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Ciascuno di noi, moltiplicato per tutti: questa è la formula che dovremo tenere a mente

globe-3984876_1920di Betty Lazzarotto | 

Nei primi giorni di questa incredibile avventura mi aveva colpito il motto poi diventato virale che diceva che tutto sarebbe andato bene.

Dopo lo shock delle prime 24 ore, quella frase era un messaggio incoraggiante che apriva la possibilità di una soluzione quasi magica.

Oggi, dopo un mese, quella frase suona stonata, non la diciamo più.

Non è andato tutto bene, non sta andando tutto bene.

Oggi sappiamo che questa è una tragedia e che non finirà a breve. Sappiamo che i tempi saranno lunghi e che ne usciremo – chi ne uscirà – molto provati e feriti, con un forte bisogno di cura, dopo i corpi, delle nostre anime.

Ma, pur non sapendo quando, certamente, finirà.

Finirà, di sicuro.

E, in questa sostenibile speranza, cercando di gettare il pensiero in avanti, mi viene alla mente una domanda che può sembrare in questo momento inutile e anacronisticamente scandalosa, ma la esprimo ugualmente perché la sento vera, che spinge.

Perché quando qualcuno ha lanciato l’allarme rispetto all’estinzione della specie umana per l’incapacità di sopravvivere in un pianeta destinato a non poterci ospitare più, nel giro al massimo di un secolo, non ci siamo terrorizzati tutti?

Perché tutta la Terra a questo allarme non si è spaventata gettandosi a trovare soluzioni immediate per scongiurare quel pericolo?

Perché di fronte all’ipotesi di una fine certa e ineluttabile, moltissimi di noi, la maggior parte di noi, ha fatto finta di non sentire?

Forse perché un secolo è un lasso di tempo che non coinvolge l’arco di vita di chi oggi è già nato e quindi non ci riguarda? Forse perché è un fenomeno che non riusciamo a immaginare e, quindi, non ascoltiamo chi, invece, lo studia a livello scientifico e ne ha le prove?

Forse perché fino a quando non lo vediamo non ci crediamo?

È una cosa che deve accadere in diretta come sta accadendo ora ciò che sta accadendo, per crederci, per averne paura?

Anche questo virus finché ci arrivava tradotto nelle immagini dei notiziari da luoghi esotici e sconosciuti ci sembrava “lontano un secolo”.

Anche questo virus, nei primi giorni, è stato confinato in un caso e in un paese che non erano i nostri, in una situazione che non ci riguardava.

In questi giorni, gli uomini della scienza sono diventati gli uomini che ci possono salvare.

Li ascoltiamo con trepidazione e speriamo che il loro lavoro, le loro menti possano trovare una soluzione.

In questi giorni, i medici e tutto il personale sanitario sono gli angeli che ci curano, mentre i ricercatori studiano medicine e vaccini e da tutte le parti arrivano sostegni economici per questa battaglia.

In tempi di pace, quando c’era spazio e tempo per le cazzate della vita con la pancia piena e l’aspirina in tasca, abbiamo tagliato i fondi agli uni e agli altri. E la scienza ci siamo permessi di snobbarla.

Ecco, una cosa sulla quale oggi, e non domani, dobbiamo riflettere è proprio questa. È necessario rimescolare l’ordine delle priorità e mettere in cima la salute e la cura del corpo, dell’anima degli esseri umani e del Pianeta che li ospita.

Se è vero che la scienza in questo momento può fare molto per tutti, prepariamoci ad ascoltarla e a investire tutte le nostre risorse nell’operazione che, dopo questa emergenza, deve diventare prioritaria e irrinunciabile che è la salvezza della Terra.

Perché questa prova non debba diventare la prova generale di una Fine che, se aspettiamo l’ultimo momento, sarà, al contrario di questa, matematicamente certa.

Prendiamoci la responsabilità di permettere alle generazioni che verranno di vivere ancora, assumendoci il dovere di cambiare la nostra vita di adesso, come stiamo dimostrando di saper fare, rinunciando a quelle libertà che ci hanno portato al rischio della fine di questa straordinaria avventura umana.

Al termine di questo incubo, vediamo di uscirne con il bene prezioso di aver imparato che ciò che fa ciascuno di noi, moltiplicato per tutti, può salvarci e può salvarci solo se lo facciamo insieme. Tutti.

Betty Lazzarotto opera come pedagogista all’interno di un Servizio Educativo al Lavoro, che promuove percorsi di accompagnamento a favore di soggetti deboli e svantaggiati della Provincia di Lecco: www.bettylazzarotto.it

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