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Il virus, ostacolo in più su cammini già fragili – Donne vittime di tratta e sfruttamento

corona-5008824_1920di Nadia Gagliardini | 

Un mese fa eravamo ancora convinti che il Covid-19 fosse poco più di un’influenza stagionale, un po’ più contagiosa, inclini a pensare che comunque il contagio non si sarebbe allargato. Una convinzione molto ingenua, figlia di una generazione – la mia – che non ha vissuto direttamente particolari sconquassi o eventi quali guerre ed epidemie.

Fino a un mese fa quindi la nostra vita personale e professionale stava iniziando a interfacciarsi a un mondo che si stava pian piano allontanando, che si metteva la mascherina, che si lavava spesso le mani (vivaddio), che trovava l’amuchina allo stesso prezzo di un barile di petrolio.

Anche sul lavoro si cominciava a dire alle nostre ospiti (lavoriamo con persone, in maggioranza donne, vittime di tratta e grave sfruttamento) di distanziarsi di almeno un metro, di non frequentare luoghi affollati e tutte le altre regole di comportamento che pian piano stavano uscendo. L’accesso ai luoghi di cura, amministrativi ecc. stava diventando difficile e sempre più restringente e quindi anche gli accompagnamenti si sono sempre più diradati ad ogni decreto del Presidente del Consiglio.

Il nostro compito quindi è stato ed è quello di aiutarci tra noi operatori a trasmetterci e trasmettere alle persone che seguiamo la rassicurazione che, mantenendo alto il livello di attenzione, il rischio di contagio si ridurrà, ma anche la consapevolezza che come possibili e/o eventuali portatori del virus dobbiamo stare attenti.

Posso dire che le ospiti attualmente in carico e residenti nelle nostre strutture sono state subito ricettive, anche perché epidemie e/o altre situazioni di grave pericolo, dove la loro vita è stata messa a repentaglio, nella loro seppur giovane esistenza le hanno vissute.

Il “coronavirus” è sicuramente il tema attuale per queste donne e uomini, perché limita la loro libertà di uscita, di esprimere la loro gioventù fatta di incontri, di divertimento, e ha bloccato o fortemente deviato il loro percorso di autonomia, come i corsi di italiano, la ricerca di lavoro, lo svolgimento degli stage. Qualcuno addirittura ha perso il lavoro perché il datore, non potendo operare, ha chiuso i contratti con le agenzie interinali.

Certamente il nostro contatto con gli utenti è cambiato in questo periodo, caratterizzato sì dalla mascherina e dallo stare lontani senza darci un “batticinque” o una stretta di mano, ma anche da un guardarci negli occhi in modo più attento, più caloroso.

Entrando nelle strutture poi si cerca di portare una ventata di allegria, rispondendo alle domande personali o di gruppo se possibile e trovando pure argomenti leggeri e scanzonati per non dover sempre affrontare il discorso che in ogni dove ci accompagna in questo periodo di pandemia.

Si cercano anche in questo caso forme di comunicazione alternative, per ovviare il divieto di vicinanza fisica, come le chiamate in videochat. E per loro è divertente vedere operatrici “anziane” usare piattaforme social come loro giovani!

Nadia Gagliardini è educatrice nel progetto “Alba”, per vittime di tratta e/o gravi sfruttamenti attivo su Bolzano e Trento dal 2003 e gestito dall’associazione La Strada-der Weg.

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