La felicità è la condizione da cui parte ogni apprendimento

Spesso faccio un gioco in classe, che però naufraga ultimamente in un esito scontato e prevedibilmente negativo, benché io covi sempre la sottile speranza di un colpo di scena che possa finalmente ristabilire un cambio di rotta. E invece, quando chiedo ai miei studenti di associare un significato alla parola "scuola", ricevo sempre più spesso come risposta o "prigione" o "noia".
Sento già gli echi indignati di chi reclama la restaurazione della serietà e della rigidità nella scuola e provo un senso di imbarazzo nel dovermi difendere dall'accusa, con la mia proposta di felicità, di essere caduta a un livello così infimo di lassismo pedagogico, che ha pure l'aggravante di suonare come una stortura melensa, retaggio di un vecchio e ormai sorpassato romanticismo. Eppure sul concetto di felicità si fonda il nostro sistema culturale e ideologico e insieme dialettico, attraverso cui ci mettiamo in relazione con gli altri e il mondo esterno. La felicità è all'origine della più grande disciplina fondativa del pensiero umano, ossia la filosofia. È attraverso la filosofia che l'uomo cerca le risposte sul mondo, sulla sua stessa esistenza e, non ultimo, su come vivere la vita e viverla bene, cercando di abbattere quelle paure e quei dilemmi che si nascondono dietro le incertezze esistenziali.
La felicità è dunque punto di partenza e insieme di ritorno della filosofia, essendo al contempo aspirazione e fine. Negare la felicità, il suo bisogno e la tensione umana verso essa, significa negare il dato stesso di imprinting di umanità. Quindi, io andrei molto cauta nello screditare, nello svalutare e addirittura nel deridere il concetto di felicità.
Piuttosto un atteggiamento del genere denoterebbe un forte bisogno – di felicità – represso, difficile da ammettere per non far crollare le proiezioni di noi stessi che ci siamo imposti e che vorremmo imporre agli altri, in particolare i nostri figli e i nostri studenti. Ma, se fossimo onesti con noi stessi, dovremmo ammettere che dietro a questo screditamento della felicità c'è un forte senso di rivalsa rispetto a quello che abbiamo patito in passato in nome del 'principio' etologico "Io ho subito ai miei tempi – maltrattamenti, umiliazioni, mortificazioni … – ora è giusto che subiscano quelli che vengono dopo di me". Questo pensiero blocca la crescita adulta di un individuo, che avrà difficoltà a riconoscere i suoi traumi del passato e le conseguenze a cui lo hanno indotto, perché con essi sarebbe costretto a mettere in discussione tutto sé stesso, la sua esistenza, il suo modo di fare e pensare, la sua consapevolezza e la sua posizione nel mondo. L'autorealizzazione personale – attraverso una scelta di vita, una specializzazione universitaria, una professione lavorativa… – è dipendente dall'autodeterminazione, il darsi forma e il riconoscersi in un'identità, attiva e fattiva di valori, attraverso la scoperta e la crescita di sé. Si è portati a credere che l'autorealizzazione sia il risultato di un passaggio per l'inferno: ti metto in difficoltà, ti arreco dolore … per il tuo bene, perché così potrai diventare più forte e raggiungere i tuoi obiettivi! Quindi, a questo punto, ci si troverebbe davanti a un bivio: o mi salvo, e da solo, o sprofondo nel mio inferno di paure, credenze, retaggi, schemi … come si trovano a dover fare molti adulti di quelli che tengono a sottolineare che "tuttavia non sono cresciuti così male". Non è il male a farci crescere, ma la capacità di superarlo… E qui interviene il ruolo positivo di un sano processo di autodeterminazione, che non consiste solo nell'acquisire l'abilità di affrontare e superare gli ostacoli ma anche la capacità di discernimento personale. Che il male sia all'origine dell'affilamento delle armi nella vita non legittima a procurarlo deliberatamente, anche perché ciò insegnerebbe tutt'altro che la resilienza, ma piuttosto un amaro senso di ingiustizia della vita che potrebbe generare rabbia, insoddisfazione, senso di rivalsa… sentimenti, di nuovo, che dominano tanti adulti incapaci di affrontarli. Il processo di autodeterminazione, che nello spazio scolastico coincide con il percorso formativo ed educativo, ha il potere di decidere la sorte delle nuove generazioni e dunque anche del nostro futuro. E – lo dice la psicologia – l'autorealizzazione proviene dal senso di sicurezza, di soddisfacimento dei bisogni primari, materiali e affettivi, a cui si giunge attraverso un processo di autodeterminazione della persona che il docente ha il dovere e la funzione di sostenere. Ciò non significa – attenzione! – evitare agli studenti ogni male possibile e parare i colpi al loro posto. Anzi, a volte può significare anche il contrario: sollevare fragilità, limiti, difficoltà, perché lo studente ne prenda consapevolezza e possa al meglio affrontarli. Ho preso il discorso alla lontana, lo so, ma questo preambolo, sicuramente così ampio, era assolutamente necessario per affermare che non è un cattivo voto o la stigmatizzazione dell'errore a far crescere lo studente. Lo studente deve poter far pace con le sue difficoltà e non rifiutarle e deve potersi dare anche la possibilità di sbagliare, non solo per evitare di commettere errori in futuro ma anche perché l'errore è una forma unica e imprescindibile di conoscenza, che, per il suo connotato sviante, mette alla prova e rinforza le capacità di autocorrezione e di formulare ipotesi inedite e alternative.
Ernes








