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Come si fa scuola a casa se tua mamma non parla l’italiano? – Un servizio di accoglienza migranti

Erika beninidi Annalisa Erika Benini |

Come si fa a ridurre le distanze in questo periodo? Non parlo solo della distanza fisica, per quello tutto sommato ci siamo attrezzati velocemente riducendo gli spostamenti, evitando gli incontri e mettendo in campo i nostri strumenti più o meno tecnologici. Ma come si fa a ridurre la distanza di chi parte già da qualche metro più indietro?

Lavoro nei servizi di accoglienza migranti nella provincia di Monza. La mia cooperativa ha sempre creduto nell’accoglienza diffusa, quindi accompagniamo le persone che vengono da paesi lontani, per vivere nel nostro strano mondo, ospitandoli in appartamenti più o meno vicini tra di loro. C’è chi è sempre stato “avanti” cogliendo i meccanismi della nostra strana società e diventando abile con la coniugazione dei nostri strani verbi; c’è chi ha sempre fatto un po’ più di fatica e quindi la fuga, la distanza con il loro mondo, la lontananza dalla loro terra e la solitudine per non poter parlare la propria lingua, hanno reso questo processo che noi chiamiamo integrazione più lento ed elaborato.

Per i bambini non è così: loro diventano immediatamente abili con i rudimenti di questa società occidentale e velocemente competenti con lingua, tecnologia e relazioni. Loro cercano di ridurre le distanze con i loro compagni anche se sono arrivati in Italia a 7 anni e hanno dovuto iniziare la scuola a 8 con compagni che ne hanno magari 6, ma ce la mettono tutta acquisendo abilità linguistiche che fanno invidia anche a me!

Insomma, non è facile e, sia per i piccoli che per i grandi, è in qualche modo sempre un procedere e noi li accompagniamo in questo andare.

 

Ma poi arriva il Covid-19 che ferma tutti: noi nelle nostre vite frenetiche e loro nell’impegno a emergere! Tutti fermi, come se a un certo punto, in una grande partita al gioco “UN DUE TRE… STELLA” (che solo qualche anno fa ho scoperto chiamarsi in realtà “STAI LÀ”), qualcuno avesse smesso di contare. Per alcuni di noi abituati a correre tra un appartamento e l’altro è sembrata quasi una boccata d’aria… ma per loro?

Insieme ad altre colleghe mi occupo ormai da un anno di un nucleo famigliare composto da due bambine di 7 e 9 anni e la loro mamma. Il loro viaggio è iniziato in Eritrea; come la maggior parte di questi viaggiatori, sono scesi negli inferi della Libia e su un gommone, vedendo per la prima volta il mare, piccolissime e aggrappate alla loro mamma, hanno raggiunto l’Italia. La loro risposta a tutto questo è stata stringersi sempre più l’una all’altra in un abbraccio… e poi, sorrisi! Se per la maggior parte dei nostri italianissimi bambini la scuola è una tortura, per loro è spazio di libertà, sicurezza ed espressione: “Che bello ricomincia la scuola!!!” hanno detto a settembre…

Poi è arrivato il Covid-19: “ Ma a scuola non torniamo più?”, “No, mi dispiace bimbe da adesso in poi facciamo scuola a casa”, “Oh no, io voglio tornare a scuola dalle mie maestre”.

Ma come si fa a fare “scuola a casa” se l’unico strumento tecnologico presente è uno smartphone non troppo potente e la tua mamma non parla e non legge per niente l’italiano? Come fai a collegarti a Zoom per la didattica a distanza se a casa non possono entrare nemmeno le educatrici? Così, dopo un primo momento di spaesamento che ci ha accomunati tutti, è iniziata la corsa agli armamenti:

– “Ci serve un tablet per far eseguire i compiti a entrambe, le chiamate whatsapp non bastano”… “io ne ho uno vecchio a casa, glielo porto, ma ci serve una connessione per il tablet”… “corri in amministrazione (che è chiusa), hanno una scheda pronta per te!”.

– “Ho installato tutto, le bambine devono solo capire come si mettono i vari codici per le videochiamate e imparare ad usarlo (sono davvero bravissime, altro che Bill Gates!)”-

– “Mi ha chiamato la scuola: abbiamo un altro tablet… vado a prenderlo… non funziona… aspetta… vai!”.

– “Le maestre hanno programmato le lezioni su Zoom… ho scaricato i compiti dal registro elettronico, sono tantissimi, siamo indietro… la maestra mi ha scritto chiedendomi come mai non le arrivano i compiti… tutti gli altri bambini sono avanti!… attenta che domani c’è un’altra lezione e contemporaneamente si devono connettere con l’altra classe” .

– “La mattina ti connetti tu con il tablet e io nell’altra stanza con l’altro tablet se funziona? Hai fatto la scheda di geografia?!”.

– “Dobbiamo coinvolgere di più la mamma! E se pensassimo anche a lei?! Ha paura, tanta!”.

 

Se tutto questo sembra faticoso per chi i bambini li ha in casa, immaginate quando ti gestisci a distanza: “Non ti sento, la connessione non va, non ho capito, mi sono persa, sono rimasta indietro, puoi ripetere? mi richiami? sono stanca, non trovo la scheda di matematica, non lo so fare questo uffa, non lo voglio fare, io non sono capace, lo faccio da sola, lasciami, a che ora oggi? ci sei? io odio il virus!”… e, nonostante le fatiche, la delusione per non poter giocare con i compagni, la stanchezza che contraddistingue tutti per non poter andare al di là del proprio balcone (e meno male che ne hanno uno), loro, a fine giornata in cui non ti sopportano davvero più per le infinite ore connesse, ti sorridono e dicono: grazie di tutto!

Per noi è il nostro lavoro, ristrutturato, riadattato, ma sempre con un unico scopo: ridurre le distanze! Tutte le distanze: quelle fisiche, quelle sociali, quelle scolastiche, quelle mentali, quelle emotive! Anche se in realtà loro sono, e lo saranno sempre, dieci passi avanti a tutti noi!

 

Annalisa Erika Benini è educatrice nel settore dell’accoglienza migranti gestito dalla Cooperativa sociale Aeris di Vimercate (Monza Brianza).

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