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Attraversiamo una Roma deserta, sotto il sole acido di mezzodì – Il racconto dell’unità di strada

homeless-55492_1920di Mauro Falchetti | 

Un paese di musichette mentre fuori c’è la morte. È una citazione un po’ di culto tratta da Boris, che non smette di rimbalzarmi in testa mentre l’auto di servizio prende velocità avvicinandoci alla nostra prima destinazione. Attraversiamo una Roma deserta, sotto il sole acido di mezzodì.
No, oggi l’Italia non è proprio un paese di musichette. Lo so benissimo. Ci illudiamo lo sia quando siamo a casa, mentre cantiamo dai balconi una canzone; la prima volta insieme, poi sempre più ognuno la sua e per suo conto, poi sempre meno di giorno in giorno. È quello che ci piace credere mentre seguitiamo il lockdown nelle nostre dimore, ognuno con i comfort del proprio censo.
No, non lo è, anche se a tratti è forse giusto e umano prendere una pausa dalla realtà; illudersi che le musichette proseguono. Che tutto andrà bene. Noi operatori dell’unità di strada ci siamo inizialmente presi un paio di giorni per riordinarci e stringere i ranghi: per racimolare qui e lì le dovute protezioni che il committente pubblico non riesce a fornirci; per ragionare su regole di ingaggio dell’utenza, su rischi e soluzioni, su cosa e come informare, per tracciare una rotta nuova in quel mare metropolitano che fino a ieri conoscevamo intimamente. Ma oggi: boh.
C’è vento a Roma, un vento misto a terriccio. Mi entra negli occhi mentre sono seduto in auto, rigorosamente dietro a destra rispetto alla collega che guida. Ci diciamo a vicenda che abbiamo lo stomaco strizzato. Sarà la primavera. Non passiamo a prendere nulla da mangiare, oggi. E dove, poi.

Arriviamo sulla piazza, una delle più grandi di Roma, una delle più famose d’Italia. Lungo il marciapiede su cui di solito fatichiamo a trovare parcheggio non c’è una sola auto. Una signora mascherata aspetta un bus, il silenzio graffia il cielo terso, l’unico movimento è quello degli zampilli della fontana che aggiungono rumor bianco all’immobilità. Scendiamo.
Nessuno dei soliti volti ci attende questa volta, persone che ritroviamo da anni. Ma allungando lo sguardo intravediamo una, tre, sette, dodici persone tra l’erba del giardinetto, nelle aiuole, sotto gli alberi, dietro le colonne. In attesa, ma non di noi. Sembrano riposare, ricaricarsi come ramarri al sole. Si muovono talmente lenti da non sembrare spostarsi mai. Sono i senza dimora di Roma, di molteplice provenienza.
Tutti qui, sembra. Eppure, se fossero tutti qui, secondo i censimenti occorrerebbe uno stadio di media capienza per accoglierli. Ci prepariamo, attenti. Un metro, meglio due, anche tra di noi. Guanti, mascherina, gel per noi, gel per loro. Prepariamo dei pacchetti con del materiale per l’igiene personale, in silenzio, poi ci mettiamo dentro le informazioni sul coronavirus che abbiamo stampato in 4 lingue. Li chiudiamo, poi li riapriamo tutti, aggiungiamo materiali; traboccano, ma sembrano sempre poca cosa.

Y. arriva per primo, uscito chissà da dove. Attraversa il vialone vuoto barcollando, senza guardare, vestito come se fosse pieno inverno. Niente elemosina, niente cibo, niente e nessuno, ci sussurra a braccia aperte. Sembra che gli sia esplosa una bomba vicino, è frastornato. Ha perso i punti di riferimento che scandivano la sua giornata di senza dimora: il passante che ogni giorno gli dava un euro, il fornaio che gli allungava un pezzo di pizza; se riesce ormai il suo pasto è limitato al panino che verso sera riesce a ottenere dai volontari alla stazione.
Si stupisce di trovarci al solito posto. “Eh, questo cornavirus…”, ma non sta scherzando. Non si avvicina: qualcosa sulle regole lo ha capito, l’italiano ormai lo parla bene. Prende ciò che gli serve, mangia quel poco che abbiamo, poi mi chiede se ho notizia dei soldi del Papa che il prete gli ha promesso a seguito della lettera che lo abbiamo aiutato a scrivere più e più volte. Il prete è sparito, dice. Gli spieghiamo che ora è tutto cambiato… non credo lo troverà a breve, quegli 80 euro che attende da mesi li dovrà attendere ancora.
È come una guerra, gli dico, e mentre lo dico mi mordo la lingua, certo di aver detto una cazzata: da dove viene lui sono in guerra da decenni. “Sì, è vero. È come la guerra” mi risponde lui serio, invece. Ci ringrazia delle parole, sentitamente. Parole, quel poco che abbiamo. Sono così importanti, alla fine? Va via.

È l’ora del dispositivo segreto, ci diciamo. Lo estraggo. È un gessetto colorato, quello dei bambini. Tracciamo un cerchio attorno all’auto, circa a un metro e mezzo da noi. Ecco, cerchiamo di fare tutto in sicurezza: quello è il limite di separazione tra noi e il resto del mondo. Una sottile linea rossa, mi viene da dire. Una sconfitta, poi penso. Perché un servizio come il nostro che nasce per abbattere le soglie e portare un’offerta sociale e sanitaria in strada per le persone e tra le persone che lo necessitano, si sta barricando dietro una linea rossa. La prossimità non più così prossima, calda, vicina; la relazione che non inizia più con un “come stai”, ma con uno “stai dietro la linea, per favore”. Però ci stiamo. Però ci stiamo. Cambio guanti, disinfezione, sistemazione mascherina. Punta, mira, ricarica. La sottile linea rossa.

Arrivano altre persone, parlano italiano e ci conoscono bene, non ci sono troppi problemi. Ci sosteniamo un po’ a vicenda, scherziamo ma riusciamo anche ad avere un feedback sulle loro condizioni di salute e a veicolare informazioni importanti sulla riduzione del danno e sulle precauzioni anti contagio. Prendono molto materiale, noi li invitiamo a prendere Narcan e ad abbondare per non rischiare di esaurirlo a breve e dover tornare. Tra di loro, andandosene, non riescono comunque a trattenersi dal salutarsi come facevano un tempo lontano. Pochi giorni fa. Quando si rendono conto del loro errore si guardano perplessi, poi si riabbracciano. “Ormai”, si dicono.
Un altro ragazzo mai visto prima poi ci chiede del gel, altri fazzoletti. Un uomo italiano che passa per la terza volta camminando ad ampie falcate finalmente ci rivolge la parola e ci chiede se vendiamo mascherine “di contrabbando”, e al nostro alzare di sopracciglio si giustifica: “Io c’ho provato”. Altri, altri ancora, il lavoro ad un tratto pare il solito.

Un africano imponente si ferma davanti a noi, ci guarda fisso con occhi liquidi. Provo un approccio, mi fissa immobile. Domando, chiedo, spiego, mi risponde: “Io”. Credo abbia fame, mi avvicino sino al limite massimo e gli porgo uno snack. Mi guarda ancora, una specie d’odio impersonale, ribadisce “io”. Gli propongo ogni cosa, mi presento, rivado di merendina. “Io!!!”. “Ioooo!!!!’.
È minaccioso e spaventato, gli parlo con calma ma il mio sorriso non si può vedere e questa cazzo di mascherina ogni volta che parlo mi sale fin sopra agli occhi. “Ioooooo!”. Decido che devo interrompere questa simmetria, mi pongo in silenzio vicino a lui, in attesa. Se ne va, sul prato. Mentre passa, gli altri si spostano. Ecco un altro danno, ci diciamo: anche i Centri di salute mentale hanno dovuto ridurre all’indispensabile i loro servizi. Il suo passaggio ha smosso qualcosa, si avvicinano diverse persone: “panino”, “panino”, “panino”.
Proviamo a spiegare chi siamo e che facciamo, ma nessuno sembra capire la nostra lingua o qualsiasi lemma che non sia panino. I panini non li abbiamo, le merendine poco interessano, le siringhe e i condom suscitano repulsione. Poco a poco il popolo delle aiuole torna alla sua omeostasi. Le autorità hanno chiuso i parchi, hanno ridotto la capienza dell’accoglienza notturna e non accolgono nuovi utenti, molti servizi sono costretti al minimo indispensabile o del tutto chiusi: se qui arriva il virus è un eccidio, ci diciamo.

A Roma sono tra i 10 e i 15 mila, la loro condizione andava sanata prima, il fenomeno andava affrontato anni fa, andavano fatti investimenti e progetti. Ora, qualunque cosa si farà arriverà troppo tardi, se mai qualcosa si farà per loro. Aspettiamo, decidiamo di muoverci. Forse sarà la necessità di stringersi tra superstiti, in questa apocalisse a rallentatore, ma ci viene in mente di andare a vedere la situazione a Villa Borghese, dove dovrebbe essere ancora operativo un servizio affine al nostro.
Viaggio e parcheggio sono spaventosamente facili. Passiamo all’assetto da camminata. Zaini, cestino, borsa medica. Niente gessetti. Il camper amico è lì; dapprima non ci riconoscono, poi scendono a salutarci. Ci scambiamo impressioni e informazioni su ciò che sta accadendo, sui contatti e gli afflussi, sulle questioni importanti per le persone che usano sostanze in questo nuovo universo. Diamo qualche pacco sanitario a chi si affaccia.
Un punk bulgaro che parla solo in spagnolo inizia a questionare sulla qualità delle lamette e dei cerotti, mi insegue per il parco come in un film di Ridolini e non vuol sentir ragione: mi ringrazia ma mi vuole ridare il rasoio, magari serve a qualcun altro. “Ok, ma un metro, un metros, lo sape, lo sabe, come cazzo si dice distanza, distanzia?”. Mentre provo a comunicare tutto questo, mi è arrivato sorridendo a dieci centimetri e mi ha rimesso in mano la lametta.
Ti amo, ti odio, punk bulgaro che parli spagnolo e che non mi ricordo mai come ti chiami, perché la tua buona coscienza oggi è fuori dal mondo e pericolosa per noi due, perché tanto quel Wilkinson che hai maneggiato lo dovrò buttare, perché ti vorrei spiegare tutto questo e quello che sta accadendo ma ci vorrebbero minuti e un interprete; e soprattutto perché la più importante riduzione del danno ora è ristabilire subito un maledetto metro tra me e te. Quindi ti dico sì e poi ti saluto da lontano poggiandomi la mano aperta sul petto.

Entra quindi in scena un uomo arabo di mezz’età. Trascina a fatica un’anziana cagnetta beagle per il collare. L’ha appena trovata che camminava al centro del vialone, ci chiede aiuto. Non ha un telefono, noi ci disponiamo. Lui legge il numero sulla targhetta, io lo compongo e chiamo la padrona. Risponde una signora che più che essere contenta che la sua cagnetta sia stata ritrovata è stupita che quella anziana botola abbia percorso così tanta strada in così poco tempo.
Lei è lontana, a piedi le ci vorranno almeno venti minuti. Approfittiamo per fare qualche altra conversazione, dare materiali e informazioni ma c’è poca voglia di parlare. Il signore che ha trovato la cagnetta scruta l’orizzonte, mutace, ci ignora e sembra non aver necessità di nulla. Mi viene da pensar male, ho il sospetto che attenda la signora per avere una ricompensa e che forse ci troveremo coinvolti in una situazione spiacevole.
La cagnetta ci obbliga ad accarezzarla senza sosta: altrimenti abbaia di continuo e i beagle riescono ad essere francamente insopportabili. Alla fine la proprietaria appare in lontananza insieme a un bel cane bianco. Ci fa un cenno. Sciogliamo la beagle, che corre da lei. Ci accorgiamo che l’arabo silenzioso se ne deve essere andato da un pezzo, è svanito da qualsiasi orizzonte. Ho pensato male, che mi sia da lezione.

Ce ne andiamo anche noi. Cambio guanti, gel, spray, si sistema tutto. Ripartiamo di nuovo. San Lorenzo? Porta Maggiore, Piazza Vittorio? Accendiamo l’auto, tanto oggi un nuovo mondo vale l’altro. Poi rientreremo. La fame non ci è mai tornata, lo stomaco è stretto, abbiamo una gran voglia di lavarci: fissa, impellente, che pulsa sulle tempie. Mentre guido, mi manca un po’ il fiato. Non è tanto la mascherina, non può essere già il virus. Non è neanche l’oppressione di un cielo minaccioso; perché l’azzurro di oggi è perfetto, romano. Sarà altro. Vabbè, c’è di peggio: io vado a casa. Prendo tutte queste ore di lavoro e le pongo oltre una linea rossa che la divide dalla mia vita. Ma rimane comunque lì, a vista. A più di un metro almeno, spero.

Mauro Falchetti è psicologo della cooperativa Parsec di Roma, lavora con l’Unità di strada per la riduzione del danno e per la prevenzione delle patologie correlate all’uso di sostanze, sul territorio della ASL Roma1.

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