#Racconto/1 - Adolescenti e sostanze

A scuola ascoltare è già intervenire

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Il racconto dell'esperienza del Progetto Plan B nelle scuole di Taranto. Tra la presa d'atto dei limiti di una prevenzione ancora segnata da moralismi, stereotipi e interventi superficiali e il bisogno urgente di spazi autentici di ascolto, liberi dal giudizio e dalla logica della prestazione.

Quando entro in una scuola, con me, entra anche la studentessa che sono stata.

Da esponente della Generazione X, mi tornano in mente gli anni ’80 con una pedagogia non più nera ma nemmeno completamente bianca e una didattica piuttosto richiedente ma poco premiante.
Se una fiabesca fatina dalla munifica bacchetta magica mi chiedesse se volessi ritornare tra i banchi di scuola, affrancandomi dagli anni trascorsi, le risponderei di no. Possibilmente, tratterei solo dai vent’anni in su. Dall’università, dove ho da sempre la sensazione che sia più possibile sperimentare l’autonomia personale in termini di interessi autentici, tempi e metodo di studio.

Sono ormai tanti anni che come Dipartimento Dipendenze Patologiche portiamo nelle scuole di Taranto e provincia il Progetto Plan B, e ancora adesso, a conclusione del laboratorio, esco dagli istituti con uno strano sollievo, come se l’apertura del portone d’ingresso, in pieno stile recluso dimettente, mi restituisca all’anelata libertà.
Il progetto muove dall’intenzione di promuovere incontri-laboratori finalizzati al sostegno e all’informazione per aiutare i ragazzi e le ragazze, coinvolti a gestire le tante situazioni critiche o i particolari momenti di transizione legati a quella fase di vita che è l’adolescenza, alla conoscenza dei rischi (sanitari e legali) connessi al consumo di sostanze psicoattive (legali e illegali), provando a incrementare la consapevolezza e a valorizzare le proprie risorse personali e socio-culturali.

Non ricordo che, nonostante la diffusione di massa dell’eroina nel nostro Paese tra gli anni ’70 e ’80, qualcuno sia venuto a proporre anche solo qualche, sia pur opinabile, evidenza. Qualcosa all’interno delle scuole in termini di informazione ha preso a muoversi agli inizi degli anni ’90, come conseguenza del diffondersi del virus dell’HIV in Italia. Anche in questo caso, si potrebbe sintetizzare in: poca scienza, ma molto moralismo.

In collaborazione con un ispettore della Polizia di Stato – Pasquale Antonazzo della Questura di Taranto – e alcuni rappresentanti del mondo della notte locale – barlady o barman, dj, gestori di locali da ballo, ecc. - proviamo a creare uno spazio di parola, riflessione e confronto. Ognuno come rappresentante della propria dimensione, ognuno in rapporto con quella dell’Altro. Alla base dell’approccio c’è la convinzione che il "gruppo" sia uno dei contesti privilegiato del lavoro sociale, nello specifico di informazione e rivisitazione di conoscenze e scelte, potenzialmente in grado di incidere socio-culturalmente e di innescare processi di cambiamento personale e collettivo.
Non di meno ogni incontro, per una durata di almeno due ore, prova a svilupparsi su due direttive da integrare: la persona, nello specifico il giovane, e la valorizzazione delle esperienze portate da tutti i testimoni.
È un progetto di parola, di ascolto, di confronto, spesso senza la presenza di insegnanti in aula. Ascoltare è non giudicare, non rispondere ad una considerazione, un’istanza, una percezione con una valutazione. E di valutazione/prestazione il mondo della scuola abbonda.

Ascoltare è innanzitutto avere qualcosa da dire. Con fare auto-fustigante, da adulti spesso ci chiediamo perché i giovani non ci stiano ad ascoltare.
Chissà, forse molto semplicemente perché non abbiamo cose interessanti e coerenti da dire. Perché non siamo credibili, perché imponiamo le nostre idee come fossero certezze assolute. Perché non sappiamo ascoltare, chiusi in un mondo autoreferenziale e narcisisticamente orientato all’auto-preservazione. Nelle scuole che in questi anni ho avuto modo di frequentare per il Progetto Plan B ho appuntato su un ideale taccuino ciò in cui non avrei voluto imbattermi in un contesto di formazione didattica e personale. La mancanza di sensibilità, di educazione, di attenzione, mi hanno stupita e addolorata a più riprese.

Di tanto in tanto ho avvertito uno conflitto generazionale che, pur necessario, di conflitto costruttivo aveva davvero poco.
Ho conosciuto insegnanti amati, capaci di farsi davvero accompagnatori. Ne ho conosciuti alcuni che avrebbero voluto denunciare i loro studenti perché fumavano - dal tabacco, allo svapo, alla cannabis (sull’immaginario del personale scolastico ci sarebbe da lavorare) - nei bagni (se la memoria non mi inganna, ma devo davvero sottopormi a una importante tensione mnemonica, pratica assai diffusa anche negli anni ’80).

Il mondo degli pseudo-adulti ha paura che l’uso dei social tra i giovanissimi varchi la frontiera della dipendenza patologica. Lo fa chattando, però.
Ci sono adulti a cui non piace che i ragazzi indossino il cappuccio della felpa o si isolino ascoltando rap o trap. Non di rado i testi di questo genere musicale si fondano sulla triade droga, donne e armi, ma sono anche molto di più. Provano a comunicare il disagio dei ragazzi, l’incapacità di pensare al futuro, di sentire di possedere o desiderare abilità particolari. Sono parole (tantissime e velocissime) che comunicano la fissità delle inadeguatezze, dei vuoti, delle tristezze, delle depressioni, del ritiro sociale.
Riteniamo inammissibile che un ragazzo o una ragazza (moltissimi) portino con sé un coltellino, ma non ci chiediamo quasi mai di cosa hanno paura. Che cosa agisce in negativo sul loro tono dell’umore, cosa aumenta l’ansia e moltiplica i disturbi del sonno.
Se sentimenti e parole restano non riconosciuti e, conseguentemente, inespressi, il rischio è che sfocino in violenza, allo e autoplastica, o in rumore banale, primitivo e selvaggio.La famiglia così tanto celebrata è sempre più un complesso corallino di atolli fisicamente raggruppati; la scuola il trionfo della burocrazia declinabile come osservanza spersonalizzata e spersonalizzante degli strumenti a discapito dei fini e ancor più delle persone. Quando si fanno proclami sulla prevenzione (e si fanno da tanti anni), forse, fermarsi ad ascoltare potrebbe suggerire che la prevenzione per come continuiamo a concepirla – topdown, occasionale, superficializzante, slide vs slide - non esiste, se mai è esistita.


L’esperienza del Progetto Plan B ci ha insegnato che, se come adulti ci fermassimo ad ascoltare, sarebbe più facile dire cose interessanti e, conseguentemente, essere ascoltati di più. Non è ingegnosa scoperta quella che i giovanissimi utilizzano sostanze (legali e illegali). Dovrebbe far riflettere, però, che prima di arrivare a un confronto più reale sul consumo/dipendenza, è necessario, con loro, provare ad eliminare la coltre che una comune, diffusa e annosa narrazione ha per assurdo adagiato anche sul loro sentire.
Luoghi comuni, leggende metropolitane, terminologia usuale (vedi “drogato”, “tossico”, ecc.), immagini stereotipate, cliché da social, il laboratorio Plan B ci ha suggerito l’importanza della semantica e dello stigma derivante dalla società ma, di frequente, alimentato proprio dai suoi portatori “ufficiali”.
Abbiamo verificato che quando si propongono evidenze scientifiche, in maniera rigorosa – fuori da ideologismi bipartisan - ma comprensibile, quando non si cade nella pretesa di voler cambiare il modo di pensare dell’altro, fornendogli strumenti utili per essere più consapevole di fronte alle scelte, fosse anche quella di sperimentare l’uso di sostanze (tantissimi), quando lo si fa con il rispetto e l’educazione che a qualsiasi persona, di qualsiasi età, spetta, allora e comunque… chissà.

Quando esco da una scuola, sogno il futuro delle ragazze e dei ragazzi che ho incontrato.

Anna Paola Lacatena 
Giornalista e sociologa


In vista dell'Agorà 2026 "Adolescenti e giovani che consumano sostanze" la rivista Animazione Sociale ha avviato una raccolta di testi.

Se lavori con adolescenti e giovani che consumano sostanze, raccontaci la tua esperienza di lavoro
Ci interessa il tuo osservatorio, la tua visione, il tuo sapere.
Scrivi un breve testo, puoi partire da una o più di queste domande guida:

• Che significato riveste il consumo per ragazze e ragazzi?
• Quando e perché diventa problematico?
• Quali percorsi metti in campo?
• Come coinvolgi famiglie e scuola?

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