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Troppo dentro e troppo fuori – Il disagio degli educatori scolastici

scarpedi Antonino Giarraffa |

Ho cominciato la professione di educatore nel 2010, quando spostandomi dalla mia città Palermo sono approdato in un paesino del lodigiano per prendere servizio in una comunità di recupero per tossicodipendenti. Sono stati due anni che hanno contribuito a una crescita professionale ma anche umana, terminata nell’estate 2012. Nel settembre approdo nel mondo dell’assistenza educativa scolastica, seguo due bambini di quinta elementare con patologie molto differenti, praticamente due opposti. In questo nuovo setting mi sento molto più a mio agio.
Con il trascorrere del tempo prendo consapevolezza dell’importanza della figura maschile all’interno dei contesti educativi scolastici, noi “maschi” siamo considerati vere e proprie mosche bianche e averci come supporto è quasi manna dal cielo visto l’elevata percentuale di presenza femminile.
Seguirò gli stessi alunni anche alle scuole medie, questa volta in due classi separate ma sempre nello stesso istituto. Ricordo il giorno in cui misi piede per la prima volta nell’istituto perché, trovandomi a chiedere informazioni ad una prof.ssa, la sua risposta alla mia presentazione fu: “Sappiamo chi è lei e non vedevamo l’ora di conoscerla”.
Quei tre anni trascorsero in una serenità ottima, in primis per i ragazzi e poi per tutte e due le équipe. Come educatore ero coinvolto dai docenti, ci si confrontava su possibili strategie da attuare e su come intervenire.

Alla fine delle medie, le scelte fatte dai due ragazzi mi portano a confrontarmi con il mondo delle scuole superiori, nello specifico su come viene affrontato il tema della disabilità in questi contesti.
Il primo istituto nel quale mi reco per “presentare” l’alunno non è attrezzato per accogliere un ragazzo con quel tipo di disabilità; ma bastano circa 2 ore di colloquio con vicepreside, referente del sostegno e insegnante di sostegno affinché l’istituto “includa” la presenza del nuovo alunno.
Il secondo istituto nel quale mi reco, su appuntamento fissato da loro, si presenta come un fiore all’occhiello per quanto riguarda l’inclusione dei ragazzi diversamente abili. Peccato che non considerino il bagaglio di informazioni che può fornire un educatore che da più anni segue il ragazzo e dopo appena dieci minuti di colloquio mi liquidano con un “sappiamo noi come comportarci”. Questo atteggiamento mi indispettisce e getta in me alcune ombre che si riveleranno in seguito.
Ormai da quattro anni – nel frattempo i ragazzi sono arrivato al quarto anno di scuola superiore – vivo in una doppia dimensione.
Un istituto tratta gli educatori come risorsa, li coinvolge, cerca il confronto, si studiano insieme strategie di intervento e da quest’anno partecipiamo alla stesura del PEI in maniera ufficiale (in realtà, il confronto non è mai mancato).
L’altra scuola invece vede la figura dell’educatore come un “tappabuchi” non solo in materia di orario, ma soprattutto in materia di didattica da assegnare. Infatti, impongono la distinzione delle materie da seguire tra educatore e insegnante di sostegno, l’organizzazione dell’orario all’inizio di ogni anno è una vera e propria battaglia. Nella fattispecie è l’educatore che deve inserirsi nei buchi lasciati dall’insegnante di sostegno pur sapendo che spesso ci spostiamo da una scuola all’altra e che dobbiamo “incastrare” i nostri orari con altre scuole o attività lavorative che iniziano al pomeriggio.
Ci vuole una calma serafica ma anche il non farsi mettere i piedi in testa.

A seguito dell’emergenza sanitaria Covid-19 e dopo circa un mese la società a partecipazione comunale con la quale collaboro ha attivato l’assistenza educativa a distanza. La discesa in campo degli educatori è stata vista come essenziale per le famiglie degli alunni affetti da disabilità che nel frattempo avevano perso anche l’assistenza domiciliare. La sensazione è stata quella della gente che faceva il tifo per noi, i genitori che non smettevano di ringraziarci e il morale degli alunni risalito di un bel po’.
Dopo qualche settimana, però sono cominciate le prime crepe soprattutto a livello organizzativo, una connessione spesso instabile che porta a ritardi audio e video, perdite di segnale, ecc. La perseveranza di alcuni insegnanti nel voler cercare di replicare quello che si faceva in presenza anche in digitale ha indotto a una riflessione che ho portato allorché mi è stato chiesto di partecipare ad un consiglio di classe in video conferenza. Dobbiamo convincerci che non possiamo applicare una metodologia per una lezione in classe a una lezione in videoconferenza, siamo passati da presenza corporea a presenza digitale e dobbiamo “ri-centrarci” su questa nuova modalità.

Questa modalità non ha solamente scardinato il sistema scolastico ma anche invaso l’intimità delle nostre case. Noi educatori scolastici finivamo il nostro servizio a scuola e poi tornavamo alla nostra vita nelle nostre case; adesso le nostre case sono aperte all’ingresso degli altri poiché, seppur in maniera virtuale, mostriamo alcune parti della vita di tutti i giorni che prima tenevamo al di fuori. Allo stesso tempo, quindi siamo “troppo dentro” e “troppo fuori”.
“Troppo dentro” perché ci sentiamo più coinvolti, spesso passiamo ore davanti ad un monitor anche dopo la fine delle lezioni per trovare materiale, strategie, strumenti utili per sopperire alle mancanze della DaD.
“Troppo fuori” perché ancora una volta considerati come alternativa e non come scelta funzionale, fuori dalle nostre abitazioni quando entriamo, virtualmente, in quelle dei nostri ragazzi e colleghi; fuori dai nostri rapporti familiari perché spesso passiamo troppo tempo nel trovare soluzioni di cui scrivevo sopra.
Più volte mi sono chiesto se non fosse il caso di allentare un po’ la presa, il fatto di esserci sempre e comunque può essere sì un aiuto ma potrebbe anche essere visto come una invasione. In fondo i bambini, ragazzi,ecc. stanno bene, si trovano nel loro ambiente. Le famiglie stanno rispondendo in maniera egregia a questa emergenza e forse potrebbe essere anche un po’ merito nostro che abbiamo fornito loro, in maniera inconsapevole, gli strumenti che si stanno rivelando utili in questo periodo.
Questo aspetto comporta anche una riflessione più larga, quando tutto tornerà a una “pseudo” normalità: può essere che le famiglie non abbiamo più necessità di alcuni servizi soprattutto extra scolastici?
La scuola stessa, trasformata in azienda, dovrà riprendere in mano il paradigma pedagogico che ha messo alla porta.

Antonino Giarraffa è educatore professionale ed esperto dei processi formativi per la cooperativa sciale “La Persona” di Bergamo.

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