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Per gli operatori sociali lo smart working non è contemplato

LABORATORIO IN COMUNITA'di Virginia Manno | 

In queste lunghissime settimane ho la possibilità di svolgere il mio lavoro da casa. Per la cooperativa sociale mi occupo infatti di comunicazione e sono di supporto alla progettazione. Non vivo la comunità nella sua quotidianità, non sono un educatore, non sono un’assistente sociale, non sono una psicologa né una pedagogista, non sono un operatore sociale. Ho adottato la pratica dello smart working e da casa continuo a collaborare con le mie colleghe.

La fatica, dunque, non la posso raccontare, ma posso immaginarla.

Conosco ogni singolo collaboratore che opera in comunità, conosco le nostre ospiti, le nostre donne e i loro figli. Di alcune conosco perfettamente la storia, di altre solo qualche dettaglio, ma certamente di ognuna conosco la luce che brilla nei loro occhi quando si spostano nella nostra sede operativa per partecipare ai laboratori creativi, artistici che abbiamo implementato per dare loro quell’opportunità che la vita, sino ad ora, non ha donato.

Ma la fatica di chi, ogni giorno, ogni notte, si alterna per accudirli, per sostenerli, per confortarli, per alleggerire le loro giornate, non la conosco.

Conosco, per opportuna conoscenza, quali sono state le decisioni rispetto alla turnazione. Troppe persone, troppi operatori solitamente entravano in casa, sì perché per noi la comunità è casa! Dunque ognuno di loro ha messo sul tavolo le proprie ore, la propria vita personale, le proprie angosce, le proprie preoccupazioni anche per chi l’attende a casa, le proprie domande, le proprie paure e proprio come in una famiglia accade. Si sono redistribuiti gli impegni, decidendo che era preferibile, per le nostre donne e i loro bambini, i nostri bambini, fare turni più lunghi nell’arco della giornata per far entrare in casa un numero minore di persone che inevitabilmente, stando fuori, si espongono al rischio di contaminazione.

Io la loro fatica, fisica, oltre che morale, non la conosco. La posso solo immaginare.

Redistribuire le proprie ore mettendosi al servizio, tutti, anche chi la comunità la coordina, non era nelle proprie responsabilità. Sono lavoratori dipendenti garantiti da un contratto che tutela i loro diritti, anche l’eventuale scelta di chiedere giornate di aspettativa o di ferie, retribuite o, vista la situazione psicologicamente potente, richiedere un periodo di malattia. A noi però mai nessuna di queste richieste è arrivata, da nessuno di loro. E l’unica collaboratrice che non è più nei turni è una giovane donna in gravidanza che è stata costretta dai propri colleghi, dai propri amici, a entrare in maternità un mese prima del previsto, perché se fosse stato per lei, sarebbe ancora lì, tra i “suoi” bambini per aiutarli a gestire i numerosi compiti che in questi giorni riempiono le loro giornate.

Per noi, colleghi a distanza in questo periodo, la loro dedizione, il loro senso di responsabilità, il loro dono, inaspettato, è stato accolto con grande ammirazione. Ammirazione per quel sentimento di mutua collaborazione che, ogni giorno, ogni singolo turno, esprimono tra di loro, l’una con l’altro affinché per le nostre donne e i loro bambini, i nostri bambini, nulla sia poi così diverso dal solito, almeno in casa, in queste settimane di surreale quotidianità.

Racconto scritto pensando alle operatrici e agli operatori sociali della Comunità alloggio per gestanti e madri con figli a carico “Balbis” attiva nella città di Brindisi.

Virginia Manno si occupa di comunicazione e progettazione per la cooperativa sociale Il Faro di Latiano (Brindisi). La cooperativa gestisce una comunità, “Balbis”, a Brindisi, dove accoglie mamme con figli che vivono situazioni di vulnerabilità e/o maltrattamenti.

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