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Tunsy, questa volta non so come aiutarti, ma vengo a prenderti lo stesso – Progetti migratori spezzati

A migrant shouts a slogan as he wears a Tee Shirt with the message, "Open The Way" as he stands on the seawall at the Saint Ludovic border crossing on the Mediterranean Sea between Vintimille, Italy and Menton, France, June 14, 2015. On Saturday, some 200 migrants, principally from Eritrea and Sudan who attempted to cross the border, were blocked by Italian police and French gendarmes. REUTERS/Eric Gaillard - RTX1GG1Xdi Luca Cateni |

Mi vibra il cellulare.
Un messaggio whatsapp.
Sbircio con l’occhio mentre sto rispondendo ad una mail di lavoro.
Ma è Tunsy!
Alla buon ora! Gli ho scritto più di tre settimane fa! Mi risponde solo ora?!
È tipico del suo stile, con quel fare da principino arabo: sparisce, compare, ti cerca, non risponde… Non rompe mai però, anzi ti aggiorna sempre su tutto ed è sempre “collegato”.
Gli rispondo col solito fastidioso rimbrotto: “Cavolo, ti ho scritto quasi un mese fa”! prima che mi accorga che mi ha spedito un secondo messaggio. Lo leggo: “Sono stato fregato per la seconda volta”.
L’illusione che il suo primo messaggio volesse dire “tutto bene” dura il tempo di una vibrazione di cellulare.
Voleva solo dire che era ancora a Nizza. Ci è andato a fine febbraio. Il ristorante dove lavorava, in zona De Angeli, gli aveva proposto un’esperienza in Francia. Il titolare ha un locale anche lì e Tunsy è uno che non si ferma mai: non è possibile quando si ha l’argento vivo addosso.

20 anni, nato in Italia e poi rientrato a Monastir a 5 anni dai nonni, prima dell’inizio della scuola. Un progetto migratorio raffinato: registrato all’anagrafe italiana, inserito nella carta di soggiorno della mamma, agganciato ai parenti di Bresso. Quando ritorna in Italia, a 16 anni, è tecnicamente un MSNA. Più “pulito”, più attrezzato, più consapevole rispetto agli altri “non accompagnati”. E già un paio di livelli più avanti.
Impara subito l’italiano, scalpita, vede già il suo futuro, ha fretta. Non ce la fa in comunità minori: lui, a differenza degli altri suoi compagni di avventura, la famiglia ce l’ha e – guarda un po’ – pure a posto! E non è un criminale. Ma noi educatori, si sa, abbiamo un debole per le comunità. Quel sottile retrogusto di famiglia degli ultimi, di appartenenza per diritto di sfortuna, di branco che strizza l’occhio alla cultura deviante, stile “massimo rispetto”.
Ma lui non ce la fa e sbotta, fa a pugni, risponde male. Tira anche porte in faccia agli educatori quando lo sgridano. Gli va subito il sangue alla testa. Ha il motore della Ferrari in una carrozzeria di un go kart. E così si attira inevitabilmente il variegato florilegio di diagnosi “psico”, dall’antisocialità al discontrollo degli impulsi, dal disturbo psico-affettivo a quello oppositivo provocatorio.
Resiste, non sa neanche lui come, facendo slalom tra farmaci e rischio di dimissioni. Il tempo appena necessario per arrancare fino alla maggiore età, momento in cui può accedere a un appartamento educativo.
E così iniziare a respirare.
E, pronti via, venire subito sospeso per una festa “fuorilegge”! Finalmente può fare il ragazzo di 18 anni!

Nel giro di un’estate, nonostante avesse già studiato per fare l’idraulico, si re-inventa cameriere, capendo che può raggiungere più rapidamente un contratto, fondamentale per i documenti, la casa, il futuro. A metà agosto, con tutto chiuso e con alle spalle solo uno stage di tre mesi, ottiene un contratto nel ristorante dell’aeroporto di Bresso, dove il turno finisce alle tre di notte. Non ci sono mezzi a quell’ora e Tunsy non ha la patente, ma poco importa: prima ci si porta a casa il lavoro e poi ci si occupa dei dettagli!
I ragazzi ci piacciono di più quando riconosciamo in loro i nostri stessi disturbi. Gli ostacoli sono il sale per sfidare le nostre capacità e, una volta fatti fuori, accedere al livello successivo!
In un pomeriggio decidiamo di comprare una bicicletta pieghevole da portare sulla metro: dal capolinea della Lilla ci sono solo 2,5 km nel tragitto d’andata. Per il ritorno solo 12 km dall’aeroporto a Cenni, all’inizio di via Novara e, al limite, si può intercettare la circonvallazione esterna che a Milano funziona tutta la notte.
Meno di un anno dopo essere entrato in appartamento, a soli 19 anni e con due anni ancora di Prosieguo Amministrativo davanti, chiude il progetto. Patente fatta, contratto di apprendistato firmato, posto letto in condivisione, carta di soggiorno a suo nome: non ha più bisogno di noi. O meglio, ha ancora bisogno ma senza stare in un servizio sociale e senza regole imposte dalle istituzioni. Esattamente il senso ultimo del nostro Servizio educativo.
Tanto di cappello Tunsy: averne di ragazzi come te!
E da allora periodicamente ci chiama, viene a trovarci, ci aggiorna su come sta diventando grande.
Fino all’ultima sfida: trasferirsi in Francia. Nuova cultura, nuovi modi di vivere, nuova lingua, in parte già parlata. È lì c’e anche un pezzo di famiglia della mamma. E il padre, stagionalmente, ci va per lavoro.

Il grande poeta combattente l’aveva detto: “Vola solo chi osa farlo”…
Sono stato fregato per la seconda volta”.
No Tunsy: per la terza, la quarta, forse la quinta volta…
Mi vengono i brividi.
Arrivato in Francia, dopo pochi giorni scoppia l’epidemia. Temporeggiano sull’assunzione per poi lasciarlo a casa. Tutto sta già crollando, non si può rischiare. Chiude anche la frontiera. Finiscono i soldi. Si rifugia da un connazionale che gli chiede lo stesso di pagare il posto letto. Chiama il titolare a Milano che non risponde: gli devono pagare ancora lo stipendio di febbraio. E, per ora, nessuna cassa integrazione. Si salvi chi può…
Mi dice che vuole tornare a Milano, ma non sa dove andare: non ha più il posto letto. E in Tunisia, per ora, non si può rientrare. Forse può prendere un treno per Ventimiglia, essendo ancora residente a Bresso, così gli ha detto il Consolato. Poi da lì non saprebbe cosa fare perché non può prendere i mezzi pubblici: o qualcuno lo va a prendere o deve stare in quarantena appena mette piede in Italia. Ma dove?
La brezza elettrizzante che sentiva guardando il mare di Nizza non era un venticello primaverile che ammiccava all’estate. Era lo spostamento d’aria provocato dallo tsunami più violento di sempre, che stava arrivando per spazzare via tutto.
Lavoro, futuro, sogni, realtà. Tutto.

Mentre ordino questi pensieri mi imbatto in un programma televisivo, colonizzato dall’unico argomento del momento, dove l’intellettuale di turno, al sicuro nel suo bunker di privilegi, ci sbrodola la solita retorica consolatoria sulla necessità di trasformare i limiti in opportunità, recuperando la creatività che nasce dall’ozio, la cura nascosta nei piccoli gesti quotidiani, la bellezza ritrovata della natura che rinasce come monito e ricchezza universale. Lui, per esempio, sta finalmente rileggendo Dostoevskij, un regalo che voleva farsi da anni: la realtà raccontata nei suoi più piccoli dettagli, l’essere costantemente sospeso tra salvezza e abisso, lo sguardo profondo, quasi profetico, sul futuro…
Oggi Tunsy non solo non ha più futuro. Non ha neanche il presente. Sta scappando da un’onda gigantesca, pensando sia più sicuro tornare da dove è venuto e facendo finta di non sapere che qui è anche peggio. Non troverà più niente e mi chiede se posso riprenderlo nel Servizio. Lo farei di corsa, ma non abbiamo posto.
Sentirò la sua ex assistente sociale, per fortuna una di quelle che già normalmente si inventa gli strumenti che non ci sono per far fronte a realtà che non rientrano negli schemini burocratici. Capirò se può darmi un’autorizzazione per andare a Ventimiglia. Cercherò di andarlo a prendere per portarlo non so dove.
Poi con calma gli dirò quello che sa già: il suo lavoro non ci sarà più per mesi, forse per anni.
Bisognerà inventarsene un altro, ammesso che esista. E di tutti i fondi europei già promessi per non lasciare indietro gli ultimi non gli arriverà niente, perché, come molti altri, lui è oltre gli ultimi.
E gli dirò pure che lui è un privilegiato: è intelligente, sa chiedere aiuto, è pieno di competenze, si adatta a tutto. E ha una voglia di farcela contro la quale non c’è catastrofe che tenga.
Lui non è come Mohamed, il cui treno, acchiappato per il rotto della cuffia a 20 anni suonati, si è fermato appena partito. Il tirocinio iniziato a febbraio è stato bloccato. Chissà mai se e quando ripartirà. E a fine ottobre farà i 21 anni e il suo progetto terminerà. E Mohamed non sa chiedere aiuto. Vede nemici ovunque. Parla ancora male italiano, come molti egiziani. Sta a letto tutto il giorno, al buio, ascoltando musica araba.
Anche lui è stato fregato chissà quante volte. La famiglia inusualmente benestante della capitale. I genitori che divorziano e il padre che, dopo essersi rifatto una famiglia, lo disereda perché lui sta con la mamma. L’improvvisa povertà dopo che gli era stato prospettato un futuro agiato da studente universitario. E la morte improvvisa del papà, prima che ci si possa capire, che ci si possa scusare. E quindi la migrazione in Italia, quasi una vergogna per un ragazzo del suo rango, ma inevitabile per riscattare l’umiliazione subita. E sul barcone le solite terribili scene di morte.
Non ce la farà più Mohamed a credere che l’altro c’è, che lo può aiutare, che si può fidare. Isolato nelle sue voci sempre più convincenti non troverà più la strada e ci rimarrà sotto.
Con lui un anno e mezzo di estenuante lavoro di cesello, sfinente, quotidiano, sempre in equilibrio precario, tra passi avanti e passi indietro, ogni volta a saldo zero. Ma all’ultimo minuto prima dei tempi supplementari era riuscito, non si sa come, a conquistarsi un calcio di rigore.
Poi, improvviso, è arrivato lo tsunami che si è portato via tutto. Fischio dell’arbitro e tutti a casa. Di corsa!

E adesso, a questi ragazzi, chi glielo ridà questo tempo rubato? A loro, già sospesi in una accelerazione irreale, tra l’obbligo di essere autonomi a 21 anni e le naturali tempistiche di crescita dei giovani adulti, possiamo riconoscere una “cassa integrazione progetto”?!
Chi glielo ridà il salto dal trampolino se il trampolino si spezza in due e ti fa sfracellare rovinosamente al suolo?
Glielo ridiamo noi operatori sociali, con le nostre skypate improvvisate, che in un niente ci hanno fatto relativizzare i setting di cura? O glielo ridiamo con uno dei tanti intrattenimenti al computer, così in voga in questo periodo, che tanto sanno di regressione infantile? O glielo ridaranno le nostre riflessioni intellettualoidi sulla distanza sociale, sulle nuove relazioni senza contatto fisico, sull’esserci in tempi in cui non ci si può toccare?!
Non glielo ridarà nessuno. È solo l’ennesimo ostacolo in una sorta di accanimento da selezione naturale.
Penso che qui c’è una sola cosa da fare: andare a Ventimiglia.

Luca Cateni è educatore professionale negli appartamenti educativi “Chiavi di Casa” della cooperativa sociale Arimo di Milano.

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