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In questa linea del tempo la vita accade e io accado con lei

Sillabario copiadi Rosa Sclippa |

Sono davanti a questo foglio bianco, cercando di mettere ordine nei pensieri, con la determinazione di farne emergere uno, più importante o sensato di altri, per poterlo comunicare, condividere.

Mi dico che devo guardare al mondo, a quello che sta accadendo intorno, con gli occhi di un operatore. Ma non ci riesco.

Questo sguardo che sempre mi è venuto in aiuto nei momenti di difficoltà oggi non mi basta più; non mi basta per comprendere dove stiamo andando noi, la nostra professionalità e i luoghi in cui si è impegnata nel corso del tempo. Perché sento che siamo arrivati a un punto di svolta, perché questo è, un punto di svolta.

Siamo dentro a un fortunale, e anche se mi sforzo di attribuire a questa parola una minima accezione positiva, perché nella lingua latina fortunale ha la stessa radice della parola fortuna, non riesco a ricavare un pensiero positivo. Non potrebbe essere diversamente. Però mi dico che diventa doveroso, soprattutto in un momento umanamente doloroso, orientarlo al domani, al tempo che verrà dopo questa crisi che ci sta piegando.

E allora vado con il pensiero a due occhi pieni di domande e attese che un giorno, nel Centro diurno per la salute mentale in cui lavoro, mi hanno portato in dono un libro: Vita. Storia di una parola. Riparto da questa parola. Scelgo che questo sia il pensiero che mi deve guidare. Che ci deve guidare.

La storia di questa parola è arrivata fino a noi oggi, in queste forme dirompenti e soverchianti, come desiderosa di essere vi(s)ta, di essere accolta da ciascuno non so ancora in quale modo nuovo, ma autentico sì. Forse la vita era sempre stata lì, forse noi l’abbiamo sottovalutata.

Ma la vita segue una strada temporale, ci pone di fronte a piccole variazioni quotidiane o a eventi epocali, che ci cambieranno come persone e come operatori. Non so dire quali saranno le scelte future, come potremo ridefinire i nostri interventi per accogliere i bisogni sociali e di comunità che emergeranno.

So per certo che non ci siamo mai sottratti alle sfide, noi operatori del privato sociale, che abbiamo sempre lavorato al meglio con quello che c’era o che rimaneva. Ci siamo stancati e abbiamo lottato per tenere insieme i progetti con le persone in stato di fragilità in modo dignitoso e innovativo. Ma forse oggi stiamo recuperando il modo di sentire e vivere il nostro lavoro fortemente interconnesso con il nostro essere persone.

Il mio lavoro mi manca: mi mancano le relazioni, la vicinanza delle persone, il tocco e le risate. Cerco di portare tutto questo nel momento che accade, perché un’idea del futuro non riesco ancora a tracciarla. Non è lasciare che le cose accadano, questo no, ma è riuscire a stare nel presente con tracce di vita che vanno amplificate, portate quasi all’infinito, baluardi contro il dolore e la solitudine che ci attanaglia.

Le persone hanno interrotto la frequenza del nostro Centro diurno da circa due settimane. Cerco di immaginare la loro solitudine, gli spazi in cui vivono, i confini in cui sono costrette, le parole che scambiano durante la giornata. Sono preoccupata perché penso alle loro risorse che non saranno inesauribili: ciascuno ha scorte diverse per far fronte alla vita, qualche volta ha solo dei ripari di fortuna.

Non credo di essere smentita se dirò che nessuno dei miei colleghi né io ci siamo mai separati dal nostro lavoro, dalla relazione, dal pensiero a come tenerla in vita. Privati della fisicità dei luoghi e delle persone, abbiamo condiviso l’importanza di non far mancare la nostra voce. È una forma diversa di contatto, ma quando gli altri sensi mancano, l’udito acquista un potere immenso.

La voce: un farsi sentire reciproco. Come stai? È partecipare della paura, poterla riformulare insieme, accogliere e restituire, addolcite, le emozioni più forti, suscitare interesse per qualcosa che può alleviare la solitudine dei giorni che spesso trascorrono uno uguale all’altro, giorni che confondono e che si mescolano. E soprattutto diventa un modo per interrompere l’immutabilità: anche lo spazio di una telefonata può arginare l’angoscia di un tempo vissuto come minaccioso e senza fine.

Abbiamo pensato a che cosa potevamo mettere tra noi e le persone – oltre ad ascoltare – che potesse rappresentare una continuazione in un’altra dimensione. Un’azione, un guizzo del pensiero: farsi ascoltare. E ci è venuto in aiuto un progetto che avevamo appena concluso dopo due anni di lavoro e che non aveva trovato gli spazi per essere divulgato, a causa dell’emergenza che ci aveva travolti: la pubblicazione di un libro intitolato Sillabario per voci d’insieme. La voce ritornava! Abbiamo raccolto un manipolo di 21 lettori (utenti, volontari, familiari, operatori, passaggi velocissimi di messaggi, telefonate…), ciascuno ne ha letto un capitolo e abbiamo iniziato a postarlo sui nostri canali social e a farlo circolare tra di noi.

Mi viene in aiuto in questo momento, perché l’ultima parola trattata in questo libro è Vita. Perché niente come le voci delle persone per cui operiamo restituisce il valore del nostro lavoro, che non può andare perduto, tanto meno in situazioni di grande difficoltà. E tutti noi operatori sappiamo che le salite che ci aspettano saranno impervie: non voglio chiamarle sfide, non avranno niente di eroico né di retorico, ma saranno opere, opere di vera e propria ricostruzione di un tessuto sociale e comunitario. Noi operatori non potremmo che intervenire con tutti i nostri saperi lungimiranti.

Grazie per questo spazio che ci avete messo a disposizione. Ascoltate le voci del nostro gruppo di scrittori… in questi giorni il tempo non ci mancherà.

“Il tempo mi permette di tenere insieme il passato, il presente, il futuro. E in questa linea del tempo la vita accade e io accado con lei. La vita è in me nel tempo che ho a disposizione. Il tempo mi dice anche di che cosa è fatta la vita: sono persone, relazioni, affetti, dolore, inquietudini, emozioni infinite… Della vita tengo tutto, non butto niente. Cerco di metterla in ordine quando un ordine non c’è, e cerco di darle un senso quando sento che un senso mi sfugge”.

(da Sillabario per voci d’insieme)

 Rosa Sclippa è operatrice del Centro diurno per la salute mentale gestito dalla cooperativa sociale Nuova Idea di Abano Terme (Pd).

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