#Racconto/2 - Adolescenti e sostanze

"Consumare" non è solo questione di molecole

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Biancarelli Amilcare Educatore professionale
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Quando parliamo di consumo non conta solo la sostanza, ma anche la persona che la usa e il contesto in cui il consumo avviene. È la triade sostanza–persona–setting a determinare significati e rischi.

Per molti adolescenti e giovani adulti il consumo è una pratica sociale che aiuta a stare nel gruppo, a dare una forma al tempo libero. In qualche modo, questo è in linea con ciò che è stato tradizionalmente. L’uso di sostanze ha spesso avuto una funzione di ritualità e appartenenza. Un linguaggio condiviso dentro la socialità giovanile, ma anche una strategia di regolazione per intensificare o spegnere emozioni, sciogliere l’imbarazzo, attenuare l’ansia sociale, sentirsi più sicuri, più disinvolti, più presenti. Rispetto al passato, dove il consumo poteva avere più spesso un significato di trasgressione – un gesto “contro”, un modo per marcare un confine – oggi tende più frequentemente ad assumere un significato funzionale. Non si tratta più tanto di opporsi, quanto funzionare, reggere la serata, il confronto tra pari, una quotidianità accelerata fatta di visibilità, prestazione e giudizio. In questa cornice il consumo può diventare una scorciatoia per sentirsi allineati al gruppo e all’altezza delle aspettative, oppure servire per staccare e anestetizzare quando la pressione è troppa. È per questo che non basta chiederci quanto o cosa si consuma, ma quale funzione svolge il consumo, quale bisogno prova a risolvere, che cosa tenta di aggiustare, anche solo per una sera.

Dunque, non esiste “il” consumo giovanile.
Esistono pattern diversi, traiettorie diverse, rischi diversi. C’è la sperimentazione episodica, c’è il consumo situazionale legato alla socialità, ci sono combinazioni e policonsumi, e ci sono situazioni in cui il consumo si aggancia a fragilità più profonde e diventa una risposta ripetuta al malessere. Ecco perché uno schema unico non funziona e, se generalizziamo, rischiamo di banalizzare o drammatizzare. La complessità ci chiede di distinguere, di leggere i contesti e di lavorare non solo sulla sostanza, ma anche su appartenenza, riconoscimento, gestione emotiva, rapporto con il limite. Proprio per questo diventa fondamentale strutturare luoghi stabili in cui il consumo giovanile possa essere discusso, non in modo allarmistico o giudicante, ma come esperienza da comprendere nei suoi significati. Servono spazi riconoscibili e continuativi – a scuola, nei servizi, nei contesti aggregativi – dove sia possibile parlare di consumo senza essere etichettati, dove le domande non vengano chiuse troppo in fretta e dove si possa mettere in parola ciò che spesso resta implicito come le pressioni del gruppo, aspettative, paure, bisogni di appartenenza, tentativi di regolazione emotiva. Sono luoghi di prevenzione selettiva nel senso più concreto del termine. Si tratta di contesti protetti e competenti in cui si intercettano precocemente segnali e vulnerabilità, e soprattutto in cui emergono meglio i significati legati al consumo perché il racconto diventa possibile e condiviso.

In questi spazi la prevenzione non è “una lezione”,ma un lavoro di accompagnamento che aiuta a riconoscere pattern, a nominare funzioni, a costruire alternative e competenze. Consente di passare da una prevenzione generica, uguale per tutti, a una prevenzione più mirata e utile, capace di incontrare davvero i ragazzi nei loro contesti e nei loro modi di dare senso alle esperienze.
Un passaggio decisivo, oggi, è rafforzare la prevenzione selettiva e indicata. La prevenzione universale non basta, serve lavorare in modo più mirato con gruppi più esposti e con situazioni in cui compaiono segnali precoci di rischio, prima che la sostanza diventi l’unica strategia di coping e prima che l’emergenza esploda.
Nel nostro contesto regionale (Umbria) queste esperienze sono ancora poche, discontinue e poco visibili, non perché manchi il bisogno, ma perché richiedono più competenze e più rete. Serve capacità di intercettazione precoce, collaborazione stretta tra scuola e servizi, lavoro con le famiglie senza colpevolizzazione, attenzione alla riservatezza, percorsi a soglia bassa, tempo e continuità. In questa prospettiva, la figura dei peer educator è fondamentale perché permette di raggiungere i contesti situazionali in cui i consumi prendono forma e significato, là dove spesso gli adulti arrivano tardi o con meno credibilità. I pari possono facilitare conversazioni autentiche, ridurre la distanza, far emergere vissuti e pressioni di gruppo, e contribuire a intercettare precocemente segnali e bisogni senza attivare immediatamente stigma o allarme. In questa prospettiva, la peer education va intesa non come una delega ai ragazzi né come un intervento “alternativo” a scuola e servizi, ma come una alleanza tra due competenze. Da un lato i saperi adulti,  metodo, evidenze, lettura dei rischi, capacità di cura e di progettazione, dall’altro la competenza che i pari hanno sui contesti reali.  La peer education può essere un alleato potente, soprattutto nel passaggio dalla prevenzione “per tutti” alla prevenzione che intercetta davvero i nodi. Tra pari passano fiducia, linguaggi e credibilità che gli adulti spesso faticano ad attivare. I peer educator possono aprire conversazioni che altrimenti resterebbero chiuse, rendere dicibile ciò che spesso non lo è, intercettare precocemente bisogni e segnali, costruire norme di gruppo più protettive. Ma la peer education funziona solo se inserita in un programma serio di formazione, accompagnamento, supervisione, continuità e integrazione con scuola e servizi. Altrimenti rischia di restare un’etichetta buona per i progetti, ma fragile nella pratica.

Infine, c’è un punto che tiene insieme tutto: la prevenzione non è solo tecnica.
Oggi abbiamo Piani Nazionali e Piani Regionali che offrono cornici, obiettivi, strumenti e indicatori. Sono fondamentali perché contrastano l’improvvisazione e sostengono la qualità, ma affidarsi a pratiche standardizzate “a pacchetto”, applicate automaticamente, può essere un rischio. Nel momento in cui la standardizzazione diventa un automatismo produce interventi corretti sulla carta e poco incisivi nella realtà, perché perde la relazione con i contesti, i linguaggi e i bisogni concreti. La vera sfida è integrare metodo ed evidenze con un lavoro situato, capace di adattare senza tradire i principi. La letteratura, i dati e i programmi sono indispensabili per non improvvisare e per scegliere ciò che ha più probabilità di funzionare.
La prevenzione è presenza, credibilità, continuità. È fatta di adulti e professionisti che sanno stare nei luoghi e nelle relazioni, che tengono aperti canali di ascolto, che lavorano in rete, che costruiscono fiducia senza giudizio e senza stigma. Se riusciamo a tenere insieme evidenze e presenza, piani e contesti, universalità e interventi mirati, allora possiamo uscire dalla polarizzazione e costruire risposte più efficaci a favore di opportunità, competenze e legami che rendano meno necessario ricorrere a una sostanza per sentirsi parte, per reggere, o per trovare sollievo.

Amilcare Biancarelli 
Educatore


In occasione dell'Agorà 2026 "Adolescenti e giovani che consumano sostanze" la rivista Animazione Sociale ha avviato una raccolta di testi.

Se lavori con adolescenti e giovani che consumano sostanze, raccontaci la tua esperienza di lavoro
Ci interessa il tuo osservatorio, la tua visione, il tuo sapere.
Scrivi un breve testo, puoi partire da una o più di queste domande guida:

• Che significato riveste il consumo per ragazze e ragazzi?
• Quando e perché diventa problematico?
• Quali percorsi metti in campo?
• Come coinvolgi famiglie e scuola?

Invia il tuo contributo a animazionesociale@gruppoabele.org.
La rivista rilancerà sui suoi canali e ne parleremo insieme Venerdi 13 marzo 2026 a "Adolescenti e giovani che consumano sostanze"

Aspettiamo di leggere il tuo racconto.

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