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Quanto è difficile la smart education! – Animare spazi educativi nei vincoli dell’oggi

creativitàdi Irene Mannino, Francesco Ferrante, Ileana Cimatti |

Ci siamo chiesti – mentre proviamo a riordinare le idee per raccontarvi come stiano affrontando i nostri Servizi questo momento così complicato – l’origine della parola “animatore”.
Cerchiamo spunto sul web (il web che tanto ci sta venendo in aiuto in questi giorni) e troviamo questa definizione che ci piace molto: “Animatore è colui che abbia in testa un progetto, sappia mettere l’anima in azione e apportare un cambiamento; chiunque crei contesti e offra opportunità che facilitino le trasformazioni, magari attraverso la creatività che gli è propria”.
Ci sembra che esprima bene lo spirito con cui, durante le prime fasi della crisi, confuse e concitate, ci siamo avvicinati a pensare a un cambiamento che potesse permettere ai nostri Servizi di continuare.
Siamo tre educatori e siamo l’équipe educativa di due Servizi educativi che operano sul territorio di Mapello (Bg): Azione Compiti e Progetto Giovani.
Azione Compiti è un Servizio che offre uno spazio di accoglienza e di lavoro scolastico per i preadolescenti alunni delle medie. Utilizza le aule scolastiche che di pomeriggio diventano un luogo dove poter fare i compiti insieme ai propri compagni con l’aiuto e il sostegno degli educatori. È un Servizio che punta alla collaborazione fra il gruppo dei pari e che stimola e incoraggia un modo diverso di fare i compiti perché farli insieme e aiutarsi (sì certo… a volte anche scopiazzando) è più bello, più intriso di senso.
Progetto Giovani è invece uno spazio libero e aperto in cui i ragazzi possono recarsi per trovare gli educatori pronti ad ascoltarli e far con loro delle esperienze: giochi, preparare merenda insieme, fare gite, ascoltare musica, raccontarsi, arrabbiarsi, esprimersi, ribellarsi. Uno spazio di crescita e sperimentazione.
Bene. Due Servizi come questi, davanti a un’emergenza come questa, come possono trovare respiro e crescita all’interno di una distanza necessaria ma forzata? Due Servizi che nella normale quotidianità si basano sulla vicinanza, gli sguardi, il qui e ora, l’esserci, davanti a te, guardandoti e ascoltandoti, anche quando sei arrabbiato nero perché il mondo non ti capisce, la tua famiglia non ti capisce, la scuola non ti capisce. E tu urli e magari lanci sedie, ma noi siamo lì che ti ascoltiamo e piano piano proviamo a riprendere il filo dei tuoi pensieri e delle tue emozioni e insieme a te lo riavvolgiamo. Come si poteva salvare tutto questo nel periodo del “distanziamento sociale”, della reclusione nelle case? Con la “smart education”? Si sarebbe riusciti a trasferire tutta questa fisicità ed emotività nel mondo virtuale dei new media e dei social networks?

Azione Compiti ha dovuto traslocare dalle aule scolastiche alle stanze virtuali di una piattaforma online, quella che già la Scuola stava utilizzando per continuare il suo lavoro didattico. La nostra azione inevitabilmente sarebbe mutata. Ora più che mai si trattava di “mettere l’anima in azione”.
Abbiamo pensato che dare continuità allo spazio compiti non volesse dire solo l’urgenza degli esercizi da fare, dei capitoli da studiare, di un programma da seguire che va avanti virus o non virus. Quello che stava partendo era un modo di fare scuola nuovo, in un tempo nuovo pieno di preoccupazioni e incertezze. E quelli con cui ci apprestavamo a entrare in contatto non erano solo alunni, ma giovani persone, anche loro coinvolte nell’emergenza sanitaria con tutte le sue restrizioni e ansie. Ragazze e ragazzi pieni di vitalità che da settimane e per settimane non possono uscire, vedere gli amici, godersi la primavera. Mentre il mondo adulto continua la sua narrazione martellante sulle minacce dell’infezione, il conteggio dei morti, il deserto nelle città e il caos negli ospedali. Abbiamo affrontato Azione Compiti online pensando che c’era da mettere in campo con i ragazzi un ascolto accogliente ed empatico, c’era da creare occasioni affinché loro potessero raccontarsi ed esprimersi.
Così, da quasi un mese, noi educatori entriamo tramite internet nelle stanze dei “nostri” ragazzi. Sono gli stessi di prima. Le stanze non sono solo virtuali, sono proprio le loro camerette con le loro cose quotidiane. In sottofondo si sentono i fratellini urlare, le mamme rimbrottare, ogni tanto qualcuno passa e saluta. Tra un esercizio e una lettura si infila una domanda degli educatori, sboccia un racconto, si esprime uno stato d’animo colto dal vivo nel momento. Connessione dopo connessione trovano spazio una canzone, l’accenno di un ballo di Tik Tok, l’ultimo gossip su qualche compagno.
Con questa modalità di fare Azione Compiti la didattica si intreccia con la vita quotidiana. È inevitabile e – crediamo – indispensabile nella fase che i ragazzi stanno vivendo. Non è villaggio turistico (con tutto il rispetto). È animazione nel senso – anche – del dare anima, se è vero, come è vero – e noi ci crediamo fermamente – che ogni apprendimento avviene nella relazione, dentro un clima di emozioni e di affetti.

Per Progetto Giovani il passaggio non è così semplice. Progetto Giovani è il salone dell’Oratorio che ci ospita, vuoto ed essenziale, riempito dai nostri schiamazzi, dalla musica, dai cazziatoni urlati, da giochi improvvisati, partite a calcetto, confidenze fatte a bassa voce in un momento d’intimità, corse, merende, merende buttate a terra per il gusto di vedere come gli educatori reagiscono, risate, parolacce, ti racconto di come non vado d’accordo con i miei e poi ti urlo che a me non mi comanda nessuno… capito? Manco tu! Prima d’andar via però ti saluto sempre, a bassa voce ma lo faccio.
Odori, stare anche senza far nulla ma dentro quel nulla trovare uno spazio fatto di sguardi ed espressioni che varrebbero un quadro dipinto. Un’istantanea d’autore. Come portare tutto questo nella distanza della virtualità? Non si può. È ovvio. Una video chiamata non è la chiacchierata guardandoti negli occhi. Una canzone inviata non è una canzone ascoltata insieme con le vibrazioni del suono che corrono fra me e te e tutti. Il lancio di una sfida via web non è un gioco fatto lì insieme, dove si cade, il compagno ti rialza, l’avversario prova a fregarti, e mi arrabbio perché perdo e mi gaso perché vinco.
Ci stiamo accorgendo che quelli che pensavamo vivere solo sul mondo dei social ci stanno dicendo che a loro questo Progetto Giovani da lontano non piace granché. Ma non ce lo dicono apertamente, sarebbe da sfigati. E poi c’è la questione delle modalità di comunicazione, pedagogica quant’altre mai.
Prima della chiusura loro entravano in Oratorio col loro stile, fragoroso, energetico, invadente. E noi, da “bravi educatori”, a far prediche sull’inopportunità e inadeguatezza dei loro atteggiamenti. Ora siamo noi che entriamo nello spazio social, è il loro terreno, gli inadeguati e inopportuni siamo noi. Certo, abbiamo da anni il profilo del Progetto su un social strapopolare, e lo stiamo sfruttando alla grande in queste settimane. Ma quando, da adulti, postiamo delle “storie” rivolte a loro, o ci sentiamo in videochiamata con loro, sono i ragazzi ad avere il linguaggio “giusto”, le movenze “più fighe”.
Così, le ragazze e i ragazzi del PG stanno cercando di capire cosa sia questa strana cosa che stiamo proponendo loro. E stanno reagendo con le loro maniere. Forse un giorno avranno, avremo creato insieme uno stile “azzeccato” per fare Progetto Giovani sui social. Per adesso loro se ne stanno sulla soglia, con un piede dentro e uno fuori. Sullo schermo del telefono si apre un riquadro e compare un logo, si sente un ciao. Raramente si vede un volto, poi scompare. Qualcuno si ferma per una breve conversazione, poi fugge via. Qualcuno utilizza le app per mascherare il proprio volto con un muso da cagnolino o una bocca enorme. Qualcun altro sabota il meccanismo inserendo un video malvagio di qualche trapper. Nessuno di loro per ora è a proprio agio a chiacchierare con le facce degli educatori inquadrate nello schermo accanto alle loro (e forse neanche noi educatori lo siamo completamente).
E invece, quando il Servizio era aperto, loro c’erano sempre tutti, sapete? Magari c’erano rompendo le scatole, ma porca miseria non saltavano un ingresso. Sempre lì, con le loro eruzioni di emozioni confuse e contraddittorie. Ora no. Eppure non mancano di mandarci dei segnali. Un messaggio provocatorio in chat, un like messo di sfuggita, uno sfottò ostentato rivolto a qualche amico (ovviamente stravolgare). Stanno sulla soglia. Cercano di capire. Innanzi tutto come loro stessi si sentono e ci stanno dentro.
Naturalmente non hanno tardato a farci sapere che i nostri video sono “da bambini”, o “da sfigati”. Certo, la differenza di stile è smaccata. E noi educatori dovremmo forse sforzarci di imitare il loro? Di scimmiottarlo per renderci più popolari ed essere più seguiti? O potrebbe essere un’occasione per marcare una differenza di modi, di linguaggi, di visioni – che è anche una distinzione tra adulto e adolescente, tra educatore ed educando? Una differenza che, una volta espressa, può evolversi in contaminazione, integrazione, sana convivenza. Un “temone” pedagogico, non trovate?
Stiamo pensando che dovremo lavorare sulle modalità di comunicare in questi nuovi contesti, i tempi lo richiedono. Abbiamo tanto da pensare e da imparare. E aumentare e variare le nostre strategie di comunicazione con i ragazzi ci servirà anche dopo, in quella realtà dei Servizi, sicuramente nuova, che troveremo quando tutto sarà finito.
Noi non sappiamo se stanno capendo davvero che il nostro Progetto con loro non lo abbiamo dimenticato. Non sappiamo se sentono davvero di farne parte in questa sua nuova versione. Questi sono però macro obiettivi che, diciamocelo, noi educatori potremo valutare solo alla fine. Per adesso possiamo solo continuare a curare i piccoli momenti che riusciamo a costruire, le interazioni virtuali e minute nel flusso immateriale dei bytes. Ci interessa che i “nostri” ragazzi e ragazze sappiano che non ha smesso di esistere per loro uno spazio di presenza, di ascolto senza giudizio, di accompagnamento in questa difficile epoca. E se questo spazio per ora deve essere altrove, nella rete di chissà quale social, che così sia!
Noi proveremo a starci in equilibrio su questo mondo tutto da esplorare. E lo chiederemo anche a loro. Non poggeremo il piede di colpo, ma prima la punta, poi la pianta, e forse, infine, il tallone, con prudenza, ma non senza metterci in gioco postando in rete i nostri linguaggi di adulti che educano, il nostro bagaglio, il nostro mondo.

Irene Mannino, Francesco Ferrante, Ileana Cimatti sono l’équipe educativa di Azione Compiti (spazio compiti per ragazzi delle medie) e Progetto Giovani (centro di aggregazione giovanile per preadolescenti e adolescenti) a Mapello (Bergamo), servizi educativi gestiti dalla cooperativa sociale Città del Sole.

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