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Siamo immersi in una danza relazionale – In una casa albergo per anziani

danza-matisse-1di Sonia Mastroeni | 

Il cambiamento è iniziato gradualmente. Ogni due-tre giorni una restrizione in più, anche in anticipo rispetto alle normative. Eh sì, perché istintivamente sentivamo che era arrivato il momento di proteggersi, anche se quella protezione era da pagare a caro prezzo, soprattutto per noi che siamo sempre stati aperti.

Prima di quel momento infatti i nostri ospiti erano sempre entrati e usciti liberamente: bastava che lasciassero il loro nome all’ingresso. Così i primi giorni il senso di smarrimento era difficile da controllare, la paura si mischiava alla rabbia. Era come chiederci di snaturarci, perdere le nostre caratteristiche, quelle della nostra Casa albergo.

Avevamo due strade. Incaponirci in un’eterna lotta o provare a ricostruire quel senso di noi, impararlo di nuovo e trasformare questa immensa fatica in un nuovo apprendimento. E così abbiamo provato a imparare.

Abbiamo imparato a non dare per scontato che quella fosse sempre la casa con qualche regola in più, abbiamo imparato a ricostruirne il senso, mettendoci un po’ tutti a nudo dentro quel noi, mostrando la nostra debolezza come segno di forza, provando a buttare nuove fondamenta, modificando le abitudini e trovando nuovi piccoli gesti di cura. Ma anche ridefinendo gerarchie per riportare la flessibilità – così funzionale al nostro caos creativo – a una rigidità più rassicurante.

E così ora c’è il caffè in famiglia, esclusiva di chi è di quel luogo, l’attenzione alle esigenze apparentemente poco significanti o date per scontate che diventano motivo di frustrazione subito trasformata in una nuova occasione di cura, di attenzione, di vicinanza. Siamo sempre più consapevoli di quanto siamo in relazione, di quanto l’attenzione per me sia anche attenzione per l’altro e viceversa.

E io come direttrice, osservando tutta questa complessità, mi rendo conto di quanto difficile sia essere nel ruolo dell’operatore, che dentro la sua agitazione e la sua paura ha la responsabilità di essere supporto per la paura e l’agitazione dell’altro, di quanto questi sentimenti siano interdipendenti e rischino di alimentarsi.

Ma noi siamo gli operatori, ci è dato il compito di spezzare questa escalation. Ci capita tutti i giorni, in tutti i mesi dell’anno. Ma questa situazione ci sta rivelando che impresa ardua siamo chiamati ad affrontare.

E allora provo a interrogarmi per comprendere come trasformare questa situazione in occasione di apprendimento e l’unica vera risposta che finora ho trovato è lavorare sulla nostra consapevolezza. Lavorare sulla comprensione del fatto che noi stessi siamo un micro sistema fatto di emozioni, relazioni esterne e corporeità. Entriamo in relazione con tanti micro sistemi portatori di altre emozioni e preoccupazioni. Tutto questo all’interno di un sistema più ampio intriso di novità, preoccupazione e cambiamenti, bombardato da provvedimenti, notizie e novità.

È il momento per noi stessi e per gli altri di rendere visibili le fragilità per trasformarle nella forza del noi, di condividere le fatiche e le paure inserendole in una nuova narrazione che le alleggerisca, le possa dare un nuovo significato, le renda forza nel proteggerci, nel riconoscere la stessa paura e la stessa fragilità nell’altro. Perché se quella emozione ci colpisce così tanto forse ci sta dicendo qualcosa di noi. E questa consapevolezza ci aiuta a trovare le strategie per aiutare anche l’altro a cercarle.

Ho imparato – e sembra un paradosso in questo momento – a diminuire un po’ la distanza, a muovere i passi di una danza condivisa che ci costringe in ogni momento a trovare la distanza giusta che dipende dai nostri movimenti ma anche dai movimenti dell’altro. È un lavoro stancante ma estremamente interessante. Mi interrogo spesso sulle mie scelte, su quali siano quelle giuste, anche nelle piccole cose, per non darne mai nessuna per scontata, per non perdere nessuna delle sfaccettature di quelle scelte.

Adesso ho un desiderio.

Che la consapevolezza di essere un microsistema in un sistema più ampio, l’attenzione a ricostruire il senso del noi, la possibilità di poter risignificare le proprie paure e fragilità per comprendere meglio quelle degli altri, la ricerca della giusta distanza e l’opportunità di pensare alle diverse sfaccettature di ogni scelta possano diventare apprendimenti anche per chi – con me o come me – condivide la fatica del lavoro quotidiano di questi giorni.

Sonia Mastroeni è direttrice del Centro Polivalente Anziani (CPA) di Melzo (Milano) gestito dalla cooperativa sociale Il Torpedone. Il CPA è un servizio rivolto ad anziani autosufficienti o parzialmente autosufficienti e a persone caratterizzate da fragilità sociale. Il servizio principale del CPA è la Casa Albergo (a cui fa riferimento il racconto), dove agli ospiti è offerto vitto e alloggio, insieme a cura e assistenza.
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Immagine di Henri Matisse, La danza

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