Accompagnarsi verso luoghi comuni
Per raggiungere questo obiettivo, il progetto si è proposto di rispondere ai loro bisogni e desideri attraverso l’empowerment di gruppo e la creazione di nuove forme di mutuo aiuto.
Questo progetto, durato quasi due anni, ha coinvolto gli enti del Terzo Settore attivi in tre aree della periferia nord-est di Milano e ha rappresentato per le operatrici e gli operatori un momento di riflessione e crescita professionale: un’occasione di scoperta e di sperimentazione per aprirsi a nuove possibilità e a nuove modalità di lavoro.
Il progetto è nato all’interno del programma QuBì (1) di Milano, una rete composta da oltre 400 realtà, molto diverse tra loro (parrocchie, cooperative sociali, associazioni territoriali e assistenti sociali), con l’obiettivo di combattere la povertà minorile attraverso azioni condivise.
In quanto operatori di tre enti coinvolti in QuBì e appartenenti a territori limitrofi (Cascina Biblioteca, Ripari e Comin) ci siamo ritrovati a inizio 2023 per fare il punto sullo sviluppo delle reti di prossimità tra famiglie. Un monitoraggio aveva evidenziato che queste reti informali avessero ancora bisogno di tempo e di lavoro per maturare e consolidarsi. Emergeva che i genitori avessero poco tempo, assorbito nella quasi totalità dalle urgenze quotidiane, come lavoro, cura della casa, gestione dei figli, e che solo raramente riuscissero ad attivare reti autonome, auto-sostenibili e capaci di rispondere, almeno in parte, ai propri bisogni.
Venivano segnalati, però, anche aspetti molto positivi:
* la capacità delle famiglie di connettersi ai servizi e di diffondere le opportunità disponibili tramite il passaparola;
* la predisposizione all’ascolto e al confronto empatico degli operatori;
* la composizione variegata del tessuto sociale, arricchito da una forte mixité culturale;
* la presenza di spazi già predisposti all’incontro, come circoli, centri, parrocchie, orti condivisi ecc.
I nostri enti gestivano alcuni di questi spazi con annesso il bar o il ristorante e avevamo avuto modo di osservare come non fossero esclusivamente luoghi di consumo, ma anche spazi in cui si chiede aiuto, si costruiscono relazioni, si scambiano risorse. Lì, mettere in contatto chi ha bisogno con chi desidera offrire qualcosa poteva rappresentare l’avvio di nuovi percorsi di protagonismo.
Questi presupposti ci hanno persuaso che fosse utile avviare un nuovo percorso, più specifico e mirato a potenziare il sostegno informale tra famiglie e il mutuo aiuto.
Proprio l’importanza della reciprocità del dare e del chiedere ha ispirato il nome del progetto: ReciproCittà.
OBIETTIVI DI PROGETTO
L’osservazione dei luoghi ci aveva mostrato che la reciprocità nasce in presenza di relazioni autentiche, che non possono essere predisposte dall’esterno, artificiosamente.
Può svilupparsi se le persone si incontrano, stanno insieme, nell’intimità di una chiacchiera spontanea, quando emerge la sicurezza necessaria per chiedere aiuto o, al contrario, per mettersi a disposizione.
Quello che potevamo fare come operatori era favorire le condizioni perché si creassero dei nuovi legami tra famiglie e questo è stato uno degli elementi cardine della scrittura del progetto. Conseguentemente, non potevamo predefinire un rigido protocollo di azioni senza il confronto con i diretti interessati.
Abbiamo scelto, quindi, di muoverci all’interno di una “confusione generativa”, intesa come un contesto dinamico e fertile, un tessuto in cui le pratiche potessero affiorare gradualmente, come ricami.
La piena comprensione del progetto da parte dell’ente finanziatore (Fondazione Cariplo)ha fatto sì che potessimo partire realmente dalle persone, dai loro vissuti e dai contesti di vita quotidiana, lasciando che le azioni si modellassero nel “qui e ora” del lavoro condiviso, attraversoun processo di co-progettazione, co-organizzazione e co-produzione con le famiglie. Non ci è stato richiesto di indicare obiettivi misurabili in termini quantitativi e questo ci ha consentito di lavorare sugli aspetti qualitativi delle relazioni.
Ci erano molto presenti le direzioni da prendere per orientare il lavoro:
* favorire l’aumento della partecipazione delle famiglie nei processi decisionali e nell’attuazione delle iniziative;
* promuovere la costruzione di una rete familiare solidale, capace di attivarsi in risposta ai bisogni reali del territorio;
* migliorare le relazioni tra famiglie, enti, associazioni e spazi pubblici;
* valorizzare i legami cosiddetti “deboli” o “di ponte”, come quelli che nascono spontaneamente tra chi frequenta gli stessi spazi pubblici o scolastici;
* valorizzare il passaparola e la reciprocità come strumenti di attivazione sociale;
* sostenere il mutuo aiuto tra genitori, in un’ottica di empowerment individuale e comunitario;
* promuovere la mixité sociale e culturale, perché è proprio nei contesti attraversati dalla diversità che possono attecchire pratiche realmente inclusive e trasformative.
COMPOSIZIONE DELL’ÉQUIPE
Un altro aspetto significativo di ReciproCittà è stata la costituzione di un’équipe multidisciplinare, formata non solo da esperti del sociale. In particolare, fin dalle prime fasi della scrittura, è stata coinvolta come facilitatrice una professionista dell’arte pubblica partecipata che ha messo a servizio del progetto le sue competenze per avviare una metodologia basata sul “fare insieme” e sul protagonismo creativo, ponendo molta attenzione ai processi. Un approccio già sperimentato in un altro progetto e rivelatosi efficace proprio nel coinvolgere le persone non solo rispetto ai bisogni, ma anche ai desideri.
Su sua proposta, è stata coinvolta anche un’altra facilitatrice proveniente dalteatro: insieme hanno accompagnato il lavoro degli operatori per favorire l’ascolto reciproco e la collaborazione.
Una presenza importante che ha accompagnato il lavoro è stata quella delle Assistenti Sociali di Comunità dei Municipi di Zona 2 e 3 che seguivano le famiglie legate ai servizi; hanno fatto da ponte con il territorio e partecipato a tutti i momenti di équipe.
IL COINVOLGIMENTO DEGLI ENTI DEL TERRITORIO
Per lavorare con le persone, e non semplicemente per le persone, senza imporre percorsi già definiti, dovevamo consentire loro di esprimere tutti i tratti della propria persona, perché nella classica relazione operatore/utente spesso si rischia di identificare l’utente con il suo bisogno, dimenticando che è anche portatore di desideri, competenze e in generale di risorse che, se condivise, possono trasformarsi in aiuto reciproco e progressivamente renderlo autonomo dai servizi.
Dai contatti che avevamo avuto con tante madri che si rivolgevano a noi, ci era chiaro il loro desiderio non solo di avere delle relazioni, ma anche di dare un contributo, di metterci la faccia e di farsi guardare andando oltre al bisogno che portavano.
Stava a noi trovare il modo di farle sentire libere di esprimersi, di raccontarsi e anche di trovare un momento in cui avessero il tempo materiale di farlo che, ricordiamolo, era molto poco. L’esperienza di QuBì ci aveva insegnato che le realtà di quartiere che offrivano servizi erano diventate dei punti di riferimento noti e frequentati e che beneficiavano della fiducia degli abitanti.
Abbiamo così coinvolto in ReciproCittà altri enti del territorio e circa una dozzina di essi ha partecipato all’intero progetto.
Anche in questo caso volevamo un processo di lavoro realmente orizzontale. Non volevamo fornire agli altri operatori delle linee guida rigide da seguire, ma costruire insieme strade percorribili, valorizzando l’esperienza di ogni ente.
L’unico obiettivo condiviso da subito era non creare un nuovo servizio, ma coltivare — insieme alle persone — un terreno fertile di relazioni e ascolto.
Abbiamo quindi organizzato un workshop in presenza, in cui tutti potessero avere voce ed esercitare quell’orizzontalità che avremmo poi ricercato nel lavoro con le famiglie.
Il successo di questo incontro ci ha spinto a renderlo una prassi: abbiamo così organizzato altri workshop che hanno accompagnato l’intero percorso progettuale, insieme alle riunioni di équipe tra enti di quartieri e tra capofila.
Questi momenti hanno dato vita a una vera e propria riflessività diffusa, che ha permesso agli operatori di confrontarsi, esprimere dubbi e aprirsi a modalità di lavoro sociale differenti rispetto a quelle consuete. Sono emersi alcuni temi ricorrenti portati dalle famiglie: la solitudine, il desiderio di condivisione, gli interessi comuni, la possibilità di mettere in circolo risorse e la necessità di ripensare tempi e luoghi della socialità.
Durante i workshop non sono state definite formule rigide, ma sono emerse piuttosto delle possibili trame di lavoro da sperimentare direttamente con i gruppi. Siamo partiti con l’individuare le domande efficaci da porre alle persone per innescare una vera conversazione che non si limitasse all’indagine del bisogno. Per testarle abbiamo utilizzato un metodo pratico: ci siamo divisi in piccoli gruppi e le abbiamo sperimentate tra noi, attraverso la simulazione di una conversazione, così che anche noi operatori potessimo capire in prima persona quali domande favorissero lo scambio e quali, invece, rischiassero di bloccarlo.
È emerso che le domande aperte — capaci di accogliere racconti, esperienze e desideri — risultavano le più efficaci per stimolare il dialogo. Al contrario, quelle troppo personali o biografiche venivano percepite come invasive o riduttive, perché rischiavano di ricondurre la persona a una categoria.
Domande che evocano aneddoti / ricordi concreti. Dove vi incontrate di solito con le famiglie del quartiere o vicine?
Quando hai aiutato / sei stato aiutato? Cosa ti piace fare?
Cosa vorresti condividere con gli altri?
Nel tuo passato hai partecipato a feste di comunità? Cosa succedeva? Come erano organizzate? Perché? Hai fatto delle cose con i tuoi conoscenti / vicini?
Hai partecipato a esperimenti piacevoli in un quartiere / in un condominio?
Dove abiti nel quartiere?
Dove vanno a scuola i tuoi figli?
Questa sperimentazione ci ha portato a un punto chiave: non bastava scegliere le domande giuste, bisognava creare un clima di fiducia, piacevole e accogliente, capace di invogliare le persone a tornare agli incontri, proporne di nuovi e contribuire alla loro organizzazione. Per questo ci siamo confrontati su come allestire con cura gli spazi: un ambiente caldo, tranquillo, condividendo qualcosa da mangiare, poteva diventare il presupposto per una conversazione autentica.
Il terzo elemento emerso riguardava l’atteggiamento degli operatori. Per evitare di ricadere in una dinamica gerarchica operatore–utente, era importante porsi in modo orizzontale, facendo sentire le persone competenti e capaci di organizzare attività anche in autonomia. Ci siamo quindi allenati a riconoscere gli automatismi di pensiero e gli stereotipi che spesso condizionano il nostro agire, affinando un ascolto attivo e non giudicante.
Circa a metà percorso si è avvertita l’esigenza di avere un confronto esterno ed è stato invitato a un workshop un ricercatore universitario, Eugenio Graziano (2). Con lui abbiamo avviato una riflessione sulla costruzione del soggetto definito dalle politiche “povero” e su come questa definizione abbia implicazioni disabilitanti per la persona. Dove sta il giudizio e il pregiudizio sulla povertà? Chi è povero? Com’è un povero? Sono adeguati gli standard che utilizziamo per queste categorizzazioni?
Abbiamo coltivato quello sguardo nuovo che cercavamo, per considerare chi si rivolge a noi come persona con cui dialogare e coinvolgere fuori dalla logica dei servizi.
IL LAVORO CON LE PERSONE
Il lavoro avviato nei workshop tra operatori è stato il terreno di prova che ha reso possibile il passo successivo, quello dell’incontro con le persone. Le simulazioni, le domande sperimentate e le riflessioni sul ruolo dell’operatore hanno preparato lo spazio per nuove relazioni, indicando una direzione chiara: non colloqui individuali, ma piccoli gruppi informali in cui il dialogo potesse nascere in modo più libero e spontaneo e le persone potessero iniziare a conoscersi tra di loro.
Gli operatori hanno iniziato a contattare i genitori dei bambini e dei ragazzi che frequentavano i servizi, invitandoli semplicemente a incontrarsi per una chiacchierata.
Gli appuntamenti sono stati fissati insieme, rispettando i tempi e le possibilità di ciascuno: a volte parallelamente alle attività dei figli, altre in momenti ad hoc. Non si trattava di riunioni strutturate, ma di prime occasioni per intrecciare fili e cominciare a tessere legami.
Fin dall’inizio è apparso evidente che costruire nuovi gruppi non fosse un processo immediato, né standardizzabile. Alcuni si sono mossi più rapidamente, altri hanno avuto bisogno di più tempo. La presenza degli operatori ha avuto un ruolo fondamentale: da una parte stimolare il dialogo e alimentare l’immaginazione collettiva su ciò che si può fare insieme, dall’altra fare da collante tra persone quando emergevano bisogni e desideri comuni. Ogni nuovo “ecosistema delle relazioni” è stato curato, alimentato con incontri e risposte veloci che hanno tenuto conto sia delle richieste concrete, sia di quelle che non avevano uno sviluppo operativo evidente.
I FRUTTI
Il passaggio all’autonomia, quindi, non è mai stato imposto: nessun gruppo è stato spinto a “staccarsi” prima del tempo, perché un distacco forzato avrebbe reso il percorso artificiale e rischiato di riprodurre un approccio direttivo, esattamente ciò che si voleva superare.
A poco a poco, man mano che le relazioni crescevano, sono nate attività auto-organizzate, supportate da un fondo appositamente destinato alle iniziative che necessitavano di risorse economiche.
Alcuni gruppi si sono dati appuntamento per pranzi informali, altri hanno messo in campo azioni più strutturate: un gruppo di mamme, ad esempio, ha organizzato merende nelle associazioni di quartiere per raccogliere fondi e finanziare attività comuni.
Da queste esperienze sono fiorite nuove idee e rilanci.
Alcune mamme, dopo aver partecipato a uno swap party organizzato dagli operatori, hanno deciso di riproporlo in autonomia, rendendolo un appuntamento rituale, atteso e riconosciuto, in cui scambiarsi vestiti, oggetti e soprattutto tempo insieme. Un altro gruppo ha invece avviato piccoli tutoraggi di guida per aiutarsi a vicenda a prendere la patente, trasformando un bisogno individuale in un’occasione collettiva.
Similmente, un gruppo di mamme non madrelingua ha richiesto incontri di potenziamento dell’italiano non solo per facilitare la vita quotidiana, ma anche con uno sguardo verso una futura collocazione lavorativa, evidenziando quindi un bisogno centrato sul miglioramento di competenze specifiche.
In un'altra zona, un gruppo di genitori che accompagnava i bambini a un corso di teatro ha espresso agli operatori un bisogno di natura più inter-relazionale: desideravano ritrovarsi per confrontarsi sulla genitorialità e contrastare la solitudine derivante dal poco tempo a disposizione per sé stessi. La proposta è stata raccolta dall’ente e sono state coinvolte figure professionali per affrontare temi specifici, rispondendo così a un’esigenza legata al sostegno emotivo e alla costruzione di reti sociali.
Anche la partecipazione alle feste di quartiere è stata un piccolo ma significativo passo: non si è trattato di una presenza numerosa, ma l’occasione di contribuire in vari modi — cucinando piatti tipici e dando supporto all’organizzazione. Beneficiando di spazi già messi a disposizione e conoscendo le realtà promotrici, è stato più facile candidarsi a dare una mano, senza il timore di muoversi da soli. Un segnale concreto di come la strada del mutuo aiuto possa crescere a partire da esperienze condivise.
TRAIETTORIE INATTESE DI EMPOWERMENT
L’atteggiamento ricorsivo del domandare, dell’ascoltare e del rilanciare, ripetuto e coltivato negli incontri lungo quasi due anni di progetto, ha fatto emergere potenzialità che spesso restavano nascoste nelle pieghe delle vite quotidiane.
In alcuni casi, il cambiamento è stato tangibile: alcune donne sono passate dall’essere partecipanti a diventare lavoratrici all’interno del progetto stesso, incarnando proprio quella possibilità di crescita personale e professionale che ReciproCittà si proponeva di favorire.
Un altro gruppo di donne, dopo aver curato il catering informale di alcuni eventi di quartiere, ha iniziato a immaginare che quell’esperienza potesse trasformarsi in un vero lavoro, inserito in un circuito territoriale del Terzo Settore.
Questi percorsi non erano stati previsti nella scrittura iniziale, ma hanno rappresentato impatti inattesi e preziosi, resi possibili dalla flessibilità di ReciproCittà e dalla capacità di lasciare spazio a traiettorie nuove.
PUNTI DI SVISTA
Con uno dei gruppi che ha risposto con maggiore entusiasmo alle sollecitazioni di ReciproCittà è nata un’esperienza particolarmente significativa: la realizzazione di una serie di video pensati come strumento creativo ed espressivo.
A partire da episodi realmente accaduti, le partecipanti hanno messo in scena brevi situazioni che raccontavano i diversi punti di vista su temi educativi, sociali e di convivenza quotidiana. La serie, dal titolo "Punti di Svista", è stata frutto di un lavoro corale che ha visto donne della comunità egiziana collaborare con donne italiane: la scrittura, l’interpretazione e la messa in scena sono state condivise e continuamente affinate insieme.
In questo modo non si è prodotto solo un racconto, ma si è delineato anche un livello nuovo di partecipazione: quello della produzione culturale collettiva. Al momento della stesura di questo testo, il gruppo sta ancora valutando se e come diffondere i video all’esterno, in un processo che conferma l’importanza di decisioni prese in modo condiviso.
IMPARARE AD ACCOMPAGNARSI
Un concetto che ben descrive ciò che è successo in ReciproCittà e che resterà come apprendimento per il nostro futuro lavoro è accompagnarsi (e non accompagnare).
Noi operatori sociali del Terzo Settore e della Pubblica Amministrazione accompagniamo le persone a leggere bisogni e a fare emergere desideri. Allo stesso tempo, le persone coinvolte ci accompagnano nello scoprire nuove pratiche di empowerment e di welfare generativo che escono dalla cornice tradizionale.
Perché ciò avvenga occorre guardare alle persone andando oltre il bisogno (senza per questo trascurarlo) e questo richiede a noi operatori del sociale un certo grado di disponibilità. Dobbiamo farci raggiungere oltre il tavolo dietro il quale spesso incontriamo “l’utente” e cestinare gli stereotipi e il senso del potere che inevitabilmente abbiamo di fronte a un povero.
Riconoscere l’altro come persona competente richiede di percepire noi stessi come “mancanti”: solo così diventa possibile non ricadere nella dinamica rassicurante del “NOI e LORO” e rinunciarvi. Solo questo continuo esercizio consente di creare relazioni meno asimmetriche tra operatori e “utenti”, allenandosi a “dimenticare” le posizioni reciproche di partenza, del perché ci si trova lì. Il non utilizzare un setting tradizionale, che per quanto ben studiato comunica spesso separazione e differenza e in alcuni casi lo ricerca, ci ha aiutato a smontare le dinamiche di potere tra chi ha ruoli diversi.
Delicatamente, come operatori abbiamo cercato di non turbare le dinamiche nascenti, pur consapevoli che le differenze tra “noi” e “loro” restavano, anche solo perché noi stavamo lavorando. La scommessa è stata dare meno peso a queste diversità per concentrarci sulla qualità della relazione, sul suo valore e sulle sorprese che poteva generare.
In ReciproCittà ognuno dei presenti poteva dire, proporre, lanciare la palla, passarla oppure stare in panchina. Un campo di relazione esiste se viene ritenuto di senso da chi lo costruisce e quando accade tutto è concesso.
Se mi trovo lì è perché mi piace, mi serve, mi fa stare bene, sono motivata o motivato, vedo prospettive, avverto un senso nel partecipare.
Ci siamo posti su un piano largo, curioso e creativo, capace di far emergere competenze, interessi e passioni delle persone, che così si affrancavano dall’etichetta riduttiva di “poveri” e potevano mostrarsi — prima di tutto a se stesse — sotto una luce diversa.
Spostando il focus e lasciando da parte per un momento la dimensione dei problemi per stare su aspetti più leggeri, potevano emergere quei lati identitari che in un colloquio operatore/utente vengono nel migliore dei casi nominati, ma mai esercitati.
Partecipare a un’esperienza al parco, in gita, in una festa di quartiere, fa invece entrare in un contatto autentico, profondo, in una dimensione di riconoscimento e rispetto che va oltre le asimmetrie e permette di esplorare strade inaspettate per “fare assieme”, ricevere o dare aiuto. Nello spazio di un incontro, la preoccupazione per le proprie mancanze lasciava così il posto alla ricerca di ciò che si poteva costruire insieme.
Un altro percorso di accompagnamento è stato quello reciproco messo in atto tra operatori di diverse organizzazioni durante i workshop e le équipe mensili. Una continua opera di invenzione, sintonizzazione e ridefinizione del nostro lavoro sociale.
COSTRUIRE INSIEME I LUOGHI
ReciproCittà ci ha richiesto, inoltre, un lavoro di riflessione e confronto sul modo in cui i luoghi prendono vita nel concreto, perché una relazione/reazione necessita sempre di un luogo in cui costituirsi/costruirsi.
Nella maggior parte dei casi, gli incontri sono avvenuti in ambienti connotati, ad esempio un ufficio di un ente del Terzo Settore, una sala dedicata ad attività strutturate o anche un cortile, una piazza o un parco pubblico, che portano comunque con sé regole e aspettative reciproche di ruoli e comportamenti che incidono direttamente sulla qualità delle relazioni.
Il lavoro che ci siamo trovati a fare e disfare man mano è stato dunque anche ripensare gli spazi dove avvenivano le pratiche per lasciarli rimodellare a chi quei luoghi li stava vivendo e attivando.
Destinare luoghi e tempi all’iniziativa libera delle persone ha inizialmente creato un senso di smarrimento, ma ha permesso di trovare affinità tra spazi, desideri e possibilità. Aprire luoghi normalmente ad uso lavorativo o animare piazze e cortili con iniziative dal basso ha modificato la percezione dei luoghi, trasformandoli in contesti funzionali alla costruzione di relazioni orizzontali.
In questo senso, i luoghi non sono solo contenitori, ma strumenti metodologici attivi: il setting fisico facilita la partecipazione, permette il confronto e la collaborazione, e sostiene il passaggio dall’incontro informale all’azione collettiva.
Solo l’esperienza ripetuta nel tempo, però, può risignificare un ambiente, dargli nuovo senso: un luogo “comune” non può però essere progettato a priori, ma si manifesta nel significato individuale che ciascuno gli attribuisce e nell’irripetibile matrice delle relazioni che vi accadono. “Complicare è facile, semplificare è difficile” diceva Bruno Munari.
Se si riesce, con un lungo lavoro di decostruzione e ricostruzione collettiva delle “regole del gioco”, a pensarsi tutti “titolari” di uno spazio comune in cui è possibile rendere reali e concrete alcune cose, è possibile anche una diversa spartizione del “potere” tra i e le partecipanti.
LE CRITICITÀ
Per noi operatori, essere partecipativi implica mettersi in gioco nell’ascoltare davvero le persone con cui ci si relaziona.
Ci sono diversetrappole in cui si rischia di cadere che vanno dal “le famiglie le conosciamo e quindi sappiamo già quello che vogliono” all’“esprimono bisogni che sono un po’ sempre quelli: cibo, doposcuola, casa, lavoro…”.
A volte si ha paura di mettere in difficoltà le persone chiedendo di condividere tempo e risorse, a volte si pensa erroneamente che i servizi erogati siano sufficienti come percorsi di emancipazione sociale.
Un altro rischio è quello di incanalare i bisogni e i desideri esplicitati dai cittadini nei pacchetti di attività e servizi che i nostri enti già offrono, una sorta di “desidera ciò che ti dico io” che scade nel paternalismo.
Le resistenze ad adottare un nuovo punto di vista talvolta hanno interessato anche le persone. Un esempio emblematico riguarda un gruppo che ha avuto bisogno di un accompagnamento prolungato prima di riuscire a organizzarsi autonomamente con l’uso di una chat collettiva, ad amministrarla e a popolarla di proposte che partissero da loro e non dagli operatori.
L’ultima criticità che rileviamo riguarda la difficoltà, non del tutto superata, nel coinvolgere i padri; la partecipazione nei gruppi è stata essenzialmente femminile e i papà hanno aderito in pochi casi e per lo più in modo sporadico.
LA NASCITA DI ALLEANZE INEDITE
ReciproCittà ha favorito negli operatori e negli enti del Terzo Settore la capacità di guardare alle persone come scintille vitali, portatrici di risorse e capaci di acquisire potere se loro ceduto, sviluppando approcci come l’ascolto attivo, lo stupore, le domande autentiche, le risposte co-costruite.
Questo ha aiutato a costruire delle alleanze inedite che hanno coinvolto utenti, cittadini, operatori: la reciprocità funziona se c’è una rete estesa ed eterogenea di soggetti che collaborano per realizzare i desideri esplicitati o scoprire nuove opportunità interessanti e mai considerate.
Questa rete è tanto più solida, quanto più è caratterizzata dalla diversità sociale, con una mixité di ceti, origine ed età, che genera una conoscenza reale dell’altro, contro le narrazioni omologanti.
La costruzione di queste nuove forme è stata possibile grazie a un tempo progettuale più lungo rispetto a quello per la produzione di servizi scalabili, dovendo curare un processo relazionale strettamente connesso al contesto.
NUOVE DOMANDE
L'esperienza di ReciproCittà ci richiama ad un tema più ampio che esprimiamo con questa domanda: come uscire da una logica omologante e modellizzante della società?
Forse possiamo imparando a “stare nell’indeciso”, nel qui e ora di quello che succede, nel continuare a riprogettare, in quella confusione generativa che consente di aderire a tutto ciò che emerge dagli operatori e dalle persone, scompaginando i pregiudizi i pre-concetti del nostro ambiente.
(1) QuBì è stato promosso da Fondazione Cariplo con il sostegno di Fondazione Vismara, Intesa Sanpaolo, Fondazione Romeo ed Enrica Invernizzi, Fondazione Fiera Milano e Fondazione Snam in collaborazione con il Comune di Milano.
(2) Assegnista di ricerca all’Università di Milano Bicocca - Dipartimento di sociologia e ricerca sociale. I suoi interessi di ricerca spaziano dal welfare locale, ai processi di impoverimento e alla governance del welfare e al governo della povertà.
Testo a cura di:
CHIARA BASSO(Cooperativa Cascina Biblioteca) - Progettazione, coordinamento, operatrice, GIOVANNI BERTALLI (Cooperativa Ripari) - Progettazione, coordinamento, operatore, ALICE BESCAPÈ (Calypso APS) - Progettazione, facilitazione, ELISABETTA BOCCHINO (Mirmica ETS) – Facilitazione, ANNA MONTI (Comin Cooperativa Sociale di Solidarietà) - Progettazione, coordinamento, operatrice, LUCA ROSSETTI (Cooperativa B-CAM) - Progettazione, coordinamento, operatore









