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#voicomenoi pensano i ragazzi degli educatori

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#andràtuttobene: lo vediamo scritto dappertutto e noi operatori, in comunità, lo ripetiamo tutti i giorni ai nostri ragazzi: "State tranquilli, andrà tutto bene e se tutti facciamo la nostra parte, questa situazione finirà presto".

Presto… ma quando presto? Come fai a tranquillizzare qualcuno quando nemmeno tu sai di che cosa stai parlando e che cosa tutto questo significhi davvero?

#iorestoacasa: certo, lo diciamo a loro e lo facciamo noi per primi quando torniamo dalle nostre famiglie, perché non vorremmo essere portatori di contagio ai nostri ragazzi già costretti a vivere in comunità. E di più, obblighiamo loro a non uscire perché vogliamo anche proteggere le nostre famiglie che stanno a casa e non devono essere esposte a maggiori rischi di contagio perché noi continuiamo a lavorare.

#magaripotessirestareacasa: a noi non dispiacerebbe restare a casa con le nostre famiglie, ma il nostro lavoro è diverso, qualcuno pensa sia "speciale". Per noi in realtà è un lavoro come un altro, che abbiamo scelto e del quale accettiamo il bello e anche, come in casi come questo, il brutto. E cerchiamo di riderci sopra, di ironizzare su un surreale modo di fare gli educatori mantenendo la distanza dai ragazzi, facendo riunioni telematiche, misurandoci la febbre e lavandoci cento volte le mani.

Sicuramente non è facile e sicuramente noi operatori stiamo in ogni modo cercando di rendere le giornate in comunità serene e leggere e se per i nostri ragazzi questo posto è normalmente vissuto come un carcere, oggi lo è diventato davvero.

"Non posso uscire, non posso incontrare gli amici/il fidanzato, non posso vedere i miei genitori nemmeno in quei pochi momenti che mi era permesso vederli; ma soprattutto sono costretto a stare tutto il giorno dentro la stessa casa, sempre insieme a tutti gli altri! Per fortuna ogni tanto posso chiudermi nella mia stanza e stare da solo con i miei pensieri e la musica nelle orecchie, come farei se fossi a casa mia, come tutti voi".

Queste sono le frasi che ricorrono ultimamente nei discorsi dei ragazzi. Alcuni di loro avrebbero potuto incontrare i genitori per la prima volta proprio in questi giorni e invece tutto è stato rimandato a data da destinarsi. E non c'è nemmeno più quel momento tutto loro con i loro psicologi che ogni settimana ascoltavano la loro tristezza e le loro angosce, e li aiutavano a sopportare il peso di essere lontani da casa.

Ma c'è anche chi, forse un po' cinicamente, trova tutto questo interessante: l'idea che noi che viviamo fuori dalle comunità, in questo momento, ci troviamo a provare quello che i nostri ragazzi provano da mesi, se non addirittura da anni! Essere costretti a stare lontani dai nostri affetti, dai nostri parenti, dai nostri amici.

Oggi noi tutti, a causa di un virus, siamo costretti a stare un po' "in comunità".



 
  

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