Attivismo è parola sempre più usata per qualificare il proprio agire in questi tempi bui. Nasce dal sentire sulla pelle tutta l’ingiustizia del mondo, esito di un capitalismo neoliberista ormai indifferente alle sorti dell’umanità. E dal riconoscere che, se noi lillipuziani non abbiamo il potere dei giganti, non per questo ne siamo privi. Un potere lo abbiamo e sentiamo che è il momento per metterlo in gioco. Tanti lo stanno facendo; la vicenda della Global Sumud Flotilla, la più grande missione civile internazionale via mare della storia, ne è stata testimonianza.
Ma il concetto di attivismo oggi è da precisare. Perché se l’obiettivo di chi si riconosce in questa categoria dell’agire è quello di cambiare, foss’anche di un millimetro, le strutture di disuguaglianza e oppressione che governano la società, allora non può essere un attivismo narcisista, digitale, giocato in competizione con quello degli altri, come spesso accade. Quello che oggi serve è un attivismo consapevole (che studia, produce dati e conoscenze), collettivo (che si fa con altri), analogico (che buca la bolla delle piattaforme e produce effetti nel reale), intersezionale (che unisce le lotte) e visionario (che osa immaginare un tempo radicalmente diverso).
Si fa spazio un attivismo capace
di non limitarsi a manifestare
contro ma partecipare per
Un attivismo che sa che la vita non è regolata da competizione, ma da connessione e interdipendenza. Smarcandosi quindi dalla narrazione dominante che ci vuole individui in lotta per la sopravvivienza.
Un attivismo che sa che il tempo e le energie oggi vanno soprattutto investite nel generare nuove comunità, nel ricostruire reti di prossimità e di mutuo aiuto. Contrastando nel quotidiano quel paradigma individualista che ci vuole soli e quindi deboli.
Un attivismo che sa narrare i soggetti non come monadi ma come fili che, se si annodano tra loro, possono dare forza al tessuto sociale e contribuire a una democrazia che non si accontenti della libertà, ma pretenda ancora di affiancarla con la giustizia sociale.
Un attivismo che non si limita a raccogliere like nel digitale dove i dispositivi del capitalismo cognitivo stanno operando una distruzione sistematica della capacità di attenzione, ma aggrega corpi e menti perché si torni capaci di sostare insieme nella complessità, cercando di coinvolgere in una visione di bene comune i tanti che hanno introiettato l’esclusione come destino.
Un attivismo che non si limita a manifestare contro, ma partecipa per. Che più che «blocchiamo tutto» dice «vogliamo tutt’altro», come recitava un poetico striscione nelle manifestazioni studentesche per Gaza.
#editoriale ~ p. 1
"Vogliamo tutt'altro": l'attivismo in tempi bui
#vignetta ~ p. 5
Sforzati di più
by Mauro Biani
critica dell’attivismo digitale ~ p. 6
Fare attivismo oggi
Se anche la ribellione rischia di diventare merce
Intervista a Fabrizio Acanfora a cura di Roberto Camarlinghi
se i bambini hanno diritti ~ p. 19
Stare oggi dalla parte dei minori
Come i servizi sociali possono tutelare il preminente interesse dei minori
di Gianni Garena
pratiche pedagogiche ~ p. 33
Narrarsi adolescenti in laboratori espressivi
Un laboratorio di fotografia nel servizio sociale dell’Unione Colline Matildiche (RE)
di Sara Chinca
i percorsi dell’aiuto ~ p. 47
Il servizio sociale nel contrasto alla povertà
Modalità di lavoro sempre più integrate, riflessive e dialogiche
di Noemi Imprescia
rigenerare comunità competenti ~ p. 56
Per un paradigma comunitario del welfare locale
Come un territorio può riprogettare il suo benessere: l’esperienza della Valdinievole (Pt)
di Stefano Lomi
diari di viaggio ~ pp. 63 / 73
* L’amministrazione di sostegno come pratica di resistenza Tarcisio Plebani
* Sognare l’altro come strumento educativo Nicole Manfrin
* E se ascoltassimo i sogni delle persone con dipendenze? Mariella Lo Vecchio
* Noi umani che ci allontaniamo dalla Terra testo di Ailton Krenak Copertina di Guido Scarabottolo
FOCUS ~ pp. 74 / 96
Quale educatore accelera le autonomie?
Nuovi posizionamenti professionali sulla scena educativa
A cura di Luca Cateni, Michele Santi, Marco Tuggia
L’autonomia chiede incontro con il reale
Evoluzioni di un servizio di appartamenti educativi
E se da educatori iniziassimo a non esserci?
Elogio dell’«assenza» dell’educatore
Educare tra ricerche ed eresie
Ritrovare la capacità di innovazione educativa dentro le istituzioni
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