1. Animazione Sociale
  2. News
  3. #RaccontaIlTuoServizio
  4. Un’educatrice dietro al computer? Come mettere un albero in vaso

_

Un’educatrice dietro al computer? Come mettere un albero in vaso

isisditerraedimaredi Marzia Alati | 

Educare etimologicamente significa “tirar fuori”. Difficile tirar fuori quando siamo chiusi dentro.

Tutto avviene tra le quattro mura domestiche: mi alzo, faccio colazione, qualche esercizio per tenere vivo il corpo, una doccia calda e buona musica per tenere alto l’animo. Mi vesto, mi sistemo i capelli e via… la giornata inizia!

Parte il lavoro dentro alle quattro mura domestiche, nella mia camera, dietro la mia scrivania, dentro a un computer, dove ogni quadrato contiene un volto di un ragazzo e la mia al centro. Come una matrioska di quadrati: la casa, la stanza, la scrivania, il computer, le finestrelle on line… uno dentro l’altro e la piccola bambolina che trovi per ultima, sono io. È facile sentirsi chiusi dentro in un piccolissimo spazio in un tempo infinito, che non si sa esattamente quando terminerà.

Così la mia memoria corre veloce in tempi passati, quando sognavo chi volevo essere e chi volevo diventare da grande. Ricordo che volevo lavorare con e per l’arte per poter restituire un servizio al mondo e poter godere di questo; volevo lavorare con i ragazzi, con i bambini e anche con gli adulti per poter costruire processi di crescita per poter costruire comunità. Dicevo “io da grande voglio fare un lavoro dinamico, con le persone intendo, che possa restituire la bellezza dell’incontro e della relazione, facendo esperienze INDIMENTICABILI per poter diventare tutti un po’ più grandi… io voglio crescere anche quando avrò 60 anni”.

Ed oggi… dietro a un computer? Come è possibile? Un’educatrice dietro al computer? È come mettere un albero in vaso.

Nasce subito l’inadeguatezza e la paura… non mi sento in grado di poter lavorare in questo modo, non voglio diventare un distributore di servizio… non voglio accendere una macchina per poter incontrare sguardi e coltivare relazioni. Voglio i corpi, gli odori, i colori vivi e accesi della realtà, non quelli filtrati dalla risoluzione dei miei Pixel. Voglio l’incontro, nutrire e nutrirmi della relazione che contraddistingue il mio lavoro.

Poi la paura lascia spazio alla ricerca, creare caos per trovare un nuovo ordine.

Così attraverso nuove pratiche, strumenti creati ad hoc per il lavoro da remoto, grazie al sostegno di strumenti video e musicali, abbiamo provato a stimolare i nostri sensi anche a distanza, solleticare il nostro immaginario nutrendolo di ricordi per creare divenire, che sia libero e all’aperto ci auguriamo. Sognando tutto ciò che un tempo davamo per scontato: i parchi, le feste, le cene in compagnia, la piscina, i fiumi e i laghi, un picnic sotto un albero, un giro in bicicletta, andare a trovare la nonna, RESPIRARE, liberamente.

Ora è passato più di un mese che lavoro con i ragazzi da remoto. E chi l’avrebbe detto? Chi poteva immaginare che lo schermo potesse arrivare al cuore?

La giornata parte con una chiamata e così entro nelle case dei ragazzi e loro entrano nella mia: come stai? Come stai pensando questo tempo? Che film hai visto? Cosa hai sognato sta notte? Cosa sta succedendo lì fuori? Dove abbiamo sbagliato?

Io domando a loro e loro domandano a me!

Le domande si sono trasformate: cosa farò la prima volta che uscirò? Chi incontrerò quando potrò tornare per le strade? Quale sogno realizzerò per primo?

Sognare! Sembra che oggi non ci resti che sognare!

Allora mi viene in mente Martin Luther King che diceva “I’m a dream”, “io ho un sogno!”.

E se il mondo oggi sta sognando io urlo SVEGLIA! Per quanto ci è possibile realizziamo ora il nostro sogno. Nessuna attesa, nessuna limitazione, non incastriamoci dentro a quella matrioska in cui è facile sentirci.

Per questo mi dico SVEGLIA!

Che importa capire dove abbiamo sbagliato, o cosa abbiamo dato per scontato in questa nostra breve vita.

Ci hanno privato della libertà. Facendoci sentire come l’ultima bambolina piccola, piccola in una matrioska. Ma cos’è la libertà?

E allora provo a giocare di immaginazione, proprio come quando eravamo bambini, che una sedia diventava una nave dei pirati, e una scopa poteva diventare un razzo fotonico che ci porta nello spazio, che una formica diventava la guida per trovare tesori nascosti e le biglie valevano più di qualsiasi altra cosa. Come quando eravamo bambini che saltare sul letto era il massimo del godimento, che il balcone diventava la torre per sentinelle pronte a difendere il castello ad ogni costo.

Come quando eravamo bambini che ci sentivamo liberi di giocare, di immaginare di espanderci senza spazio né tempo.

Come quando eravamo bambini che utilizzavamo le mani come fossero bacchette magiche per creare e scoprire mondi nuovi, come quando eravamo bambini che ci sentivamo liberi ovunque. Meravigliamoci come quando eravamo bambini: costruiamo, cuciniamo, lavoriamo la terra, torniamo al sapere delle mani, torniamo a pensare con le mani che toccano, che parlano, che creano, che giocano che ti rendono U-mano.

Forse così il nostro spazio diventerà un po’ più grande e il nostro tempo più largo.

Così forse ci si “tirerà fuori”, ci si educherà ad essere liberi, ovunque, e se non basta faccio un bel buco sul soffitto e guardo cosa c’è intorno a me: e scopro che mia madre sa lavorare a maglia con i ferri, scopro che mia sorella ha voglia di diventare grande e mio padre è un maestro con le piante. Scopro che so giocare benissimo a carte e che le torte mi vengono particolarmente bene.

Ho ripreso a scrivere e a dipingere, ho imparato a fare la pasta e il pane. Ho riaperto quei cassetti che ormai impolverati non ricordavo più cosa avessi lasciato dentro. E così porto avanti progetti fermi da tempo.

E tu… cosa hai scoperto? Domando ai ragazzi con cui lavoro.

E tu… cosa hai scoperto? Insisto.

Studiare, non è poi così noioso.

Mi dicono che hanno scoperto che nel corpo ci sono due circuiti di circolazione, la piccola e la grande. Come nelle corse della Ferrari, circuiti più brevi che ti preparano al grande circuito, il grande viaggio. Ho scoperto che l’Africa è più grande dell’Europa. Ho scoperto dov’è la Nuova Zelanda. Ho scoperto che l’inglese ha tre regole e poi è tutto lessico. Ho scoperto che la costituzione dice un sacco di cose belle. Ho scoperto… Tante cose…

Qualcun altro invece fa fatica a reagire, occhi gonfi e poco reattivo, poco spazio per riflettere e per esprimersi, ma puntuale al nostro appuntamento, perché forse è l’unico della giornata… Alcuni si crogiolano dentro quella matrioska.

Uno schermo che riesce a celebrare l’incontro con il ragazzo e con le famiglie, la madre e il padre, ma soprattutto i fratelli e le sorelle, che partecipano a volte alle lezioni come fosse qualcosa che aspettano anche loro.

Imparare l’italiano attraverso uno schermo? Si può fare… e tra un verbo e l’altro anche la madre mi chiede come si dice “il verbo Cambiare” al futuro?

”CAMBIERÀ” le rispondo.

Lei sorride e mi ringrazia.

Cambierà… cosa? mi domando!

È già cambiato.

Educare etimologicamente significa “tirar fuori”. Difficile tirar fuori quando siamo chiusi dentro.

Dunque cos’e la libertà?

Per me è come una matrioska, aprire mondi immaginari, aprire giochi, aprire sogni e cassetti dimenticati, aprire relazioni chiuse da tempo, sentire un amico dall’altra parte del mondo, aprire… aprire… aprire e quando arriverò alla piccola bambolina al centro non mi rimarrà altro che aprire le ali.

 

Marzia Alati è educatrice e operatrice artistica nelle scuole, portando da anni l’esperienza dell’arte e del teatro in diversi luoghi educativi e culturali. In questo momento si occupa di adolescenti e preadolescenti soprattutto neo-arrivati e seconde generazioni. (Milano)

 Per acquistare un numero o abbonarti alla rivista >>>
 Leggi tutti i contributi arrivati #RaccontaIlTuoServizio >>>