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Sette paia di stivaletti di gomma – Nelle case delle tagesmutter tutto tace

stivali2di Silvia Grigolin | 

La stanchezza di questi giorni si fa pesante. Poi mi vengono in mente i sorrisi dei bambini o qualche loro faccia buffa e non posso non sorridere a mia volta. Così mi ricarico e riparto tra mail, telefonate, sperando di smuovere qualcosa. Non importa, siamo in ballo, balliamo. Non è che ci resti molto da fare.

Sono circa 25 anni che lavoro in ambito sociale, in contesti diversi, con i tossicodipendenti, i bambini in affidamento, gli anziani… poi le consulenze alle famiglie, negli ultimi anni soprattutto come coordinatore di servizi educativi in contesto domestico seguiti da un’associazione, Family Way, nata per le famiglie di tutti i tipi, per supportarle in situazioni di separazione, divorzio, quando i loro bambini hanno difficoltà di apprendimento … per esserci. Molto lavoro è dedicato al coordinare, supportare queste realtà di accoglienza per minori, massimo 5 minori, fino ai 13 anni di età, detti “servizi tagesmutter”. È impegnativo, ma dà belle soddisfazioni.

Dal 24 febbraio questi bambini non possono più essere accolti, le case delle tagesmutter si sono improvvisamente svuotate di suoni, grida, echi di risate. Tutto tace. Tanto sembra essersi bloccato a fine febbraio e non abbiamo fatto in tempo a capirci qualcosa. Gli oggetti, i giochi, i colori. Gli affetti, gli scambi tra bambini, gli abbracci. Non ci siamo salutati, non si sono salutati.

Io stessa negli anni ho aperto un servizio “tages”, il mio essere educatore non poteva non trovare sbocchi, dovevo continuare a sporcarmi le mani, non potevo fare solo il lavoro del pedagogista, non c’è niente da fare.

Oggi una delle “mie” bambine mi ha mandato un vocale: “Ciao maestra Silvia, lo sai che io… quando posso tornare? me lo spieghi per piacere?”.

Alla mamma ho risposto scrivendo: “Aspetta un attimo che prima smetto di piangere, poi le rispondo!”.

Anche se i servizi sono chiusi dal 24 febbraio, congelati, non abbiamo mai smesso di lavorare. Quando leggo qualche articolo su come sia utile imparare a gestire il tempo libero, non reagisco bene.

Ieri sono uscita, avevo bisogno di sole, tra una telefonata e l’altra. Da una parte il genitore che non può, che non ce la fa a pagare la retta, che mi parla della cassa integrazione, dall’altra la tagesmutter che non sa quando e come riaprirà. Io la vedo, mentre la mamma al telefono, sua cliente, mi parla.

E io li sento entrambi questi problemi, li percepisco di pancia. Sono tutte famiglie, siamo tutti nella stessa barca. Tutti uguali anche se apparentemente diversi. E la bambina di oggi, nel vocale, mi ha riportato al senso del quotidiano, al di là delle scartoffie, delle mail ai Comuni per chiedere supporto per le famiglie, Amministrazioni che non leggono pec e rispondono a singhiozzi.

Dobbiamo avvicinarci.

Certo le tages si sono coese di più in questo periodo, si scrivono molto più frequentemente nella chat, si sostengono tra loro e anche le più restie hanno accettato di vederci e parlarci su zoom, tutti ottimi segnali!

Anche le famiglie, nella maggioranza dei casi, sono state solidali.

Ma ora entriamo nel secondo mese di chiusura forzata. I problemi si stanno ingigantendo, le paure di non riaprire entro fine anno, sono forti, quasi certezze.

Dobbiamo avvicinarci. Non dobbiamo dividerci proprio ora. Siamo tutte famiglie.

I nostri servizi non usufruiscono di contributi comunali o regionali. Per sgravare le famiglie dei bambini, abbiamo iniziato da subito a interfacciarci più di prima, a volte anche insistentemente, con le Amministrazioni e poi abbiamo contattato redazioni, giornali, le ragazze hanno realizzato un video, qualche Amministrazione ha risposto che prenderà in considerazione le nostre richieste.

So che non basterà.

In cuor mio so che avrei bisogno di una sola passeggiata lungo il mare, il più vicino possibile all’acqua e già avrei mille idee. Ma devo farmi bastare il sole, ogni tanto e anche da qui.

Così uscendo tra una mail e l’altra li ho visti, sette paia di stivaletti di gomma, rossi, rosa, blu: che fitta! Come mi mancano quei bimbi, quei sorrisi, quelle facce buffe.

Ho spostato lo sguardo, sono rientrata e ho pensato: non è la fine del mondo perché in effetti non lo è. C’è preoccupazione, certo, sta aumentando, certo, ma non è la fine del mondo.

Mi viene in mente che dobbiamo far girare di più quel video che abbiamo realizzato tutte insieme, ognuna dalla sua casa, a distanza, che possiamo scrivere un altro articolo, che mi hanno dato gentilmente il numero di un giornalista, che un Comune ci ha risposto con una bella lettera scritta con sensibilità e attenzione al sociale, quella che sempre più di rado incontriamo.

Che abbiamo tanti altri progetti, le famiglie che chiedono mediazione, un’idea in cantiere da almeno due anni legata all’accoglienza di anziani autosufficienti in un contesto domestico, che stiamo ultimando la formazione, a distanza, strana, senza laboratori dal vivo, ma che possiamo ancora ritrovare le nostre energie tra un po’ di sole, una telefonata, uno sguardo che cade su 7 stivaletti di gomma.

Coraggio, è un lavoro scelto perché chiama, non puoi non seguirlo e continuerà a chiamare anche in periodi così.

Passeranno questi giorni e ne verranno altri pieni di sorrisi e di nuovo di facce buffe.

Vale sempre la pensa provarci e riprovarci.

Silvia Grigolin, pedagogista ed educatrice, è responsabile di Family Way, un’APS con sede a Quinto (Treviso) che si propone di supportare le diverse tipologie di famiglie (anche) con una figura – l’operatore familiare di crescita educativa – specializzato nell’accoglienza e nella cura di minori fino ai 13 anni (Tagesmutter) in un contesto domestico, fino a un massimo di cinque contemporaneamente.

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