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Se le porte tornano a chiudersi – Vite di ospiti in comunità psichiatrica

rebel-bear-40-glasgow-scotland-1di Enrico Baraldi | 

Arrivare a San Cataldo, frazione di Borgo Virgilio, è un viaggio dentro la primavera. Entrare da visitatori nella comunità psichiatrica di San Cataldo, fino a prima del lockdown era semplice, bastava svoltare nel cortile, quasi un parco delle ex-scuole elementari. Comunque gli ospiti, presenza significativa in tutto il paese, si potevano incontrare al bar di Antonio, al forno, dalla parrucchiera o in giro per strada.
Per gli operatori della cooperativa sociale Ippogrifo che gestisce la struttura in collaborazione col Dipartimento di salute mentale di Mantova, l’idea di “una Comunità all’interno di una comunità” ha costituito da oltre vent’anni un impegno, una scommessa, una sfida. Aprire cancelli, lanciare ponti, abbattere mura, finché un giorno, alla fine di febbraio, la logica si è capovolta e innalzare barriere, raccomandare la distanza e chiudere i cancelli sono diventati obblighi inderogabili.
Il concetto di “quarantena”, aggiornato a “distanziamento sociale”, è difficile da accettare nella quotidianità di ciascuno, ma per chi vive le difficoltà personali e relazionali della malattia mentale, è qualcosa che assomiglia all’immagine di Hiroshima dopo l’esplosione atomica. “Come sarebbe che non posso andare al bar? Lo avete fatto chiudere voi, solo perché siete gelosi di me”, ripete incredula Antonella che, memore della sua elezione a Commessa Ideale votata da tutta la città negli anni ’70, non sa ancora rassegnarsi alla carriera nelle strutture psichiatriche anziché nel cinema.
…Ma quale Coronavirus, questo è un Piranhavirus – rinforza Marcelloio voglio tornare a casa a Lunetta per prendermi cura della mia vecchia”, cancellando la sequela di ricoveri conseguenti all’incompatibilità tra lui e la mamma. L’emergenza Covid per lui è sullo sfondo, potendo raccontare persecuzioni ben più pressanti, da parte delle “Bilancine” (cioè tutte le donne che condividono con l’ex-moglie il segno zodiacale della bilancia) e, più recentemente, dei piccioni che tubando dal tetto gli parlano della mamma che ha bisogno di cure. Per lui che dal giorno stesso in cui è arrivato in Comunità, ha iniziato a dire di sentirsi obbligato e prigioniero, chiusura e limitazioni rappresentano colate di sale su ferite psicologiche.
Per comprendere l’impatto della pandemia su Carlo occorre un grande sforzo di immedesimazione, cambiando ovviamente i parametri. È come se foste i prescelti dopo anni di selezioni, per il primo viaggio su Marte, e a pochi giorni dal lancio qualcuno vi dicesse che non se ne fa nulla e non sapesse neanche essere convincente sui motivi. Carlo doveva partire per Viterbo, il viaggio della vita col Frecciarossa per recarsi a trovare la zia quasi centenaria. Aveva già il biglietto e non se ne separava neanche durante i pasti. Non è facile fargli accettare i concetti di rischio, di fragilità legata all’età, di confini ragionali e di parenti e affetti stabili. Per di più le probabilità di non impattare la zia a settembre sono molto più alte rispetto alla sparizione nello spazio del Pianeta Rosso.
C’è anche chi non trova nemmeno le parole e affida la sua reazione a un pallore mai visto. E a un tremore che rende le pagine della Gazzetta la cassa di risonanza della paura di chi ha appena letto ben in evidenza della tragedia delle RSA. Solo dopo qualche ora Sandro riesce a formulare la domanda cruciale per lui, in attesa di trasferimento per raggiunti limiti d’età: “Ma le erreesseà èle i geriatric?” (“Ma le RSA sono le case di riposo?”).

Al virus, e forse anche al destino, poco importa delle fragili trame di vita che scorrono in una Comunità psichiatrica. Poco importa che Aldo avesse ripreso i rapporti col figlio che non vedeva da anni, in occasione della nascita della nipote. La nuova arrivata, come accade in tante famiglie, aveva ricomposto fratture che parevano insanabili, tornando a motivare una persona che, da piccolo imprenditore quale era, aveva percorso tutto il precipizio della sofferenza psichica. Ma adesso chi si fida a frequentare la casa del figlio anche solo per il pranzo domenicale per poi tornare a raccontare, con gli occhi luccicanti, delle prime parole e dei primi passi della piccola? E chi riesce a interpretare le parole dell’ultimo DPCM di Conte?
Al virus, e forse anche al destino, poco importa delle fragili trame di vita di tutti, accomunando pazienti-ospiti e operatori. Poco importa di chi vive per la musica e aveva risparmiato le ferie per partire in tournée, di chi aveva in agenda un matrimonio o anche solo un viaggio o la reunion coi genitori bloccati nel Paese dell’est.
Ci sono pomeriggi in cui il microcosmo della Comunità, che fino ad ora ha protetto tutti almeno dalla infezione virale, sembra confluire tutto nell’esile figura di Mauro seduto davanti alla statua della Madonna ospitata nel giardino. Essa, più di ogni altro tentativo, aveva funzionato da collante tra comunità psichiatrica e comunità di paesani nel corso dei rosari del mese di Maggio. Tra i libri di Mauro acquistati al Santuario della Comuna e consumati a forza di leggerli e di infarcirli di colorite imprecazioni, e le sue preghiere, un po’ in italiano e un po’ in latino, viene a tutti da chiedersi, come per il personaggio di una canzone di Francesco Guccini, “se sia lui il disperato o il disperato son io”.

I rituali difficoltosi del lavarsi le mani, del consumare i pasti in piccoli gruppi alternati, del mantenere le distanze quando la prima cosa che spesso viene in mente è di toccarsi, si complicano in abitudini che malattia mentale e vita istituzionale hanno scolpito come nel marmo: dallo scambio delle sigarette, alla raccolta dei mozziconi trovati per terra perché ce n’è sempre un altro po’ da fumare, nonostante gli operatori tuonino che così ci si suicida e si commette un (potenziale) omicidio.
Si complicano nelle abitudini accomunanti ospiti e familiari che fanno arrivare banconote nascoste tra i panni da lavare perché possa perpetrarsi, anche in corso di pandemia, un surplus nascosto di tabacco o che, nonostante le precise raccomandazioni, non possono esimersi dal tagliare le unghie al loro congiunto perché “non credevo che non si potesse … e poi… gliele taglio io da sempre”.
Probabilmente, in fondo, sono le miserie di tutti, espresse in modo estremo, ma non tanto lontane da quello che ciascuno compie nel segreto della sua stanza, nel rapporto coi propri figli, nelle relazioni inconfessate. I grandi psicospecialisti hanno già previsto l’aumento dei problemi di ansia e depressione e si moltiplicano consigli di interpretazione risolutiva, decondizionamento, autosuggestione e intervento psicofarmacologico. Il prossimo manuale Diagnostico Statistico della psichiatria prevedrà verosimilmente una voce specifica, il Disturbo post-traumatico da COVID.
Tuttavia la nostra esperienza con persone con schizofrenia fornisce indicazioni importanti e probabilmente valide anche oltre lo specifico. È senza dubbio un tempo particolare, senza dubbio si è perso tempo all’inizio dell’epidemia, oppure si concede troppo tempo al virus, oppure semplicemente c’è il grande problema di come passare il tempo. Gli antichi greci riconoscevano almeno due divinità rappresentanti il tempo: Cronos, dio dei giorni che passano in successione quantitativa e divorano gli uomini e Kairos.
Kairos significava l’attimo qualitativamente propizio, l’occasione da non perdere, al cui interno, poco o tanto che ci sia concesso, si colloca l’autonomo agire dell’uomo, capace di determinare l’esito di un evento. Nel frangente attuale in cui prevalgono barriere e distanze, la chiave di volta dell’intervento nella nostra Struttura è stata impregnata dalla condivisione e dal sentimento di vicinanza, alla ricerca di un senso al tempo che sembra, di suo, morto.
Ogni volta che noi operatori abbiamo affermato davanti a un ospite che esprimeva difficoltà e insofferenza, anche se con modalità di difficile comprensione, “Guarda che è durissima anche per noi”, abbiamo contribuito a gettare luce su Kairos contrapposto a Cronos. E a recuperare non solo una relazione d’aiuto, ma anche una scienza psichiatrica che sappia ancora trattenere e condividere aspetti dell’animo umano tanto estremi e dolorosi da apparire, ma solo in superficie, insensati.

Enrico Baraldi è psichiatra presso la CPA “San Cataldo” (nella frazione di Borgo Virgilio) della cooperativa sociale Ippogrifo di Mantova.

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Immagine di Rebel Bear, streetartist

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