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Subito in trincea – Diario di un’assistente sociale assunta da quattro mesi

mango fotodi Nicole Alice Masieri

Squilla il cellulare, ma no non è il mio, è quello di servizio. Accidenti mi sono dimenticata di spegnerlo. Il numero non lo conosco, è tardi e sono stanca, non mi va di rispondere.

Continua a squillare, oggi è stata veramente una giornata faticosa.

In ufficio, dopo un lungo e duro lavoro, siamo riusciti a sviluppare un processo per rendere effettiva l’Ordinanza Nazionale sui Buoni Spesa. Il telefono strilla tutto il giorno a tutte le ore, c’è chi ha bisogno di informazioni, chi non sa come pagare l’affitto, chi è rimasto senza stipendio e chi, già seguito dal servizio sociale, ha necessità di parlare con qualcuno di cui si fida. Vorrei che le persone percepissero che il Servizio Sociale si ricorda di loro, così ho deciso di mantenere i legami utilizzando i colloqui telefonici. È veramente strano non poter guardare in viso le persone, cercare di leggere le loro emozioni attraverso lo sguardo e decifrare il linguaggio non verbale. In fin dei conti ho iniziato a lavorare da quattro mesi e l’emergenza sanitaria è scoppiata circa due mesi fa, mi sembra di essere finita subito finita in trincea.

Il cellulare continua a squillare, non si dà pace.

Mi torna in mente la telefonata dell’altro giorno, la mamma di una famiglia numerosa mi ha raccontato piangendo che i suoi bambini mangiano da una settimana piatti freddi, il marito ha perso il lavoro a causa dell’emergenza sanitaria, lei parla poco italiano. Le assicuro che le arriverà il pacco spesa dalla Caritas e che per due mesi la bombola del gas è pagata. È contenta, mi sarebbe piaciuto vedere il suo sorriso.

Subito dopo ha chiamato un papà, non sa nemmeno cosa siano i Servizi Sociali, non ne ha mai avuto bisogno prima. Ha esordito dicendo: “Ci sono persone che hanno sicuramente più problemi di me, non voglio privare di aiuti nessuno”. Sono riuscita a capire che ha bisogno di un sostegno leggero, forse potrebbe ricevere anche lui un pacco spesa, oppure potrei informarlo dell’iniziativa della Protezione Civile “Spesa sospesa” all’interno dei supermercati. Mi ha detto di essere celiaco, ma non dà troppa importanza a questo, è più importante che sua figlia e sua mamma anziana mangino un piatto caldo, lui si sarebbe aggiustato. Ho percepito dal tono di voce che questa telefonata non la voleva fare, mi ha parlato di dignità, si è immaginato quante persone chiamano per ricevere il nostro aiuto e che la sua famiglia, tutto sommato, non sta così male. Ma quando ha dovuto scegliere se pagare l’affitto o fare la spesa, ha deciso di chiamarci. Ha detto che ora il frigo è vuoto da qualche mese, come la dispensa. Ha accettato il pacco, mi chiamerà più avanti per compilare il modulo per il Bonus, infine mi ha ringraziato. Non gioisco per questi ringraziamenti, so che il problema non si è risolto, ci abbiamo messo una toppa, nemmeno così spessa. Queste toppe quanto dureranno? Basteranno? Come posso sostenere tutte queste famiglie dignitosamente? Mi frullano in testa domande del genere ogni giorno.

Quarto squillo. È veramente insistente.

Quasi mi dimenticavo di lui: un anziano solo, ha molta paura di uscire di casa, faceva tantissime attività prima dell’emergenza. Mi ha raccontato che prima giocava a bocce, che prendeva il caffè al circolo e delle lunghe chiacchierate con quella signora così graziosa, più giovane di lui ma non troppo, dice. Ha bisogno di qualcuno che gli porti la spesa e le medicine, mi precisa di essere ancora giovane e forte. Sorrido e mi immagino il suo viso segnato dalla vita e dai mille racconti che vorrei ascoltare, come quando facevo le visite domiciliari dagli anziani, c’era sempre un cioccolatino o una caramella ad aspettarmi e una frase dolce da nonni. Mi manca non poter entrare così a contatto con la vita delle persone, osservare e assaporare ciò che per loro significa casa. Mentre l’anziano mi ha raccontato la sua vita prima dell’emergenza, è arrivata un’e-mail di una segnalazione dai Carabinieri: tentato suicidio. Ho pensato a quante e-mail del genere potrei ricevere; la mia prof di psicologia fece una lunga lezione sugli effetti dell’isolamento e non sono di certo semplici da gestire.

Durante i cinque anni di Università si è parlato diverse volte di urgenza ed emergenza. Ho fatto bene a scegliere di specializzarmi in Toscana: è stata la prima Regione ad aver promosso la sperimentazione del Servizio di emergenza e urgenza sociale. Ma mi trovo ad affrontare un’emergenza sanitaria che sta diventando anche sociale, come una bomba pronta a esplodere. Nessuno ha tracciato una mappa precisa su che percorso intraprendere e a volte l’impossibile non basta.

Sono tornata alla chiamata, ho detto all’anziano di aver attivato un assistente domiciliare che si occuperà di tutto, mi ha ringraziato e mi ha mandato la sua benedizione. Nonostante non sia credente ho sentito la forza della sua fede. Dalla porta d’ingresso del mio ufficio ho visto la collega che ha allontanato il telefono dal suo orecchio con una smorfia. Probabilmente era qualcuno che, furioso, ha lamentato un ritardo del contributo economico. Un magro contentino per la sopravvivenza di intere famiglie. L’assistenzialismo è un sistema insidioso sia per le persone che per i professionisti; la responsabilizzazione e la consapevolezza delle proprie capacità nell’individuo sono i percorsi che preferisco.

Decido di rispondere anche se è tardi, e se fosse un’urgenza nell’emergenza?

È l’operatore della Protezione Civile: hanno trovato Mango! Sono le undici di sera ma non posso aspettare domani. Chiamo Norma, un’anziana sola e isolata che rischia una grave depressione: mi chiama tutti i giorni perché vorrebbe un cagnolino di cui prendersi cura. Mi capita spesso mentre torno a casa da lavoro, con la testa ancora in ufficio, di pensare quali siano davvero i bisogni di prima necessità, ad oggi non credo di avere una risposta. Ricevere e donare amore, godersi la compagnia di qualcuno, abbracciare la mamma e sentirne il profumo, insomma, i rapporti umani. Come escluderli dalle necessità?

In questo periodo siamo così concentrati a intervenire in situazioni in cui il bisogno è alimentare oppure è legato alla consegna urgente di farmaci, che a volte perdiamo di vista il valore di uno sguardo amico o di una relazione, di qualsiasi tipo. Norma non ha bisogno di pacchi della spesa, non ha neanche bisogno di qualcuno che le porti le medicine, Norma ha bisogno dello sguardo amico. Quando le do la notizia Norma si commuove e inevitabilmente mi commuovo anch’io. Cerco di trattenere i sospiri, anche i più flebili, non voglio che dalle parole possa trasparire il mio stato d’animo. Mi dà la buonanotte: “Grazie Nicole, dopo tanto tempo vado a dormire felice”.

Ora spengo il telefono di servizio e imposto la sveglia per l’indomani. La quarantena non ha stravolto le mie abitudini ma sono cambiate tante cose nella mia vita. Non vedo da mesi i miei famigliari e i miei amici, vivo da poco in un luogo sconosciuto nel quale non ho riferimenti stabili, vedo il mare tutti i giorni invece delle mie colline. Ora però ho nuovi riferimenti, per esempio, tutte le mattine prima di entrare in Comune saluto il mio amico pescivendolo e prenoto il pescato per venerdì. Quando ero a Firenze avevo la possibilità di vedere chi volevo quando volevo, mi bastava prendere un treno. Ora le distanze sembrano insormontabili: vorrei abbracciare la mia mamma e guardare gli occhi blu di Mattia.

Qui non vedo più le mie colline, è vero, ma almeno il colore del mare mi ricorda il suo sguardo, quello sguardo che è anche un po’ mio. Nel letto il mio pensiero ritorna a Norma, penso che da domani avrà anche lei qualcuno da guardare negli occhi, avrà un cucciolo gentile dal nome di un frutto. Mango, magari si chiama così per il colore dei suoi occhi. Mi addormento pensando che questo è il lavoro più bello del mondo.

 

Nicole Alice Masieri è assistente sociale del Comune di Finale Ligure (Savona).

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