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Starà a noi organizzare la rabbia in sete di giustizia – Riflessioni di uno studente futuro educatore

pedestrians-400811_1920di Claudio Martoglio | 

La fase 2 è iniziata, e insieme a questa anche il lento e graduale ritorno alla tanto auspicata normalità. Ma che cos’è la normalità? Quali sono gli aspetti e le caratteristiche del mondo prima del Coronavirus che tanto ci mancano? Che cosa ci spinge a desiderare che la situazione si stabilizzi e che tutto torni come prima? Ma soprattutto, qual è il volto di quel sistema socio-economico che speriamo riparta al più presto? 

Quello prima del Covid-19 era un mondo all’interno del quale solo un folle sarebbe contento di vivere. Guidato da una struttura economica basata sulla crescita continua, sull’uso smodato delle risorse naturali e sul consumismo. Un complesso apparato che concentra la ricchezza nelle mani di pochi piuttosto che perseguire la massima felicità collettiva possibile. Un mondo che accantona le classi più fragili e in difficoltà, che considera la donna inferiore all’uomo e che chiude i confini facendo annegare chi scappa dalle disgrazie. Il tutto condito da una progressiva distruzione del pianeta a causa di emissioni oltre ogni limite, tonnellate di spazzatura e taglio indiscriminato delle foreste.

Qual è la normalità alla quale vorrebbero tornare gli italiani? La condizione politica e sociale del nostro paese tre mesi fa era raccapricciante. Le forze politiche che si sono alternate al Governo negli ultimi dodici anni hanno praticato tagli in tutti quei settori pubblici di fondamentale importanza per uno Stato democratico. Sanità e istruzione sono solo un esempio. Mafia e corruzione continuano a dilagare mentre la retorica si limita ormai esclusivamente a sfornare slogan populisti per i voraci stomaci di cittadini inviperiti.

Le risposte istituzionali e quelle dell’elettorato a questa pandemia, con annesse riflessioni, commenti e posizioni, rappresentano lo specchio di un meccanismo malato e considerato ordinario:

  • Per le persone che vivono in strada e per quelle che vivono in occupazioni di luoghi abbandonati, non è stata prevista nessuna misura relativa alla prevenzione del contagio.
  • Le priorità proposte, o meglio imposte dall’alto, per l’intera durata della fase 1 del lockdown, sono state essenzialmente due: preservare la salute e non morire di fame. Continuiamo a considerare “salute” esclusivamente quella riferita alla sfera biologica dimenticando gli aspetti psicologici e sociali. Una persona, abituata a pensare alla vicinanza come una necessità, anche se in salute, trova insostenibile fare proprie le norme di distanziamento sociale. Un ragazzino che ha bisogno di sfogare la sua rabbia, rinchiuso in quattro mura per due mesi, rischia di impazzire. Chi ha dei problemi di dipendenza non ha solo bisogno della terapia sostitutiva, ma anche di essere ascoltato, accompagnato e accolto mentre prova ad esorcizzare la propria storia. Per queste persone non è andato “tutto bene” e le risposte costruite sul modello delle necessità della maggioranza dei cittadini non bastano. È impossibile standardizzare le esigenze di una nazione intera. Il risultato che ne consegue non può, ovviamente, che accantonare le classi più fragili.
  • Sono stati chiusi i parchi lasciando aperta la Borsa valori. Indice che suggerisce quali siano gli aspetti della nostra vita che siamo abituati a considerare prioritari.
  • Sulla base di esigenze più o meno legittime e trasparenti sono stati liberati esponenti di rilievo della criminalità organizzata. Proprio mentre le mafie si stanno sfregando le mani, pronte a sfruttare la condizione economica e finanziaria sfavorevole di tutte quelle piccole, medie e grandi imprese che rischiano di chiudere i battenti.
  • L’orgoglio nazionale delle prime settimane di lockdown che ci ha stretti in un grande abbraccio,si è immediatamente trasformato in nazionalismo. La colpa delle nostre disgrazie è stata accreditata prima agli immigrati cinesi che ci hanno portato il virus, poi all’Europa, ladra e indisponente, poi a Germania e Olanda, avide e prepotenti. L’elenco potrebbe proseguire quasi all’infinito. Troppo poco si è parlato delle politiche fallimentari degli ultimi quindici anni nel nostro paese, del nostro debito pubblico, della nostra evasione fiscale e di tutte le nostre di colpe.
  • Infine, è stata un’impresa degna del capitano Acab il raggiungimento di un accordo per regolarizzare centinaia di migliaia di lavoratori senza documenti. Probabilmente, in fondo, il problema rimane sempre lo stesso. Sono immigrati, non ci piacciono, non li vogliamo a casa nostra e pertanto non li vogliamo aiutare. Non importa quanto sarebbe utile ed economicamente vantaggiosa una sanatoria a tappeto. Non importa quanto sia incredibilmente ingiusto che sul suolo del nostro paese vivano persone invisibili, senza diritti, soggiogate e sottopagate. Tutto ciò che conta sono i contenuti degli slogan. Mettono tutti d’accordo e uccidono riflessioni e complessità. Due piccioni con una fava.

Sperare che le cose tornino come prima significa sposare con il sorriso tutto questo. Tutte le contraddizioni e le iniquità.

Ovviamente per “ritorno alla normalità” intendiamo tutt’altro. Vogliamo tornare ad abbracciare gli amici, i parenti, a fare sport, ad andare in vacanza, a mangiare fuori, a fare shopping e a ballare. Ma purtroppo molte delle attività che non vediamo l’ora di riprendere ci riconducono, spesso inconsapevolmente, a quegli stessi virus culturali che rendono il nostro mondo improbo e malsano.

In questo labirinto imparziale e contraddittorio, alcune figure non hanno mai smesso di offrire il loro contributo verso chi è più in difficoltà e ai margini. Non solo medici e infermieri, legittimamente lodati da quotidiani e notiziari, ma anche educatori, educatrici, operatori del mondo del sociale e dell’associazionismo, militanti e tanti altri.

In momenti di emergenza come quello che stiamo vivendo, queste figure si dimostrano essenziali, nonostante continuino a essere considerate marginali e il loro lavoro venga considerato spesso poco più di un hobby. Le classi svantaggiate sono quelle che subiscono più duramente il colpo delle catastrofi ed è infatti necessario prepararsi per affrontare la prossima pandemia, quella sociale. La crisi economica non tarderà ad arrivare e darà una spinta potentissima all’evoluzione in negativo delle difficoltà per chi si trova in condizione complicate. Sarà necessario ipotizzare grandi alleanze con tutti gli attori, pubblici e privati, per far fronte con ogni mezzo disponibile alla sofferenza di chi, già prima, si trovava in condizioni al limite.

Procure, Comuni e Consorzi, ASL, servizi territoriali, privato profit, no profit e Fondazioni dovranno coordinarsi in un’azione congiunta, tenace, tempestiva e duratura. Un’azione capace di veicolare un messaggio chiaro e visibile a ogni cittadino in difficoltà: “Sarà un periodo complicato, ma non siete soli”. Gli emarginati rimangono sempre più indietro ed è fondamentale continuare a fare il nostro lavoro, sempre con più impegno e senza la pretesa di plausi.

Non c’è eroismo quando il lavoro viene svolto nel rispetto dei propri principi morali ed etici, quando lo si continua a fare nonostante i rischi, le incertezze e gli impedimenti. C’è grande senso civico e attenzione alla collettività. Non si è eroi perché si è quello che si deve essere. Si è giusti.

La figura educativa in questo senso ha un altro ruolo fondamentale. Non si limita a “fare del bene”. È un professionista che innesca cambiamento. Questo aspetto rende l’agire educativo un’azione anche politica. Scegliere di lavorare con gli ultimi significa già star prendendo una posizione. Cercare di abbattere le diseguaglianze, lavorare per la creazione di un mondo all’interno del quale ci sia spazio per tutti, occuparsi di concretizzare le politiche e difendere i diritti di chi è in difficoltà significa occuparsi della Cosa pubblica.

La crisi sanitaria provocata dalla pandemia ha reso evidenti tutti i danni provocati al welfare italiano da anni di politiche scellerate. Il nostro modello di vita sociale, culturale ed economico, sta dimostrando tutta la sua inconsistenza. Io non voglio continuare a vivere in un mondo tanto ingiusto, tanto ineguale, tanto omicida dell’ambiente. È l’ora di prepararsi a un altro modello socio-economico e di sviluppare delle proposte concrete di interventi economici, cambiamenti sociali, riforme politiche e istituzionali.

Sarà poi necessario interrogarsi lungamente su altri aspetti da non sottovalutare. Abbiamo imparato che la democrazia e la libertà, in alcuni casi, possono venire meno. Non sono valori indiscutibili e immodificabili. Abbiamo imparato che chiudere in casa un paese intero non è così complicato e che le abitudini di vita si possono cambiare a colpi di decreti piuttosto che con altre abitudini. Che le punizioni severe e le forze dell’ordine si possono sostituire al buon senso. Che le esigenze materiali, esperienziali e spirituali delle persone sono materia inerte, modellabile nei più piccoli dettagli attraverso atti di autorità che aprono e chiudono, concedono e vietano, impongono, consigliano, disapprovano, esortano e raccomandano.

Una delle principali sfide che questa crisi ci pone è quella di riconoscere la vulnerabilità come un principio fondamentale della nostra democrazia e, di conseguenza, istituzionalizzare un’economia il cui asse sia la tutela della vita e della sua qualità, non l’accumulazione di beni e ricchezze.

Starà a noi organizzare la rabbia in sete di giustizia per tutti i soprusi sociali, ambientali ed economici.
La domanda pertanto sorge spontanea: “Davvero non vediamo l’ora di tornare alla normalità?”.

Claudio Martoglio è studente del III anno del corso educazione professionale all’Università di Torino.

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