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In comunità c’è una nuova scena educativa da allestire – Pensieri di un’educatrice

di Veronica Gravier | Alessandro Gottardo

Mai come in questo periodo mi viene costantemente ricordato che quello che svolgo è un lavoro essenziale all’interno di un servizio essenziale; se infatti in tempi di restrizioni bisogna tutti rinunciare a molte attività che rendono la nostra vita più piena e colorata, ciò di cui non si può in nessun caso fare a meno è proprio la casa.
Casa è dove ci si sente al sicuro, accolti, protetti, è spazio e tempo liberi, un luogo dove svestirsi dei propri abiti, più o meno comodi, e alleggeriti tirare un sospiro di sollievo – “Aaaah!” – come esclama Maurizio dopo una corroborante doccia calda. La prima cosa che fanno gli abitanti di Cascina al rientro dai centri diurni è proprio mettersi in pantofole, e “Quando ti metti le ciabatte?” è la domanda più frequente che mi rivolgono quando arrivo per il turno di notte, come se un pensiero collettivo investisse noi operatori ogni volta che varchiamo la porta d’ingresso: “Se sei in ciabatte sei qui per restare: possiamo dormire tranquilli”.

Da ormai tre settimane questo andare e tornare, vestirsi e svestirsi, non scandisce più il ritmo della vita di chi abita il primo piano di via Casoria: siamo rimasti solo noi operatori a entrare e uscire, ed è ai nostri cambi turno che è affidato il ruolo di distinguere, nel flusso del tempo che rischia di passare sempre uguale, la mattina dal pomeriggio, la sera dalla notte.
Accanto a questa novità si è presentata un’altra situazione inedita: alcuni educatori dei centri diurni sono entrati nei turni accanto a noi, mentre altri ci fanno compagnia virtualmente attraverso videochiamate e corsi su skype. Tutti uniti per provare a reinventare la quotidianità sotto il segno della quarantena.
Molto bello e stimolante sulla carta, ma dopo pochi giorni di proposte di attività, chiamate di parenti, videochiamate di educatori, e tentativi più o meno riusciti di connessioni skype, mi sento impreparata e assalita da un senso di invasione: sta entrando tanto, molto velocemente, e non so come gestirlo, non capisco quale debba essere in questo frangente la specificità del mio ruolo.
Ciò che noto subito è che non è per niente scontato coinvolgere i destinatari di tali proposte: mentre alcuni si sperimentano con il sorriso in qualsiasi pratica, rendendo il mio lavoro del tutto inutile, altri lo mettono in scacco rifiutando tutto – “Resto in camera”, “Non me la sento!”. E in questa loro fatica riconosco la mia: né io né loro siamo abituati a vivere il tempo e gli spazi in questo modo; le pareti di casa sono solite raccontare altre storie.

Prima di chiedere una trasformazione al servizio e a chi lo abita, allora, mi trovo a dover chiedere anzitutto qualcosa a me stessa: cos’è questo senso di invasione, da dove arriva? È qualcosa di più profondo del semplice fatto di reimpostare delle abitudini. Credo affondi le radici nella consolante convinzione di essere, in quanto educatori di casa, autosufficienti: essenziali, appunto; nella presunzione di pensare che siccome vediamo e accompagniamo queste persone nelle più diverse situazioni che connotano il fluire della quotidianità, siamo gli unici a sapere ciò di cui hanno davvero bisogno.
Così cullati, corriamo il rischio di commettere l’errore più grande: dare per assodata la conoscenza dell’altro di cui ci prendiamo cura, e prendere il suo posto nelle decisioni che lo riguardano, tenendo tutti al di fuori delle nostre porte e diventando, più che essenziali, esclusivi; dimenticandoci che di loro conosciamo sempre e solo una parte, quella che ci permettono di vedere. Tutto il resto possiamo solo immaginarlo e sognarlo, offrendo loro più contesti possibili.
Solo dopo aver familiarizzato con questo vissuto, diventa possibile considerare l’ingresso dei colleghi dei servizi che orbitano intorno al nostro, come una preziosa opportunità: quella di vedere in azione, in un territorio a noi inesplorato, le persone che pensiamo di conoscere, scoprendone nuovi aspetti; e lo stesso vale per gli educatori dei centri, a cui abbiamo l’occasione di mostrare come queste persone abitano e vivono gli spazi e i tempi di casa propria.
A questo proposito, è stato emozionante sentire la collega Chiara parlare così di Teresa: “Caspita come è intraprendente in casa! L’avevo vista solo al Tempo Libero”. O suggerire a due colleghi, che hanno conosciuto Maurizio sempre e solo al centro diurno, che per convincerlo a uscire a fare quattro passi negli spazi recintati di Cascina, più che appendere una colonnina TEACCH in camera sua (strategia utile al centro che pensavano di riproporre in casa), basta fare perno sulle sue passioni: le auto degli operatori, di cui ricorda tutto, e di cui si diverte a storpiare i nomi (Zafrica, Kard, Chiombo, Rossana…). L’invito allora diventa: “Maurizio ti va di andare a vedere le macchine di Antonio e Matteo? Poi mi racconti come si chiamano”. Se si vuol proprio andare sul sicuro, poi, si può sempre agganciarli promettendo una tappa ai distributori di bevande e merendine. E benedetti siano i distributori di Cascina soprattutto in questo periodo! Eroi silenziosi.
Approcciato così, questo tempo sospeso diventa l’occasione, da entrambe le parti, area dei diurni e area dell’abitare, per riconoscere di non poter essere e fare tutto, ma di avere bisogno di forze ed energie nuove per reinventarsi. Che ad essere essenziali sono i nostri servizi, non noi.

Sgombriamo il campo da ogni dubbio: manca davvero a queste persone fare danza, teatro, scherma, golf? A parole dicono di sì, ma poi quello che succede è che il tentativo di riproporre dentro casa alcune attività, che vengono solitamente svolte ai centri diurni, spesso fallisce; sembrerebbe che a mancare non siano le attività in sé, ma l’esperienza che di queste attività fanno al centro. Ed è proprio sperimentarle al di fuori delle mura domestiche a restituire loro una cornice di senso. La sfida, allora, diventa come riproporre in casa l’esperienza del centro, in modo che non sia solo un meccanico riempire il tempo per sfuggire alla noia, una forzatura in cui ficcare più persone possibile per sentirci utili noi, più che per far star bene loro. Diventa cioè essenziale per il nostro servizio accogliere l’essenzialità degli altri servizi.
Ed è a questo punto, però, che ritorna la questione: quale la mia competenza da mettere in gioco? Devo semplicemente farmi da parte, dare in appalto la scena educativa a chi è sicuramente più pronto di me ad organizzare attività e corsi? O esiste tra chiusura e auto-soppressione una terza via possibile per l’educatore di casa?
Riflettendo sull’episodio di Maurizio, avvenuto all’incirca la prima settimana di quarantena, ho capito di potermi giocare principalmente come ponte: tra il dentro della casa e il fuori rappresentato dai nuovi colleghi, presenti in carne e ossa o in collegamento skype; se infatti la casa da luogo di relax deve trasformarsi in uno spazio multifunzionale – ora palestra, ora palcoscenico – è necessario allestire ogni volta una specifica scena, e preparare il terreno, tastarlo, per portare e accompagnare le persone dentro la scena stessa.
È allora necessario darsi per prima cosa il tempo necessario: tra la proposta e la sua realizzazione ci sarà di mezzo una precisa preparazione e l’attivazione di varie strategie, a seconda della persona che si vuole provare a includere; c’è chi ha bisogno di segnarsi l’appuntamento su un calendario, chi ha bisogno che gli si attivi un ricordo o un’immagine dell’attività in modo da re-immergersi con la mente e con le emozioni in essa, prima di svolgerla effettivamente, ecc. Vale per tutti l’assunto per cui questi corsi debbano assumere i connotati del tempo libero, devono cioè intrecciarsi alla sfera degli interessi personali, quelli che siamo soliti coltivare al di là di qualsivoglia prestazione od obiettivo richiesti. Questo in realtà ha sempre fatto parte del mio lavoro, ma oggi vale ancora di più dato che è il senso di un luogo, di una stanza, a dover essere trasfigurato.

Non è quindi detto che tutti i giorni si faccia qualcosa: questo comporta che molte attività proposte verranno implementate mentre altre scartate, e i colleghi che le hanno proposte a loro volta dovranno accettare che anche se si sono impegnati e ci hanno creduto dovranno abbandonare queste loro “creature”. Il mio ruolo sta allora nel modulare le proposte, mandare feedback su cosa ha funzionato e cosa no, chiedere ai destinatari cosa ha fatto breccia e magari riproporlo a cadenza regolare; esattamente come quando scopriamo che ci piace fare qualcosa e ci concentriamo solo su quella, senza per questo sentire che ci stiamo perdendo altro.
Il senso di questa esperienza non deve trasformarsi in una continua proposizione di sempre nuove attività, in un continuo stare in connessione: nel voler essere presenti e vicini agli abitanti di Cascina si respira tutto l’affetto dei loro educatori, perché in fondo quando non vediamo e sentiamo le persone di cui ci prendiamo cura tutti i giorni sentiamo la loro mancanza. Questo è bello, ma va riconosciuto come un bisogno nostro, dandogli una misura che permetta anche all’altro di coltivare la mancanza nell’assenza, un’assenza che spesso va a braccetto con la noia. Ed è nella noia che emergono le loro idee di come passare il tempo: qualcuno, ad esempio, ha pensato bene di ordinarsi la trilogia del libro di Fantozzi, e sta portando regolarmente avanti la lettura, regalandoci aneddoti e imitazioni del povero ragioniere.
Vederli attivarsi insieme ai loro educatori dei centri è stato per certi aspetti sorprendente: si comprende subito che lo scopo non è mai l’attività in quanto tale, ma mantenere vivo qualcosa che altrimenti rischia di frantumarsi in questo tempo di chiusura; sono infatti più lunghi i momenti dei saluti che non quelli del corso in sé. Ed è davvero emozionante vedere una complicità fatta di scherzi, giochi, modi di dire, di cui spesso non sapevo nulla, prendere vita minuto dopo minuto; e lo è ancora di più perché adesso quei modi di dire sono diventati nostri, nella speranza di creare un legame che possa durare nel tempo, un’alleanza per il domani, in modo che quando ognuno tornerà al suo servizio si sarà rimasti uniti.
È un modo per far sentire che i loro educatori continuano a pensarli e a preoccuparsi per loro, anche adesso che è tutto chiuso; anche perché per alcuni è difficile comprendere dove siano, abituati a vederli sempre e solo al centro, è come se se li immaginassero sempre lì. E allora è stata una bella idea quella di Chiara, che in un collegamento ha mostrato a un incuriosito Alessandro casa sua, stanza per stanza, e di Andrea, che dopo un corso ci ha salutato facendo comparire anche sua moglie e la sua bimba nell’inquadratura. Stiamo vivendo tutti la stessa situazione. Voi e noi insieme.

Reinventarci al tempo dell’isolamento vuol dire non sentirsi invasi, ma in quanto CASA farci fulcro, appoggio, sostegno, caposaldo: intessere connessioni perché la fitta ma fragile trama preesistente il virus, che ci tiene tutti uniti in una comune preoccupazione educativa, non si diradi e disperda, dissolvendosi giorno dopo giorno e lasciandoci ancora più soli.

Veronica Gravier è educatrice presso la Comunità socio sanitaria per persone con disabilità della cooperativa Cascina Biblioteca di Milano.

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Illustrazione di Alessandro Gottardo

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