Come i servizi sociali possono tutelare il preminente interesse dei minori

Un teorema accusatorio crollato
Vorrei ripercorrere alcuni passaggi che hanno caratterizzato le motivazioni del processo Angeli e Demoni, uscite a inizio febbraio 2026 e contenute in ben 1.650 pagine scritte dal Collegio del Tribunale di Reggio Emilia. In sede giudiziaria, il caso Bibbiano ha visto sostanzialmente crollare il teorema accusatorio del “giro di affidi illeciti per trarre profitti”.
È stato accertato – si legge nella sentenza – che da parte dei servizi sociali della Valdenza non esisteva alcun sistema per sottrarre i minori ai genitori “per bene”: si trattava semplicemente di servizi che agivano in protezione dei minori. Decisioni e valutazioni sono risultate sempre di natura tecnico-professionale, e i servizi hanno “sempre agito su specifico mandato del tribunale, che rendeva quindi doverosa la loro azione [...] oppure nell’ambito di quanto dallo stesso tribunale loro delegato”.
Il tribunale riconosce che a fronte di ciò ha preso corpo una “campagna di fango” che si è estesa, dai servizi della Valdenza al lavoro dei servizi sociali e sanitari su tutto il territorio nazionale. Una campagna che ha minato non solo la dignità degli imputati, ma soprattutto quella dei bambini: un clamore mediatico tale da aver “travolta non solo le sorti dei bambini e dei loro familiari ma, con conseguenze non calcolabili, le vite degli imputati e [...] quelle degli stessi testimoni”.
Le pagine della sentenza entrano poi nel merito di un aspetto tecnico rilevante: le relazioni dei servizi sociali non sono atti fidefacenti. Si tratta di attestazioni “di natura squisitamente valutativa”, alle quali il giudice non può attribuire fede privilegiata.
Esse costituiscono uno degli elementi di valutazione del tribunale, non l’unico. Attribuire alle relazioni un valore fidefacente significherebbe svuotare la funzione stessa del giudice minorile, chiamato a valutare autonomamente il materiale istruttorio.
Due sentenze parallele
In sede giudiziaria la vicenda si è pertanto risolta con una sostanziale assoluzione perché il fatto non sussiste. Ma, in sede massmediatica, invece, la sentenza era già stata pronunciata fin dall’estate del 2019. Si è trattato di una condanna politica (il cosiddetto “partito di Bibbiano”) e morale dei professionisti impegnati nella tutela dei diritti dei minori – assistenti sociali, educatori, psicologi, psicoterapeuti, amministratori – e del sistema nel suo complesso.
Questo scarto tra le due sentenze è indice del clima di pregiudizio che pervade il rapporto tra opinione pubblica e servizi sociosanitari. Un clima polarizzato, dove ci si scontra sulla domanda: “Di chi è la proprietà dei bambini? Delle famiglie o dei servizi sociali?”. Una domanda speciosa, che distorce il problema reale. La domanda da porsi è invece: “I bambini hanno dei diritti? E, se sì, chi è deputato alla loro tutela?”.
Il doppio mandato: sostenere e tutelare
Alla luce di ciò si capisce come “stare oggi dalla parte dei minori” significhi stare dentro una sfida complessa. Per i servizi sociosanitari è la sfida di svolgere un duplice mandato: sostenere i genitori e, al tempo stesso, tutelare i minori. Su questo la normativa di settore, a livello di convenzioni internazionali, leggi e dispositivi a livello nazionale e regionale, è chiarissima: i pubblici poteri devono contemporaneamente sostenere le famiglie in difficoltà e vigilare – intervenendo – qualora si manifestino concrete situazioni di pregiudizio per i minori, non superabili nonostante gli interventi di aiuto proposti e messi in atto.
Lo svolgimento di questo duplice compito è ancora difficile da far comprendere ed accettare da parte dell’opinione pubblica. Come è difficile far considerare che non si allontanano i minori solo perché le loro famiglie sono indigenti. Ogni giorno, pur tra mille difficoltà, i servizi sociosanitari sono impegnati a sostenere le famiglie per il recupero dell’autonomia economica (art. 1, L. 184/83) e delle funzioni di responsabilità genitoriale che risultino fragili. Questo finché si può – finché, cioè, nonostante aiuti di diversa natura, le carenze dei genitori non siano tali da menomare, compromettere o addirittura negare il “preminente interesse dei minori”.
Oggi molti interventi si svolgono in contesti di povertà educativa, dove i servizi si imbattono nel rifiuto di molte famiglie di riconoscere le proprie difficoltà. In queste situazioni, la sfida è capire come tutelare il diritto di bambini e adolescenti a poter “fiorire”. Un compito delicato quello di riconoscere e valutare le situazioni di pregiudizio che espone agli attacchi, talvolta violenti, dei familiari (a volte anche supportati da gruppi di opinione artefatti), in un contesto in cui il servizio sociale rimane una disciplina intrinsecamente fragile. Fragile, delicato, perchè interviene nei punti più profondi e sensibili delle strutture di personalità e delle relazioni familiari; è per questo che ai professionisti è richiesto di affinare continuamente le pratiche dell’ascolto e della presenza relazionale.
Un welfare che arranca
Queste fragilità avvengono in un più generale contesto di sempre più marcata erosione del sistema di welfare. Per assolvere al duplice mandato di sostenere le famiglie in difficoltà e di vigilare-intervenire quando indispensabile servono azioni integrate – interventi di aiuto psicorelazionale, sostegni economici. Serve una buona rete di servizi primari, proprio quei servizi che, negli ultimi anni, sono divenuti progressivamente sempre più carenti. Mi riferisco in particolare alle scuole dell’infanzia, ma anche all’educativa territoriale e all’educativa domiciliare, oggi in crisi in gran parte del Paese: strumenti che consentirebbero di agire nella quotidianità delle famiglie fragili, prevenendo l’escalation verso situazioni di pregiudizio conclamato.
L’affidamento familiare in un clima culturale ostile
Qualora le difficoltà delle famiglie non siano superabili malgrado gli interventi messi in campo, ai servizi compete intervenire, attuando in primis l’affidamento familiare (L. 184/83 e L. 149/2001). Le linee di indirizzo ministeriali del 2012 precisano che l’affidamento, “in relazione agli specifici bisogni dei bambini, al tipo e all’intensità dei problemi familiari, può assumere diverse forme (diurno, a tempo parziale o residenziale)” e può essere consensuale o giudiziale. La normativa consegna quindi all’autonomia professionale dei servizi la scelta della forma più idonea alla specifica situazione di pregiudizio.
Ma anche qui pesa il clima ideologico ostile a ogni forma di allontanamento. Segnali emblematici tipo la Legge Regionale del Piemonte "Allontanamento" (n. 17 del 28 ottobre 2022, tipo il recente documento dell’AGIA (Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza) intitolato “Prelevamento dei minori. Facciamo il punto”. Le parole sono importanti: qui si parla di “prelevamento”. Il documento declina l’affidamento in una serie di domande – “Come deve avvenire il prelevamento? Come ci si deve comportare se il minore oppone resistenza? Le forze dell’ordine possono partecipare?” – che evocano un’operazione di polizia più che un intervento di protezione. Sembra di essere al bancomat: prelevamento!
Tre posture di fronte al pregiudizio
In questo clima, un servizio sociale che rilevi, in scienza e coscienza, oggettive condizioni di pregiudizio nei confronti di un minore si trova di fronte a diverse modalità di comportamento. Volendo essere molto schematici e sintetici potremmo individuare tre diverse e possibili modalità di comportamento:
- procedere alla segnalazione all’Autorità giudiziaria oppure, nei casi più estremi, agire d’urgenza come organo di protezione dell’infanzia, collocando il minore in luogo sicuro sino a quando non si possa provvedere in modo definitivo (art. 403 c.c.);
- considerare irrilevanti, o comunque non abbastanza gravi, i profili di pregiudizio individuati e astenersi da ogni intervento;
- tentare una terza via intermedia: tenere sotto controllo la situazione, per quanto consentito dai genitori, attraverso interventi di basso profilo volti a prevenire ulteriori aggravamenti; una sorta di riduzione del danno.
Ciascuno di questi comportamenti è comunque problematico e strutturale: la prima opzione espone il servizio ai rischi di una delegittimazione pubblica che ormai dilaga nel Paese; la seconda lascia il minore in una condizione di pregiudizio non affrontata; la terza può rivelarsi un equilibrio instabile che dilata i tempi dell’intervento necessario, scaricando il costo dell’attesa sul soggetto più fragile e esposto (il minore). Allora, che cosa fare?
Oltre il dilemma: un approccio antioppressivo
L’ipotesi che avanzo è quella di assumere in maniera concreta l’approccio antioppressivo che, nell’ambito dei servizi sociali, è già contemplato in letteratura e sperimentato nella pratica. Esso si declina in alcune direzioni precise: riconoscere e incidere sulle dinamiche di potere che attraversano la relazione di aiuto; sviluppare una progettazione dal basso, costruita con per le persone e non sulle le persone; adottare un approccio riflessivo che sappia mettere in discussione le proprie categorie interpretative; uscire dalla fredda neutralità tecnica; e rilanciare operativamente nei territori il lavoro di rete, il lavoro di comunità e la prevenzione.
L’approccio antioppressivo non nega la necessità dell’intervento protettivo quando necessario, ma lo inscrive in una cornice relazionale e comunitaria che ne cambia profondamente la qualità. Significa che il professionista non è solo un esecutore di mandato, ma un soggetto riflessivo che si interroga sulle asimmetrie di potere in gioco e costruisce attivamente alleanze con le comunità locali. È, in altri termini, un modo per restituire legittimità al lavoro sociale in un clima che tende a delegittimarlo.
Se si assume davvero questa prospettiva, la questione non riguarda solo il modo in cui si interviene nei singoli casi, ma anche le condizioni organizzative, territoriali e
politiche che rendono possibile un diverso modo di operare dei servizi. È in questo quadro che individuerei tre direzioni di lavoro su cui riflettere e agire.
Tre direzioni di lavoro
- Lavoro di territorio. I danni prodotti dalla delegittimazione dei servizi sociosanitari ed educativi si riparano solo attraverso un paziente lavoro di territorio: conoscenza dei nodi sensibili delle reti comunitarie, ricostruzione di alleanze generative, patti fiduciari, presa in carico comunitaria delle fragilità individuali e collettive. È qui che un approccio antioppressivo può concretamente incidere sulle asimmetrie di potere e ricostruire legami di fiducia.
- Welfare di comunità. Collaborare a politiche locali di welfare di comunità e di well-being, capaci di intervenire prima che le diverse forme di disagio si manifestino. Significa costruire – insieme ai soggetti attivi del territorio – un tessuto connettivo, infrastrutture di cittadinanza alle quali le persone in difficoltà possano rivolgersi con fiducia e senza paura di essere giudicate o punite. Anche questo è un modo per uscire dalla logica della sola risposta prestazionale.
- Riorganizzazione dei servizi. In coerenza con le due direzioni ora accennate, è necessario rifondare ripensare e rifondare i sistemi organizzativi dei servizi sociosanitari ed educativi. Ciò significa necessariamente meno lavoro di scrivania e più presenza nei territori, maggiore flessibilità degli orari, superamento del prestazionismo a favore di un lavoro per progetti e obiettivi condivisi. Senza questo cambiamento organizzativo, anche l’approccio antioppressivo rischia di restare soltanto una dichiarazione di principio.
Una esposizione più organica e articolata di questo contributo è contenuta nel testo “Processo ai Servizi Sociali. Un’analisi organizzativa sistemica del casot Bibbiano: metodi, tecniche e modelli innovativi dei servizi per la protezione dei minori”, BeHopeBooks, 2026 disponibile su Amazon.
L'articolo è tratto dall'intervento di Gianni Garena al webinar "Stare oggi dalla parte dei minori. Come i servizi sociali possono tutelare il preminente interesse dei minori" (13 febbraio 2026).
Il webinar ha preso spunto dal saggio dell'autore pubblicato nel nr. 382/2025 di Animazione Sociale: un'occasione di confronto con Barbara Rosina (presidente dell'Ordine Assistenti Sociali), Germana Corradini (dirigente Area cura della comunità, Comune di Reggio Emilia), Paolo Ferrara (responsabile Tutela minori e legami familiari, Comune di Lecco) e Laura Pinna (presidente dell'Ordine Assistenti Sociali della Regione Sardegna).
Gli interventi del webinar sono approfonditi nella sezione "Sguardi" del nr. 388/2026 di Animazione Sociale "Stare dalla parte dei minori in un tempo che non ci aiuta".






