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Mi lascio guidare dalle d-istanze degli Altri – Educatori su una nuova frontiera

case–Amy Caseydi Marica Lanza | 

Sono o faccio l’educatrice, la differenza è sostanziale ma per quanto mi riguarda non ho ancora capito dove collocarmi.
Il mio lavoro si dipana tra l’Informale e il Formale, tra Istituzione e Frontiera.
Oggi ci troviamo a esplorare una nuova frontiera che chiede di declinare in altro modo i concetti di relazione, di creatività, di resilienza. Quest’ultima, a mio parere, inflazionata andrebbe sostituita con “resistenza”.
Perché è davvero improbo trovare l’Opportunità nelle situazioni drammatiche, ma se si riesce a resistere magari qualcosa di positivo ne esce. Questa frontiera ha richiesto a noi educatori, in maggior o minor misura, di far fronte comune e di applicare soluzioni alternative di (auto)adattamento.
Da vettori di mediazione, da agenti di cambiamento e di processi verso l’autonomia ci siamo ritrovati a dover studiare interventi a sostegno del nostro lavoro nella speranza, spesso presunzione, di aiutare gli “altri” .
Ma come cantava Umberto Tozzi gli altri siamo noi.
In questi giorni di parole che si rincorrono, di frasi che filano la tela di un discorso che si sfrangia alla prima virgola malmessa, la ricerca di attività a sostegno dei miei utenti o, come preferisco, delle mie persone è fatta più che altro della sensazione che tutto ciò sia più necessario a me di quanto lo sia per loro.
Il mandato è evitare l’isolamento, ma non è quello che vanno proclamando da quando l’emergenza è iniziata?
Come si fa a restare nella relazione se quella relazione è sospesa, momentaneamente interrotta per cause di forza maggiore?
Si fa a distanza. Da remoto come il passato solo che sei nel presente, ma tu sei assente, vicino da lontano.
Mi sembra tutto chiaro.
Viviamo isolati nelle nostre case, dipendenti dallo smartphone (a differenza dei colleghi che in casa loro non possono stare perché è necessaria la loro presenza in comunità).

La comunicazione è cambiata.
Adesso la nostra funzione di mediazione è svolta dal telefono, dai video che inventiamo. L’azione educativa si è fatta pensiero tra una telefonata e l’altra, tra un video e l’altro. Eravamo abituati a chiedere “permesso” prima di entrare in casa loro, nei loro spazi; ora ci fanno entrare nei loro telefoni, che se vogliamo è atto di pregnante intimità, soprattutto per gli adolescenti.

Continuo a riflettere su quali attività, quali parole, quali sensazioni comunicare loro, la volta successiva.
Assistiamo al proliferare di tutorial, di video, anche molto belli e suggestivi, provenienti un po’ da tutti i settori.
(Non parliamo della riprogettazione con le scuole).
Il rischio è che ci sia una sovraesposizione e che un po’ tutti si scoprano educatori, comunicatori, ecc.
Per una professione storicamente indeterminata come la mia è motivo di potenziale confusione e di sovrapposizione penalizzante, ben illustrata dalla famigerata domanda: “Ma che lavoro fai?
Io provo a fare, o essere, ciò che la coscienza mi indica, sotto l’impulso di esperienza, conoscenza e competenza (sempre parziali) ma sopratutto facendomi guidare dalle d-istanze degli “Altri”.
Marica Lanza è educatrice socio-pedagogica per la cooperativa sociale Agorà di Genova. Lavora presso ill Centro Servizi Famiglie del Comune di Genova e collabora con le insegnanti di un Istituto comprensivo per il contrasto alla dispersione scolastica.


Illustrazione di Amy Casey

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