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Ma cosa ci fa quella vecchietta in giro? – Voci dei ragazzi in comunità

shoes-3841171_1920di Matilde Gatti |

Ero in turno quella lontana domenica del 23 febbraio in cui è stato bloccato tutto. È iniziata come una giornata come tante altre. Solita sveglia dei ragazzi: chi per fare qualche ora a casa, chi per fare colazione, chi per assolvere ai propri impegni previsti per la mattinata.

Qualcosa di diverso era nell’aria. Già nei giorni precedenti si parlava di questo virus che si stava diffondendo. Prima di pranzo accendiamo la televisione per seguire il telegiornale, com’è abitudine di un ragazzo molto interessato all’attualità. Ecco le prime notizie che accennano alla possibile chiusura delle scuole. Naturalmente i ragazzi erano già gasati prospettando la loro bella settimana di vacanza! Cerco di contenerli dicendo che non c’è ancora niente di certo.

Naturalmente nell’arco del pomeriggio mi mostrano diecimila messaggi di compagni che scrivono sul gruppo di classe della chiusura delle scuole, ma restiamo in attesa del comunicato ufficiale che arriva in serata.

La sera, straordinariamente, si siedono tutti a guardare il telegiornale un po’ entusiasti per la chiusura delle scuole e un po’ confusi per la situazione. Tanto che al cambio turno con l’educatore, che avrebbe dovuto fare la notte, uno dei ragazzi gli chiede subito se è informato sulle vicende, se sta bene, se si è lavato le mani, perché in televisione dicono di lavarsele spesso.

Nei giorni successivi si inizia a spiegare loro che vista l’emergenza sanitaria, oltre a non poter andare a scuola, non possono nemmeno uscire con gli amici. Non si tratta di una vacanza ma di una situazione emergenziale.

Nelle prime settimane sorprendentemente il clima resta molto positivo. La fortuna è che si ha a disposizione uno spettacolare giardino e che è sempre bel tempo. Quindi la routine si trasforma in mattinate di riposo e pomeriggi di gioco all’aperto tra partitone di carte al gazebo, sfide all’ultimo sangue di schiaccia-sette (trasformato in schiaccia-cinque per l’imbranamento generale) e serate con film tutti insieme.

Da una settimana di chiusura diventano due, poi tre e poi fino a un tempo indeterminato. Si inizia a cercare di capire e fargli capire che tutto cambierà per un arco temporale ancora indefinito.

La scuola cambia forma, anche se fatta da casa non è uno scherzo né un gioco: i compiti sono importanti e le scadenze vanno rispettate, ad alcuni si sta cercando di farlo capire ancora oggi. Le lezioni si trasformano da frontali a mediate da un apparecchio multimediale. Ci è voluto un grande apporto tecnologico degli educatori per la creazione di sufficienti postazioni per tutti: per una struttura residenziale per minori non è facile far partecipare a lezioni online più ragazzi contemporaneamente. Un ragazzo, dopo il primo giorno di lezione virtuale, mi dice “sai Matilde, io quasi quasi preferivo andare a scuola, almeno lì c’erano i miei amici e facevamo casino, la lezione era meno noiosa”.

Le uscite prima si riducono e poi si annullano, sia quelle con gli amici sia quelle con i genitori. Una delle parti più difficili e sofferte di questa “quarantena”. Spesso nella frenesia del quotidiano si perde di vista quanto possa essere difficile per un genitore con un figlio inserito in questa tipologia di servizi, che lo vede durante incontri a scadenza settimanale o mensile, non sapere tra quanto tempo potrà rivederlo.

Così all’emanazione del decreto dell’8 marzo, all’ultimo incontro con un genitore mi sento dire: “Non ho fatto figli per lasciarli in giro e non mi perdonerei mai se succedesse qualcosa a mio figlio mentre io sono lontano e non lo perdonerei nemmeno a voi!”. Come biasimarlo? Come non comprendere la sua sofferenza nel non sapere cosa succederà e quando potrà riabbracciare suo figlio? Naturalmente la scelta non è nostra, ma come non accogliere tutta questa dimensione e non comprenderla umanamente e professionalmente?

Lo stesso aspetto cambia dal punto di vista dei ragazzi: chi dice che riesce a sopportare la cosa “perché io non sono nostalgico, e comunque con i miei amici e i miei genitori mi posso sentire tutti i giorni in videochiamata” e chi invece i primi giorni ha subito acconsentito al non vederli perché “io il bus per andare dalla mamma non lo prendo, con tutta la gente che c’è a bordo magari mi prendo il coronavirus” ma nei giorni successivi mi racconta che “un po’ mi manca e vorrei trascorrere un po’ di tempo con lei e mio fratello”.

La restrizione sulle uscite si trasforma nel controllo su quelle degli altri. Nella prima domenica di blocco totale un ragazzo mi chiede “Maty non posso andare in piazza, non faccio l’uscita, non sto in giro, voglio solo vedere se la piazza è vuota e se non c’è veramente nessuno in giro” e nei giorni successivi passano minuti a sbirciare dalla finestra: “Ma cosa ci fa quella vecchietta in giro con il cane, non ha ancora capito che deve stare a casa?”.

Poi naturalmente cambiano le nostre organizzazioni, cambiano i turni, saltano tutte le équipe e per un lavoro in cui è fondamentale essere coesi, sulla stessa linea e parlarsi, diventa tutto più difficile. Sale il nostro nervosismo e i ragazzi ci provano sempre a strappare qualche privilegio dalle regole più consuete: “L’educatore tal dei tali ci fa fare questo, perché tu no?”, “l’altro educatore non ci dice mai niente su questa cosa, tu rompi sempre”, “sei l’unico che fa rispettare questa regola, la regola c’è è vero, ma nessuno ci dice niente se facciamo il contrario” e naturalmente partono discussioni infinite di difesa e nella salvaguardia della credibilità dell’équipe. Nella speranza di essere nel giusto e nella cieca fiducia nel collega con cui però non si ha modo di confrontarsi frontalmente essendo sempre o quasi in turno da soli.

Le difficoltà e i cambiamenti in questo momento sono per tutti: educatori, ragazzi, genitori e tutte le altre figure professionali che gravitano intorno a questa realtà. Naturalmente ognuno è più incentrato sulla propria posizione. Così una sera a tavola arriva una richiesta particolare di spiegazione: “Maty, io non capisco perché noi non possiamo uscire e invece voi educatori vi scambiate, secondo me uno di voi dovrebbe stare fisso qua dentro con noi fino alla fine, oppure ancora meglio potremmo stare qua da soli, ci divertiremmo tantissimo!”.

Risata generale con rilancio di varie ipotesi di azioni e gesti per la loro autogestione o la nostra permanenza prolungata. Nei giorni successivi questa battuta fatta a tavola si inizia a delineare come la strada possibile in una situazione emergenziale limite. Il virus da lontano si avvicina e le misure diventano sempre più restrittive, così si riducono anche i nostri cambi turno: da turni di mezza giornata si passa a turni di giornate intere e tutti noi speriamo non si trasformino in turni settimanali…

Ma oltre la fatica diffusa ci sono i divertimenti, così partono varie attività. Le proiezioni cinematografiche serali su maxischermo (telo e proiettore), popcorn e dolci fatti in casa sono sempre tra le più apprezzate; ci si improvvisa pizzaioli e tra impasti e farciture ci si diverte; partono le gare di pasticceria un po’ per compito e un po’ per diletto; si inizia a predisporre l’orto e la piantumazione di fiori per accogliere la primavera; ci si diverte tra canti e balli con tanto di registrazioni video e corsi strumentali di pianoforte con gli educatori più talentuosi.

Si prospettano future costruzioni di pollai, prove di yoga, proposte di attività fisica, future sfide di cucina in stile masterchef e tanto altro ancora.

Così un ragazzo commenta la situazione attuale: “È come essere in vacanza dalla scuola, ma con una punizione sulle uscite, non data da voi, questa volta!”. Tutto procede nella speranza che #AndràTuttoBene e arriveranno le “vacanze senza punizione”. Nell’attesa, per costrizioni superiori, aderiamo all’hashtag #IoRestoInComunità.

Matilde Gatti lavora come educatrice in una comunità educativa per minori adolescenti in provincia di Como.

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