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Oggi tutti capiamo cosa significa essere guardati da lontano – Riflessioni sulla disabilità

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Rognoni Francesca Educatrice
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Fin dall'antichità, in molte società alcuni corpi erano lasciati al margine, nessuno li voleva né vedere né sentire. Erano corpi definiti "mostri", "streghe", toccati dal "castigo divino", erano lo "scherzo della natura"… insomma erano corpi mancanti di qualcosa che venivano attribuiti al brutto, allo sbaglio, al fenomeno da baraccone.

Nel corso della storia gli studiosi hanno definito dei regimi attraverso i quali venivano percepite e socialmente collocate le persone con delle menomazioni: regime dell'eliminazione, regime dell'abbandono, regime della segregazione, regime dell'assistenza, regime della discriminazione.

La disabilità ai giorni nostri è ormai socialmente accettata, ci sono strutture che svolgono per questi ragazzi, uomini e donne, una funzione educativa, assistenziale e di cura, abitazioni organizzate per supportare lo sviluppo e il mantenimento dell'autonomia, ci sono iniziative per il tempo libero… insomma, le cose sembrano essere cambiate.

Mi chiamo Francesca, ho 24 anni e lavoro come educatore professionale in un Centro Diurno Disabili. Amo il mio lavoro, amo condividere il tempo con gli altri.

Educatore. È un mestiere che, molto spesso, porta con sé domande banali: Quindi educhi? Fai la maestra? Insegni?

No, di fatto non educo, non insegno e non faccio la maestra. Piuttosto, con il mio lavoro sono io a imparare.

Con i ragazzipasseggiamo tanto. In centro città, al parco, al centro commerciale. Lo facciamo per sensibilizzarli all'incontro con l'altro, e forse anche normalizzare l'incontro dell'altro con loro. La gente per lo più ci guarda, ci sorride – timidamente, forse con imbarazzo – ma difficilmente qualcuno si avvicina. Una sottile linea di distanza di sicurezza.

Mi sono sempre chiesta perché, ma non mi sono mai risposta.

Oggi, con l'emergenza sanitaria che viviamo, tutti possiamo provare sulla nostra pelle cosa significa essere guardati da lontano, non essere toccati, non essere abbracciati, non essere liberi di uscire e fare una passeggiata. Oggi tutti possiamo capire la difficoltà che si prova quando siamo al supermercato e le persone ci stanno almeno a un metro di distanza, quando la gente ci guarda stranita perché abbiamo fatto uno starnuto, oggi tutti possiamo capire cosa significa vivere "un corpo negato".

Possiamo dire che i nostri corpi siano "perfetti" perché senza alcun tipo di menomazione, ma in questo momento di necessarie e utili restrizioni sono state ridimensionate la libertà fisica e la libertà di scelta, trasformandoci tutti in estranei divisi da una linea di sicurezza immaginaria.

L'epidemia passerà e torneremo alla nostre vite, ma ci porteremo dietro gli effetti di questo tempo sospeso. Forse le nostre prospettive saranno cambiate, così come i nostri obiettivi, e forse avremo compreso il valore dei nostri corpi e quanto possa essere difficile convivere con un corpo non riconosciuto, respinto.

Forse finita questa epidemia, saremo tutti più umani.

Forse, saremo tutti più portati ad abbracciarci, a toccarci e a starci vicini.


 
  

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