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Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma

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Di Nardo Anna Pedagogista e antropologa
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È difficile, tanto, troppo difficile scrivere in questi giorni, in queste ore
le parole si confondono, si sfumano l'una sull'altra, schivando il desiderio di stare ferme sulla carta
sono inquiete e ribelli come bambini stanchi,
vivide e taglienti come il virus che assale e sale verso il nostro cuore.

Penso a infiniti pensieri, a infinite persone, a infiniti luoghi
e un alfabeto mi sembra troppo poco per osar la scelta di cosa dire
di come raccontare un tempo mai vissuto
giorni eterei e mari di minuti incerti,
pioggia densa di paura che ti si incolla addosso senza vergogna
e che ti rende nudo.

Penso a Elisea che piangeva dal balcone
che non suona le campane, che non va al mercato
e che mi getta lacrime come bombe, neanche in tempo di guerra.
Avrei tanto voluto piangere con lei.

Penso ai genitori che si ritrovano con violenza al centro del loro ruolo,
che si affannano a raccogliere incubi e insulti,
a sopportare la frustrazione, la voglia di una corsa o di una pacca dell'amico
a riorganizzare tempi e spazi, pause e presenze,
ad essere insegnanti, educatori, allenatori e compagni
ma che spesso si sentono i Signor Nessuno
con il mondo dentro e fuori che martella senza sosta.

Penso ai miei ragazzi, a quelli che vivono questo tempo grigio in una casa vuota
con i tasti tra le loro mani a colmare il vuoto
ad immaginarsi a sparare verso tutto e tutti
perché la rabbia sospenda la paura.
Penso alle vicinanze, ai pianti e ai messaggi audio senza senso,
alla fatica di restare accanto quando tutto chiama alla distanza
alla fatica di restar distanti quando tutto chiama alla presenza,
agli equilibri rotti senza che nessuno raccolga i cocci.

Penso a tutti i luoghi che si riempiono di assenze
alle macchinette dei caffè senza la loro pausa quotidiana
ai cortili delle scuole che attendono palloni e grida
ai campanelli che non vengono suonati
alle soglie che rimangono serrate.

Penso ai bambini, penso agli anziani
penso alla consapevolezza e alla spensieratezza
e mi sento colpevole in qualche modo:
il mondo si ammala e per forza c'entro anch'io.

Ora che la morte è apparsa sulla scena portando con sé il terrore
mi ritrovo a stringere forte i braccioli della poltrona
ad ansimare anch'io come il mio vicino,
tra note cupe che tolgono il respiro.
Ma quando cessa la paura? Ci sarà la svolta prima che il sipario cali?
L'esperienza insegna che c'è il momento in cui si tira il fiato:
arriva quando ci si accorge di quali mutamenti la paura accompagna,
di quali gusci schiude percuotendo,
di quali nuove vite dà alla luce.

Solo alla fine penso a me dentro a tutto questo
con il respiro ancora chiuso in gola e le mani strette sopra gli occhi,
sul crinale del prima e dopo, con le parole pronte a sostenermi
per andare oltre, per accettare la perdita di ciò che ero,
per accogliere quella che sarò
come madre come figlia come moglie e come educatrice
non più spettatrice ma attrice di possibilità inesplorate
con copioni da riscrivere e reinterpretare,
affinché tutto si trasformi e nulla si distrugga.

 
  

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