1. Animazione Sociale
  2. News
  3. #RaccontaIlTuoServizio
  4. Cos’è questo lavoro se non un continuo stare sulle onde, nel vento?

_

Cos’è questo lavoro se non un continuo stare sulle onde, nel vento?

chagalldi Andrea Prandin | 

Non ho ancora le idee chiare su quanto sta accadendo, su quanto mi sta succedendo.

Mi sento ancora nel mezzo del frastuono (anche se forse siamo solo all’inizio) di questo cambio di paradigma personale, sociale, mondiale.
In questi giorni sto leggendo tantissimo, ricevendo ancor di più. Via mail. Via telefono. Via tutto.
Il mio osservatorio è piccolo ma radicato. Mi occupo di consulenza, supervisione e formazione in svariati contesti socio-educativi, soprattutto quelli afferenti alle tutele minori: comunità per minori, comunità madre-bambini, servizi sociali, servizi per il diritto di visita e di relazione, progetti di educativa domiciliare, tutoring familiare e ogni volta vacci a capire cosa stiamo facendo.
Da consulente, formatore e supervisore a… non so bene cosa sia ora. Forse nulla. Non c’è proprio più nulla di “super”. È un esercizio di astensione, per me difficilissimo, così abituato a entrare nella scena, mano-mettere. Provo a guardare a questa pratica di astensione, ogni giorno, provo ad abbracciarla. Almeno lei. Abbracciare l’astensione, toccarla.

Come tutti, dopo qualche giorno, si trovano nuovi assetti, idee e dettagli a cui aggrapparsi. Nuove oscillanti posizioni, nuove poco battute strade per abitare il luogo che ci è dato. Siamo mammiferi e migranti, facciamo nido un po’ dappertutto. Bello, brutto, sbilenco, semplice o artistico. Provvisorio, drammaticamente provvisorio, o da tornarci continuamente, ogni volta. Incastonato, appeso.
Ma nido facciamo. Immancabilmente, finché ci è dato il respiro.
E così è partito un intenso uso del telefono, le videochiamate, le mail, miracolosi modi per rimanere in contatto con chi era nel mezzo delle onde sferrate, incalcolate.
E poi un ascolto di sé inusitato, un diverso gioco di sguardi con le nostre – solite – ombre. Tutti a cercar di capire le nuove regole dello stare insieme, del prestare aiuto, del prenderci cura delle nostre relazioni e anche delle nostre prestazioni. “Pre-stazioni”, così si chiamano molti dei nostri gesti professionali… Ora mi vien da ridere più del solito…

E così, piano-piano e forte-forte, oltre al mondo sanitario ed economico raccontato dalla televisione, nel suo inesorabile slacciarsi e inquietarsi, hanno iniziato a sbriciolarsi relazioni e progetti, sistemi ed equilibri fragilissimi, quelli di cui si occupa il mondo socio-educativo, quelli in cui lavoriamo ogni giorno.
Per alcune famiglie il venire meno anche solo dell’affidamento scolastico (non mi riferisco agli aspetti di apprendimento e socializzazione, mi riferisco al fatto che delego un altro contesto per la gestione di mio figlio) ha rappresentato un colpo infernale alla propria organizzazione e gestione. Un colpo sbattuto e schiantato al centro proprio del corpo familiare, soprattutto se non posso praticare lo “smart” working e se non mi posso permettere nemmeno un computer, nel caso.
Di “smart”, direi che non c’è proprio nulla. Semmai in tutte queste situazioni, e sono tantissime e drammaticamente silenziate dai principali narratori di questo pianeta, c’è un “crash” working.
E quindi? “Mio figlio/figlia a chi l’affido? Dove sta? Con chi sta?”; “Ho la fortuna di avere un lavoro, ho l’affitto da pagare, la rata del PC che le insegnanti hanno così caldeggiato che io comprassi a mia figlia…”; “A chi affido mio figlio?! Con chi sta? Al padre non chiedo, dopo tutto il difficilissimo percorso in comunità per trovare distanze da lui e nuovi equilibri”. Eh… E stiamo raccontando un punto infinitesimale degli intrecci di vita e dei giochi di equilibri di questo complesso pianeta.

E poi vedo una comunità residenziale per minori e per madri con figli, organizzazioni che già abitualmente e continuamente si reggono su precarie acrobazie di turni e presenze, che si ritrova senza mascherine e indicazioni precise su cosa fare e come fare (eh sì, siamo spesso tra gli ultimi di cui occuparsi e da pensare/normare/orientare). Una collega ha la febbre, l’altra ha il marito sintomatico e con tutta la famiglia deve restare in quarantena. E poi la paura, il telegiornale è per tutti, la confusione generale. Forse ho la febbre anch’io.

E poi l’educatore domiciliare che da un comune riceve l’indicazione di non interrompere il suo lavoro con la famiglia, di presentarsi in casa e misurare la febbre ai familiari prima di iniziare l’intervento. Ma poi c’è l’educatrice della stessa équipe, ma che lavora per il comune vicino, che ha ricevuto indicazione di sospendere immediatamente ogni accesso alle famiglie… E poi i due educatori mica sono entità astratte, categorie sociologiche, sono due persone che si misurano, come tutti, con i propri timori, la propria confusione, il discorso a reti unificate del presidente del consiglio lo guardano anche loro. Così come “Il canto delle sirene” che gira per le strade di tutti, ovunque ci siano ospedali nei paraggi, ed è anche loro la tentazione di farsi mangiare dalla paura. Mica stanno su un altro mondo. E hanno la stessa coordinatrice, Paola, che di solito è la loro frangiflutti. Anche lei, trema, sommersa dalle stesse onde.

E poi la famiglia con il figlio disabile, solitamente al CDD e in rete con gli educatori domiciliari, tutto il giorno tutti i giorni in relazioni con altri, non per delega. Eh no, ma per legittimo bisogno di sollievo. Solo questo. La madre telefona a Viviana, la coordinatrice della cooperativa che gestisce gli educatori con cui lavora da anni e le dice che si vuole buttare dalla finestra. Oppure dalla finestra ci scaraventa il figlio. E anche il marito.

Il paesaggio, in questo caso, nel mondo delle relazioni vulnerabili, non si svuota, non si fa rarefatto e diradato, nitido come il cielo e le strade di questi nostri giorni. Eh no. Al contrario si intensifica, il traffico è altissimo. Più del solito. Ci sono incidenti dappertutto. Crash.

Prendo le distanze, mi obbliga la legge. Rimango dietro uno schermo. Sono a riva. Scalpito. Calma.
Ascolto voci al telefono. Cospiro. Prego laicamente e a mio modo. Con il contatto virtuale servono altre virtù, alcune da scoprire, tutte da affinare. Le cerco. Le invento.
Prendo le distanze dalle mie imbarcazioni, quelle su cui salgo a bordo ogni giorno come consulente e ne soffro tantissimo ma, mi pare, che in questo modo io possa vedere diversamente, forse meglio. Ma cosa vedo? Cosa vedo?! Strizzo gli occhi, li strabuzzo anche, tremo.
Vedo il mondo socio-educativo di cui mi occupo e dentro cui vivo, come fosse amplificato, come fosse conficcato nel cuore e non più solo, come spesso accade, appoggiato, dedicato e orientato.
È tutto esasperato. Stressato. Il re è completamente nudo. A dire il vero, nel nostro lavoro il re è sempre nudo. Ma questa volta lo è completamente: nemmeno un dito dietro cui nascondersi.

Se mi concentro su questo livello di mondo e di vita, sinceramente, non vedo un altro mondo, non vedo scenari apocalittici, ribaltamenti, capovolgimenti, stravolgimenti di paradigma. Nessun crash come per altri nostri circuiti del vivere.
Chi lavora nel sociale senza visioni retoriche del dolore e della vulnerabilità e senza false sicurezze mascherate da imbarazzanti visioni progettuali, procedurali e dispositive, non può che vedere quello che vede sempre: paura, angoscia del vivere, incertezza, precarietà, forme di morte simbolica e reale, improvvisazioni estreme, accettazione del pericolo, vuoti. Il tempo che non c’è, che non c’è quasi mai. In questi giorni in molti si fanno la stessa domanda assordante e sconquassante: “Qualcuno ci dice quando finirà tutto questo?”. Chi lavora con “famiglie spettinate” sa bene che il finale non è mica scritto, definito, e quasi mai è rassicurante.

E poi?
E poi si vedono contemporaneamente, creatività, tanta creatività, stupore verso l’inatteso, clamorosi movimenti autocurativi, passione, invitta speranza. Immaginazione. I finali vengono immaginati: ogni volta. Nessuna rassicurazione: dita sempre incrociate. Inshallah. Count your blessings. Abbiamo solo fragili corrimani a cui appoggiarci. E il meno possibile. Meglio stare a un metro di distanza da ogni certezza. Come sempre.

E così l’educatore Roberto entra in quella casa in cui entra due volte a settimana da molti mesi con un filo rosso, un bellissimo spago lungo due metri. Lui lo tiene da un capo, il piccolo Samuele lo tiene dall’altro. Il padre è al fianco del figlio. Il filo va tenuto in tensione. Roberto giocando spiega al padre cosa sta succedendo. Spiega e racconta. Oggi un po’ fa il virologo, un po’ fa il giocoliere. Dispiega le nuove regole del gioco della vita.
Sono in contatto come non mai. Ma non si toccano. Il filo fa onde. Giocano a fare le onde. E a fare i frangiflutti. “Forse ci vediamo tra due giorni. Il filo lo tengo io o lo tieni tu?”.

A guardar bene, ora più di sempre, ma come sempre, si corre, ci si rincorre, ci si piega e spiega: ci si inventa. Ci si dispera, ci si preoccupa, si cade, ci si rialza, si cade un’altra volta: si gioca. Quel gioco che Bateson ci ha insegnato come postura cavalcante, ondeggiante.
In fondo il modo migliore per stare nel lavoro sociale ed educativo non è quello del funambolo? Come Philipe Petit, noi operatori sociali siamo sempre sul filo, scioccati dal vento. Spesso dal vento anche frustrati. Ora sul filo siamo senza bilanciere, su un piede solo.
In fondo, noi siamo quasi sempre in stato di allarme, incertezza, viviamo continuamente forme di assedio, limitazione, controllo. Siamo spesso in ginocchio. Spesso, come ora, la paura la sentiamo, fortissima, ma non sappiamo nemmeno bene di cosa aver paura.
Cos’è questo lavoro se non un continuo stare sulle onde, nel vento? Continuo oscillare, tentare, nutrire, fare in modo che le persone, i bambini e le famiglie siano esposti al vivere, esposti forse in un modo diverso dal solito, ma comunque immancabilmente esposti. Ad ogni speranza, ad ogni morte, ad ogni mostro; ad ogni amore, ad ogni amore (questa replica non è un refuso!).
Esposti alla luce e alla sua ombra. Tutto insieme, come sempre. Ora tutto questo è solo conficcato.
Lo sentiamo. Lo sentiamo?
Petit ha scritto che suo padre gli ha insegnato che la prima cosa che un funambolo ha da imparare è: ringraziare.È quello che vorrei saper fare adesso, adesso che tutto si scompone. E, anche, contemporaneamente, si ricompone.

Andrea Prandin è supervisore pedagogico, consulente dei servizi sociali e del tribunale dei minori nel territorio di Monza.

 Per acquistare un numero o abbonarti alla rivista >>>
 Leggi tutti i contributi arrivati #RaccontaIlTuoServizio >>>