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Abbiamo un problema: il futuro. Ce lo ha ricordato il Censis nel suo ultimo Rapporto (il 57°). Siamo un Paese «sonnambulo», cieco dinanzi ai presagi, come la crisi demografica.
In vent’anni abbiamo perso quasi 3 milioni di giovani. Nel 2050 si stimano quasi 8 milioni di persone in età attiva in meno: una scarsità di lavoratori che avrà un impatto inevitabile sull’economia e sul welfare (pensioni, sanità, sociale, scuola). I giovani sono pochi, esprimono un peso demografico leggero, inesorabilmente contano poco. Non sorprende dunque se l’Italia continui a essere un Paese di emigrazione (sono più di 5,9 milioni gli italiani attualmente residenti all’estero), più che di immigrazione (sono 5 milioni gli stranieri residenti nel nostro Paese). Con una perdita di competenze enorme.
Chi ha meno di 30 anni ha trascorso tutta la propria esistenza in un Paese con debito pubblico superiore al prodotto interno lordo: cioè ha visto la società in cui è nato e cresciuto vivere a debito, a spese del domani. Si trova inoltre in un Paese con domanda di spesa pubblica per la componente anziana destinata a aumentare.
«Tutto questo imporrebbe ancor più che in passato di mettere le nuove generazioni al centro dei processi di crescita del Paese. Ed è proprio questo ruolo che manca e che i giovani in Italia sentono di non veder riconosciuto», scrive Alessandro Rosina, demografo, nel numero monografico La giovane Italia («il Mulino», 4, 2023), curato da Francesco Ramella e Sonia Bertolini. Da tempo il nostro Paese mostra disinteresse per la diminuzione quantitativa e preparazione qualitativa delle nostre ragazze e ragazzi. Ciò espone maggiormente i giovani italiani, rispetto al resto d’Europa, al rischio di diventare Neet (gli under 30 che non studiano e non lavorano). «Ma a lungo andare il disinvestimento del Paese sui giovani diventa un boomerang. Non solo perché senza rinnovo generazionale qualsiasi collettività è destinata al declino, ma anche perché a un certo punto sempre più giovani rinunceranno a investire sul Paese».
Insomma se un Paese non investe sui propri giovani, i giovani non investiranno sul proprio Paese. Chi potrà progetterà altrove il proprio futuro. E non è una scelta che farà bene al futuro dell’Italia. Forse non è neanche una scelta.
I giovani sono pochi, esprimono
un peso demografico leggero,
inesorabilmente contano poco.
editoriale ~ p. 1
Abbiamo un problema: il futuro
vignetta ~ pp. 4-5
Chi è il bullo?
By Mauro Biani
poetica pedagogica ~ pp. 6-19
A lezione di sguardo dai bambini
Per una pedagogia povera o della meraviglia
Intervista a Antonio Catalano a cura di Roberto Camarlinghi e Lucia Bianco
cittadinanze possibili ~ pp. 20-24
Quanto sono perturbative le reti sociali?
Nel sostenere vite ai margini le reti non devono solo accogliere, ma perturbare
di Ivo Lizzola
outdoor education ~ pp. 25-40
L’esplorazione urbana come pratica educativa
Visitare luoghi abbandonati, dimenticati, nascosti
di Paolo delli Carri
contrasto alla povertà ~ pp. 41-50
Accompagnare storie di marginalità sociale
Per un salto di qualità nell’organizzazione dei servizi
di Giacomo Invernizzi
tra tecnica, politica e cultura ~ pp. 51-56
La dignità del lavoro sociale
Carta attiva e (pro)positiva per rigenerare professioni e organizzazioni
Testo collettivo del Consiglio Nazionale del CNCA (Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti)
diari degli operatori ~ pp. 57-66
focus ~ pp. 67-96
Genitorialità fragile: sostenere con cura
Testi di Enrico Quarello, Virginia Balocco, Marianna Giordano, Elisabetta Novario, Francesco Vacirca
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