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Chi aspetta una famiglia affidataria, chi una telefonata che tarda ad arrivare – Diario da una comunità per minori

via iHeart - Street Artdi Francesca Sorge | 

Appartengo a quella categoria di persone silenziose che continuano a lavorare nonostante tutto. Il mio lavoro mi nobilita ogni giorno perché ogni giorno io, e migliaia di educatori come me, ci occupiamo di chi non ha una famiglia.

Sono Francesca, pugliese di nascita e milanese di adozione e sono educatrice in una bellissima comunità residenziale rivolta a minori vittime di maltrattamenti e abusi. Da noi, il tempo si è fermato già dal 23 febbraio.

Sì, perché fortunatamente la mia azienda ha avuto la lungimiranza di percepire da subito la gravità del problema predisponendo già da allora misure protettive e di isolamento. È dal 23 febbraio che abbiamo una nuova routine, una nuova vita, siamo rinati sotto nuove vesti: siamo educatori, ma anche animatori, creatori di giochi, improvvisatori teatrali, esperti di informatica e videochat, preparatori atletici, docenti di ballo, esperti di falegnameria e molto altro. Una nuova vita per noi educatori ma anche per i minori.

Le ore trascorrono lente e inesorabili, il risveglio, se prima frenetico e caotico perché dettato dalla campanella scolastica, adesso è fluido e morbido. Nessuna sveglia che suona, nessun tempo scandito. Gli unici appuntamenti fissi della giornata sono legati ai pasti e allo svolgimento dei compiti. I pasti, momento in cui tutti in comunità ci uniamo per raccontarci, soprattutto a sera, la giornata di ognuno, oggi diventano un “MA CHE CI RACCONTIAMO OGGI?! NON È SUCCESSO NIENTE” “DICI NIENTE!” citando un famoso spot delle merendine.

Ed è proprio qui che l’educatore offre, come sempre aggiungerei, un nuovo e diverso punto di vista delle cose. Nonostante le giornate si assomiglino come tante diapositive in bianco e nero, siamo sempre lì a mostrare quanto, nonostante tutto, la vita sia bella e offra sempre occasione per imparare del nuovo pur restando in casa. Insegniamo ad assaporare la purezza delle piccole cose: un abbraccio (ah no, non si può), una pacca su una spalla, l’amico a te poco simpatico che ti ha prestato il joystick della Play o che ti ha aiutato a rialzarti quando sei caduto in bici in giardino (sì, per fortuna abbiamo un grande giardino dove possono giocare).

Cose scontate? No, affatto! Perché nella frenesia della vita, ti soffermi raramente a riflettere su questo nonostante il ruolo che rivesti. Ma la fatica maggiore che avverto non è impegnare il tempo ma disimpegnare la testa. I silenzi, la noia, la solitudine, sono momenti che i bambini devono sperimentare, ma non per troppo tempo. Riecheggiano e incombono in loro improvvisamente i ricordi, le urla, le violenze subite e quelle assistite, il loro senso di colpa e le mancanze che hanno un peso preponderante nella loro vita. Il voler sempre e comunque salvare i loro genitori dagli errori commessi e perdonarli per poter tornare ad una vita per loro normale è una costante del quotidiano, ma in questi giorni il peso e la fatica amplificano ogni tipo di emozione e ricordo.

E ora di normale non c’è nulla, neanche la vita di comunità lo è più. Si ha la costante sensazione di vivere in una bolla d’aria sospesa dove l’orologio ti serve solo per segnare l’orario dei pasti e delle messe a letto, del tuo inizio e fine turno. E poco prima di recarti a casa ti chiedi se sei riuscita a dare tutto quello che potevi per “normalizzare” queste giornate, se i bambini si siano abbastanza stancati e se riusciranno a riposare sereni perché si sa, la notte è il momento in cui tutti i ricordi riempiono la stanza e a te educatore si sgonfia il cuore solo quando l’ultimo bambino si addormenta. Perché per loro è un isolamento peggio del nostro: se prima vedevano soltanto una volta al mese i propri genitori, adesso solo attraverso la videata di un cellulare.

Per quanto abbiamo dovuto caricarci di questo isolamento, lo sentiamo solo nelle nostre gambe e non nel nostro cuore perché quello no, quello non puoi metterlo in quarantena. Non resta altro che aspettare, dopo tutto i bambini della comunità sanno benissimo che vuol dire: chi aspetta una famiglia affidataria, chi una visita, chi una telefonata che tarda ad arrivare, chi il rientro a casa. Ora l’attesa è più lunga e più grande perché appartiene al mondo. Ma i bambini tengono duro, per la prossima uscita al parco sapranno aspettare. E noi con loro.

Francesca Sorge è educatrice di comunità per minori vittime di maltrattamento e abusi a Milano.
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Immagine di Iheart
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