Editoriale
In quest’epoca spazzata da populismi e solcata da tribalismi («Il nuovo tribalismo – ha scritto il grande sociologo Richard Sennett – combina la solidarietà con i propri simili e l’aggressività contro chi è diverso» ) vengono in mente le parole di Gustavo Zagrebelsky sulla Costituzione: «Ciò che ci siamo dati da sobri a valere per i momenti in cui siamo ubriachi».
Così, per restare umani in un Paese che da qualche tempo respinge chi cerca aiuto e criminalizza chi offre solidarietà, ci si aggrappa ai valori della nostra Carta, scritta da chi aveva visto in prima persona l’Europa distrutta da populismi saliti inizialmente al potere con il voto democratico.
E tuttavia ci si accorge con un brivido che le garanzie della Costituzione reggono sempre meno, in tempi dove chi governa ha la pretesa di incarnare la volontà del popolo, e dove la narrazione populista è veicolata a ciclo continuo dai social media, a colpi di fake news e immagini manipolate.
Ecco, proprio la comunicazione dei social media è ciò che oggi sta ubriacando le menti e i discorsi. Con un’accelerazione impressionante e con rischi per la democrazia, se è vero che metà della popolazione si informa tramite Facebook.
“Populismi e tribalismi hanno nei social la loro cassa di risonanza.
Come far valere un’altra narrazione?”
I social media, da strumento paritario e democratico di condivisione, si sono ormai trasformati in «palazzi degli specchi», nei quali ciascuno cerca e trova solo conferme alle proprie opinioni, e vede riflessi solamente se stesso, la propria rabbia e il proprio malessere.
La verità diventa post verità, i fatti oggettivi sono meno influenti degli appelli a emozioni e credenze nel formare l’opinione pubblica.
Si gioca qui oggi una sfida culturale grande per tutti i nostri mondi chiamati a fare società.
Editoriale
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