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Spiega a un adolescente in comunità che la libertà è sospesa

still-2609564_1920di Marco Mura |

Non ho scritto niente in queste settimane, un po’ per mancanza di tempo, ma soprattutto come forma di rispetto verso tutto: l’emergenza sanitaria in primis; poi le difficoltà di chi deve stare a casa, di chi è costretto a non lavorare e ha il doppio sospiro: la preoccupazione comune della salute e quella di restare in piedi senza entrate; e anche perché se non si ha niente di utile da dire meglio tacere. Poi però ho pensato che la testimonianza di una situazione può essere utile. 

Cosa ci destabilizza di questo dramma? Per “fortuna” manca una esperienza pregressa, che abbia lasciato traccia, per capire cosa fare quando si è alle prese con una situazione straordinaria. E allora sapere cosa succede a qualcuno può aiutare, o almeno confortare e non lasciarci più soli di quanto già siamo. Noi educatori di comunità siamo come un’entità astratta: esistiamo, ma difficilmente si parla di noi. E questo non ora, sempre. Facciamo qualcosa che da fuori definiscono in diversi modi: difficile, bello, importante, vocazionale addirittura. Poi però quello che facciamo non lo sa nessuno, o almeno nessuno se ne interessa granché. In realtà va bene così, non è un lavoro che deve stare sotto i riflettori. 

Poi arriva l’inimmaginabile: una pandemia. Non ci credi, minimizzi, e una mattina ti ritrovi a doverti trasformare, a cambiare abitudini ma anche tutte le tue strategie lavorative. Chiudono le scuole, vengono sospesi i tirocini lavorativi, i tuoi ragazzi non possono più vedere famiglie, amici, fidanzate/fidanzati. Ok, gli spieghi che succede, i rischi ecc. e la chiudiamo lì. Fatto. Facile no? Spiega a un adolescente che la libertà è sospesa; spiegalo a un “adolescente inceppato”; spiegalo a chi non ha mai avuto in vita sua un concetto della casa come luogo di cure, di protezione, che sta imparando ora a vedere la casa come radice. Spiegagli che ora chiuderli in casa è il più grande gesto d’amore che tu possa fare per loro. 

E tutto questo lo fai! E tutto questo lo rispettano. Ma tutto quello che c’è in mezzo tra lo spiegare e l’accettare, è una montagna enorme da scalare. Siamo dentro le mura, a vivere di cose semplici, a far riscoprire il senso lento del tempo, il gusto del chiacchierare di tutto e di niente, la croce e delizia della convivenza senza sosta. È una nuova forma di stare al mondo, per noi e per loro. Ma noi siamo adulti, a loro brucia la pelle anche un alito di vento. Sono coraggiosi, forti, ce la stanno mettendo tutta. Vedo 40enni che si impegnano neanche la metà di quanto stiano facendo loro. Poi ci siamo noi. Che veniamo a lavorare cercando di fare la nostra parte in questa enorme drammatica situazione. Preoccupati di fare la cosa giusta in una condizione in cui ti sembra che come fai rischi di sbagliare. In cui hai in mano realmente la vita di altri. 

Non lavoriamo in un ospedale, è vero, o almeno non in quello del corpo. Lavoriamo sulle loro teste, sulle loro anime. Siamo stanchi e dopo un minuto riniziamo come se avessimo appena montato in turno. Perché c’è da dare il proprio contributo, ognuno a suo modo: lavorando, con tutti i rischi del caso; stando a casa, ché di noia non è in realtà mai morto nessuno; inventando nuove forme di aggregazione a distanza. Noi educatori stiamo facendo il nostro: esserci. Questa volta senza indicazioni certe su cosa si può o non si può fare; con la preoccupazione di cosa sarà domani: sarai stato abbastanza bravo, convincente, presente, fermo, paziente, empatico, da convincere i tuoi ragazzi a stare a casa? A non sentire il richiamo esterno dell’amore, della famiglia, degli amici, della libertà? 

Quanto pesa questo macigno che portiamo in pancia, che ci dà la responsabilità di quelle che poi rimangono alla fine comunque loro scelte. Poi ci mettiamo seduti, noi e i nostri ragazzi. Li guardo sforzarsi di combattere questa battaglia, senza neanche averla capita troppo bene. Osservo i loro occhi, i loro denti quando ridono, ascolto le voci quando urlano e cantano. Noto particolari nuovi, quelli che sfuggono alla vita veloce. Vorrei che arrivasse a loro quanto vogliamo proteggerli e dirgli che questo mostro lo sconfiggeremo. Siamo stanchi. Siamo invisibili. Ma siamo anche noi una ruota di questo treno guasto che prima o poi ripartirà. 

Un abbraccio a distanza a tutti i colleghi, miei e delle altre strutture come la nostra. Sento un moto di solidarietà che ci unisce, e questo non può che farci bene.

Marco Mura è educatore nella comunità “Altre storie” a Capoterra, in provincia di Cagliari, gestita dalla cooperativa Servizi Sociali.

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