, parrocchie, associazioni — continua a fare da ammortizzatore di un sistema che scarica su di loro il costo delle disuguaglianze che non riesce a correggere.

Don Marco Pagniello, direttore di Caritas, non ha usato giri di parole: "L'Italia ha bisogno di una misura nazionale di contrasto alla povertà che arrivi a tutti. È arrivato il momento di affrontare la questione del salario minimo. Questo lavoro povero uccide i sogni dei giovani." E li uccide cominciando dall'estate, quando gli altri vanno al mare.

La scuola aperta d'estate non è una questione di calendario o di pedagogia progressista. È una questione di chi si occupa dei bambini di quel 12% di famiglie in povertà assoluta quando le aule chiudono e i campus aziendali non li riguardano. È una questione di come un Paese decide di trattare chi non ha reti, risorse, nonni disponibili o datori di lavoro illuminati.

I 300 milioni sono un inizio. Ma un Paese che legge insieme il rapporto Caritas e i dati sul Piano estate dovrebbe chiedersi se vuole continuare a trattare la scuola d'estate come un optional meritevole di finanziamento residuale, o se vuole invece riconoscerla per quello che è: un diritto. Non un servizio aggiuntivo per famiglie che se lo possono permettere. Un diritto.

Perché la povertà, come ci dice Caritas, non è più eccezionale. È strutturale. E le risposte strutturali non si finanziano con avanzi di bilancio. Si costruiscono con scelte politiche precise, coraggiose, e — parola difficile da pronunciare in campagna elettorale permanente — costose.

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