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Dici che torneremo a guardare il cielo? – La giornata di un cooperatore

sky-414199_1920di Simone Pezzotta | 

Parole, rumori, giorni, attese, speranze e sogni.

Oggi sono uscito di casa, un fatto straordinario per i tempi che corrono. Avevo il compito per conto della cooperativa di cui faccio parte di portare a termine diverse consegne di mascherine protettive. Ieri fortunatamente ci è arrivato un buon comparto di DPI (dispositivi di protezione individuale).

Sono uscito, armato di guanti e mascherina, verso la sede della cooperativa a Fiorano al Serio dove avrei dovuto smistare i materiali e preparare i vari scatoloni. Esco dal mio paese: strade deserte, silenzi assordanti. Per strada poche persone, tutte rigorosamente indossano un “toglisorriso” che copre per metà volti ed espressioni. Tutto è così strano, a tratti surreale, così grigio. Pur se la primavera è sbocciata da qualche giorno non riesco a vedere più i colori. Una delle fatiche più grandi è quella di pulire lo sguardo dalle ansie quotidiane e dai pensieri negativi che tendono a farti abbassare la testa.

Arrivo in sede e preparo il tutto. Mentre mi dirigo a Villa d’Almè, la prima destinazione, la radio passa una canzone di Diodato, si intitola “Adesso”, la conosco bene, l’ha presentata a Sanremo qualche anno fa. Il mood che si è creato in auto mi porta a pensare a questi giorni, alle persone che abbiamo perso, agli amici che non abbiamo abbracciato, al dolore che abbiamo taciuto, al conforto che non abbiamo potuto offrire. E mi torna in mente che oggi è morto un papà nel mio paese, ma non di Corona Virus.

E allora inizio a credere che forse abbiamo smesso da tempo di riflettere su questo mistero ed evento umano che è la morte. La società contemporanea ci ha spinto forse a concepire il fatto che la morte non abbia influenza sul modo di vivere degli individui, ma anche sul modo di concepire la società stessa. Credo che una delle fatiche più grandi cui saremo chiamati a sostenere sarà l’elaborazione del lutto. Di certo non solo in maniera personale, bensì comunitaria. Quando finalmente usciremo dalle nostre case, quando ci accorgeremo dei segni indelebili lasciati da questo nemico invisibile nelle vite nostre e degli altri, dovremo essere capaci di alzare ancor di più lo sguardo e di trovare modi nuovi di fare comunità.

La canzone in radio prosegue e la tromba di Roy Paci precede di poco la voce artificiale del navigatore che annuncia che sono arrivato a Villa d’Almè. Consegno il primo pacco di mascherine e procedo verso la seconda tappa. Arrivo a Treviolo, a casa del direttore della nostra cooperativa in isolamento perché malato ormai da più di una settimana. Il suo sguardo è commosso e anche io fatico a trattenermi. Tantissime persone come lui stanno vivendo queste giornate in completa solitudine. E quanto bisogno di prossimità abbiamo. Prossimità. Questa parola ha mai irradiato le nostre vite prima di oggi? Farsi prossimo.

Nel vangelo di Luca il Samaritano alla fine della parabola lascia due denari all’albergatore e chiede a costui di avere cura dell’uomo percosso. Non sappiamo più nulla di ciò che accadrà a quell’uomo, se l’albergatore abbia davvero preso a cuore le sorti del malcapitato. Sento di essere chiamato in questi giorni a una fede cieca nel prossimo. A coltivare una speranza libera. Dobbiamo affidarci alla prossimità di tutti.

La mia testa viaggia e si arrovella in queste giornate anche sul tema della corporeità. Noi siamo corpo e proprio nella prossimità riusciamo a esprimere vicinanza, compassione, aiuto. La tecnologia in questi giorni sta salvaguardando tantissime cose, una fra tutte la possibilità di mantenere i contatti, ma credo non possa comunque sostituire la potenza che viene sprigionata da un abbraccio. Quello che vorrei tanto tendere, ora che sono arrivato a Caravaggio, da Miranda, mia collega che da 3 settimane sta affrontando questa epidemia in una comunità socio sanitaria accanto a 10 persone fragili, che non possono isolarsi in comode case accontentandosi della solidarietà digitale.

Torno a casa e ripenso a tutti gli sguardi che ho incrociato oggi, nelle persone incontrate e in quelle intraviste per strada. Sono occhi che a modo loro fanno rumore, che resistono, che si lasciano andare, sono occhi di una speranza ostinata, che infondono calore, che hanno voglia di tornare a guardare il cielo, con il sorriso aperto.

“E dici che torneremo a parlare davvero

senza bisogno di una tastiera

e passeggiare per ore per strada

fino a nascondersi nella sera

e dici che accetteremo mai di invecchiare

cambiare per forza la prospettiva

senza inseguire una vita intera

l’ombra codarda di un’alternativa

e dici che troveremo prima o poi il coraggio

di vivere tutto per davvero

senza rincorrere un altro miraggio

capire che adesso è tutto ciò che avremo’’

Simone Pezzotta è vice presidente della cooperativa San Martino Progetto Autonomia di Bergamo.

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