15. Io educatrice racconto / di Mariasole Fasano

Camminando nei giardini del dubbio, in carcere

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Questa è una storiache nasce in un pezzo di mondo (nemmeno tanto piccolo) che abbiamo cancellato, gettato lontano e con cui non vogliamo più avere niente a che fare.

È un posto che ci fa paura, ma per alcuni ha anche un grande fascino, il fascino del proibito, della ribellione.

Ci stanno quelli che hanno fatto dei casini, a volte molto grossi, ma pure quelli che “nella capa loro” li vorrebbero aiutareo li vorrebbero punire, oppure stanno lì e non sanno neanche perché, ci sono capitati per sbaglio in quel posto e adesso comincia a stargli stretto pure a loro.

È un posto di rumori forti, di porte pesanti che si chiudono sempre, di voci alte, di polvere e di odore di minestra ogni mattina. Ma pure di risate, di abbracci e di silenzi. Di occhi che si dicono tutto senza parlare e che ti possono portare molto lontano se solo hai la pazienza di incrociarli e non abbassare lo sguardo.

Io faccio l’educatrice in carcere (o come si dice ora “funzionario giuridico-pedagogico”). Lo faccio proprio, nel senso che la costruisco, l'educatrice che sono, ogni mattina quando varco la soglia senza sapere quello che è successo o quello che succederà. Ansiosa di vedere chi è entrato e chi è uscito (dopo tutte le relazioni che scrivo), quando riesco a sfangare tutta la burocrazia e le riunioni, entro “dentro” e vado ad incontrare la gente, che è quello che più mi piace fare.

Alcuni sono miei compagni di viaggio da quando sono arrivata, i miei colleghi psicologi, poliziotti, psichiatri. Perché mentre i detenuti vanno e vengono noi siamo sempre là a vedere “che si può fare”, a risolvere i problemi (pure a crearli qualche volta), a cercare quella “domandina” che deve essere autorizzata e puntualmente non si trova.

Il carcere è quella cosa che quando ne parli fuori tutti vorrebbero sapere i particolari (“ma mangiano tutti insieme? Ma sono vestiti tutti uguali? Ma possono uscire dalle celle?”) e dopo che cerchi di spiegarlo nessuno sembra aver capito. Il carcere è e resta di chi lo abita nel bene e soprattutto nel male. Lo hanno relegato nelle periferie e là è rimasto, lontano dal traffico, dalla gente, nascosto dietro a muri alti e imponenti.

E poi ci sono loro, il vero motivo per cui siamo tutti lì: i detenuti. Anime sole, ciascuna con una storia che chiede di essere ascoltata. E a volte non te la vogliono nemmeno raccontare, perché lo sanno che forse conosci il carcere, ma non sanno se la vita fuori la conosci in tutte le sue forme e la puoi comprendere. È per questo che, per quanto mi riguarda, io cerco solo di esserci, di farmi trovare quando mi cercano, perché in alcuni momenti abbiamo bisogno che ci sia qualcuno che non ci dica nulla e magari ci accarezzi anche solo con lo sguardo.

E camminando nei giardini del dubbio ho iniziato ad incontrare certe piante che sembrano morte e un giorno ti svegli e sono ricoperte di fiori bellissimi, ed altre tanto striminzite che non sai più a che specie appartengano e che un giorno ti sorprendono con nuovi germogli. E ho visto persone fare tanto male e le stesse persone fare del bene perché sono persone, essenzialmente, soprattutto nella capacità di poter essere diverse.

E così ho cominciato a percorrere strade tortuose e spesso sdrucciolevoli e ho abitato il regno delle sfumature e delle possibilità, accorgendomi nei momenti più difficili di essere più vicina all’essenza della vita, a tutto ciò che non ha sovrastruttura, spogliato dagli orpelli. E tutto questo grazie a chi mi ha voluto mostrare anche per un solo attimo la profondità di quello che provava in quei momenti in cui lontano da tutti si cerca se stessi.

E ho capito l’importanza delle cose piccole ed il valore delle parole che ho imparato a scegliere con attenzione e delicatezza, ma sempre con onestà.

(Dedicato a tutti coloro che fra il dentro e il fuori hanno imparato che per superarli, i confini, bisogna prima guardare negli occhi le persone, a chi cerca un senso nell’insensato, a chi ricostruendo vasi rotti si accorge che ha in mano pezzi di mare e di cielo e non cocci inutili. Alle anime belle che continuano a cercare e a cercarsi e quando si trovano arriva il Domani).

Mariasole Fasano*

*educatrice professionale, funzionario giuridico-pedagogico in carcere

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IL PROGETTO EDITORIALE 
In vista dell’AGORA' DELLE EDUCATRICI E DEGLI EDUCATORI (da giovedì 25 a sabato 27 maggio) la rivista Animazione Sociale ha avviato una raccolta di testi. Ti chiediamo di raccontare la tua professione di #educatrice/#educatore? Nei servizi, a scuola, nelle comunità, in strada, nelle carceri, nelle case, negli ospedali, nelle mille altre scene educative? In poche righe o con un testo più articolato.

Raccontare quello che vivi e vedi stando accanto alle storie, le riflessioni che come équipe fate, le domande che ti porti a casa la sera o a fine turno la mattina, le riflessioni che senti importante condividere oggi perché la dignità della professione educativa sia maggiormente riconosciuta.

INVIA ANCHE TU IL TUO RACCONTO (animazionesociale@gruppoabele.org). La rivista si occuperà di rilanciare sui canali social e nel blog sul sito.

Se desideri partecipare all’AGORA' DELLE EDUCATRICI E DEGLI EDUCATORI (online o in presenza a Torino) iscriviti qui: https://www.animazionesociale.it/it-schede-3372-dignita_del_lavoro_educativo


 

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