Costruire contesti respirabili

Non si tratta sempre di episodi eclatanti. Anzi, nella maggior parte dei casi parliamo di pratiche quotidiane, quasi invisibili: la sigarettaelettronica che passa di mano, la bevuta nel fine settimana, la canna fumata qualche volta.
Se provo a osservare il significato che queste sostanze assumono oggi per molti e molte adolescenti, ho la sensazione che qualcosa sia cambiato rispetto all’immaginario classico del “divertimento trasgressivo”. Sempre più spesso, infatti, le sostanze sembrano avere una funzione diversa: non tanto sballarsi, quanto stabilizzarsi. Molti ragazzi e ragazze raccontano di usare la sigaretta elettronica mentre studiano o mentre sono con gli amici. Spesso la utilizzano quasi senza accorgersene. Quando chiedo loro perché la usano, raramente parlano di piacere o di trasgressione. Dicono piuttosto "mi aiuta a concentrarmi, mi calma, mi fa stare bene quando parlo con gli altri".
In questo senso la sostanza diventa una sorta di strumento per stare nei processi quotidiani, per reggere il ritmo della scuola, per gestire l’ansia sociale, per non sentirsi sopraffatti. Anche l’alcol, nei racconti dei ragazzi e delle ragazze, assume spesso una funzione simile. Più anestetizzante che festiva. Più regolativa che euforica.
Questo non significa che non esistano momenti di festa o di sperimentazione. Ma nei racconti che raccolgo nei centri aggregativi questi aspetti appaiono sempre meno centrali.
Piuttosto emerge una dimensione di gestione emotiva.
Se allargo lo sguardo agli adulti, scuola, servizi sociali, istituzioni, noto invece un altro tipo di giudizio. Quando emerge il consumo di sostanze leggere come nicotina o cannabis, spesso la preoccupazione si concentra immediatamente su cosa fare subito: segnalare, intervenire, bloccare il comportamento. Molto meno spazio viene dato a una domanda preliminare: che significato ha questo uso per quel ragazzo o quella ragazza? È un episodio occasionale? È un modo per stare nel gruppo? È una strategia per gestire ansia, solitudine, pressione? Questa fretta di intervenire rischia di chiudere lo spazio del dialogo prima ancora di averlo aperto.
Solitamente gli interventi formativi che arrivano nei contesti educativi sono centrati quasi esclusivamente sugli effetti sanitari delle sostanze. Incontri condotti da servizi specialistici che parlano di danni al corpo, dipendenza, rischi neurologici. Informazioni certamente importanti. Ma spesso i ragazzi percepiscono questi momenti come lontani dalla loro esperienza reale. Perché il messaggio che passa è che il problema riguardi soltanto la salute fisica. Mentre nei loro racconti le sostanze hanno molto più a che fare con
emozioni, relazioni, prestazioni quotidiane.
Quando gli adulti parlano solo di rischio sanitario, molti adolescenti reagiscono in un modo prevedibile. Imparano a nascondere. A mascherare l’uso. A proteggere il proprio spazio di sperimentazione dalla sorveglianza adulta. Il risultato spesso è un aumento della distanza e una diminuzione della fiducia.
Nel lavoro educativo quotidiano emerge allora una domanda più ampia: che cosa ci stanno raccontando davvero questi comportamenti?
Forse, prima di parlare di sostanze, dovremmo parlare del contesto in cui crescono le/gli adolescenti di oggi. Un contesto profondamente attraversato da ansia di prestazione, competizione, richiesta di efficienza.
La scuola, in particolare, sembra chiedere sempre di più: risultati, valutazioni, performance. Non solo apprendere, ma dimostrare continuamente di essere all’altezza. Spesso i ragazzi e le ragazze raccontano settimane piene, ritmi serrati, la sensazione di dover essere sempre un passo avanti. Se chiediamo agli adolescenti di essere performanti fin da giovanissimi, forse non dovremmo stupirci se alcuni di loro cercano strumenti per regolare l’ansia che questo sistema produce.
In questo senso l’adolescente rischia di diventare uno specchio della società adulta. Anche tra gli adulti, in fondo, le sostanze, legali o socialmente accettate, vengono spesso utilizzate per sostenere ritmi e pressioni: caffè per attivarsi, farmaci per dormire, alcol per rilassarsi. Eppure quando questo accade negli adulti lo leggiamo come una strategia individuale di gestione della vita quotidiana. Quando accade negli adolescenti diventa immediatamente un problema morale o sanitario. Forse dovremmo provare a cambiare punto di partenza. Invece di chiedere subito "come facciamo a far smettere i ragazzi?" potremmo iniziare con altre domande. Sono contenti di quello che fanno? Di cosa avrebbero bisogno per stare meglio nei loro giorni?
A volte magari nei centri aggregativi basterebbe una domanda semplice: ma a che gusto la stai fumando questa settimana? Dietro a una domanda del genere non c’è approvazione né condanna. C’è la possibilità di aprire uno spazio di racconto. Da lì può emergere molto di più: la settimana difficile a scuola, l’ansia prima delle verifiche, le dinamiche del gruppo, la fatica di sentirsi all’altezza.
Se non apriamo questo spazio, il rischio è che l’unico linguaggio disponibile rimanga quello della trasgressione o della punizione.
Anche nei servizi educativi emerge una forte preoccupazione rispetto alla possibilità che un ragazzo o una ragazza arrivi al centro aggregativo sotto effetto di sostanze. La paura principale è quella di non saper gestire un eventuale momento di crisi. Questa preoccupazione è comprensibile. Ma forse è utile introdurre alcune distinzioni.
Non tutti gli arrivi “sotto effetto” hanno lo stesso significato. In alcuni casi può essere letto anche come una forma implicita di richiesta di aiuto. Oppure come il segnale che quel luogo viene percepito come uno spazio sufficientemente sicuro per mostrarsi anche in una
condizione di fragilità. Naturalmente esistono situazioni in cui il comportamento mette a rischio il gruppo, per esempio quando una sostanza rende un ragazzo aggressivo o incontrollabile. In quei casi la tutela del gruppo è prioritaria. Ma nella maggior parte delle situazioni che incontriamo nei centri aggregativi si tratta di consumi di sostanze leggere, spesso integrati nella normalità della vita dei ragazzi e delle ragazze. Se il nostro primo gesto è chiudere la porta, rischiamo di perdere proprio quel contatto educativo che potrebbe aprire nuovi dialoghi. Forse la sfida educativa sta nel provare a costruire strategie insieme ai ragazzi, invece che per i ragazzi. Non soltanto spiegare cosa fa male, ma interrogarsi con loro su cosa li aiuta davvero a stare meglio.
Perché la domanda di fondo non riguarda solo le sostanze. Riguarda il modo in cui stiamo chiedendo alle nuove generazioni di abitare il mondo. Se continuiamo a chiedere prestazione, competizione e adattamento continuo, è probabile che gli adolescenti continueranno a cercare strumenti, più o meno visibili, per reggere questa pressione.
La questione allora non è soltanto come ridurre il consumo, ma come costruire contesti di vita più respirabili, in cui non sia necessario anestetizzare continuamente le proprie emozioni per riuscire a stare nei processi. E forse il primo passo è proprio questo: smettere di guardare gli adolescenti solo come portatori di una preoccupazione e iniziare a riconoscerli come interpreti sensibili del tempo in cui viviamo.
Fulvia Ercole, educatrice professionale
In occasione dell'Agorà 2026 "Adolescenti e giovani che consumano sostanze" la rivista Animazione Sociale ha avviato una raccolta di testi.
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