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Ridateci i nostri spazi! – Gli adolescenti ai tempi del coronavirus

social-media-3758364_1920di Carlo Fusari | 

 Tutto è partito da una chiacchierata con un gruppo di adolescenti. Una chiacchierata virtuale, naturalmente, di quelle a cui ormai ci siamo abituati in questo periodo. Il tema del confronto era il rapporto che ciascuno di noi ha con la tecnologia e, più nello specifico, con i social network.
Durante questo confronto, a un certo punto, Giovanni ha esclamato a gran voce: “Una cosa che a me ha stufato di Instagram è che ormai ci si imbatte continuamente nella pubblicità di qualche grande azienda che cerca di venderti qualcosa, oppure nei profili dei politici e di altri adulti che invadono i nostri social network con le loro cose. Capirei se lo facessero su Facebook, ma Instagram è un social per ragazzi, non lo sopporto!”.
Istintivamente mi sono chiesto: dove sta scritto che Instagram è un social network per ragazzi? È vero, i dati lo confermano: su Facebook ci sono anche persone molto anziane, mentre Instagram continua a essere usato per lo più da ragazzi molto giovani. Ma quando il dato statistico è diventato normativo? Chi e in quale momento ha deciso che deve essere così? Tra l’altro per iscriversi a Instagram occorrerebbe avere almeno 14 anni, quindi non sembrerebbe proprio pensato per essere il regno dei più giovani, almeno non dei preadolescenti, che invece lo conoscono notoriamente molto meglio degli adulti.
Perso nei miei pensieri, mi è sfuggita l’opportunità di porre la domanda a Giovanni, perché ormai la conversazione era andata verso altre direzioni e io ero rimasto indietro almeno di tre argomenti che nel frattempo erano stati esposti, brevemente affrontati e subito superati per passare ad altro, nel flusso ininterrotto e imprevedibile tipico del discorso adolescenziale.

Al termine della videochiamata, però, il pensiero continuava ad andare a quell’affermazione inaspettata e all’immediato assenso ricevuto da parte degli altri ragazzi. Ho iniziato a pensare che dietro a quell’esclamazione carica di sentimento ci fosse in realtà qualcosa di ben più profondo di un semplice fastidio.
Più ci pensavo, più quelle parole suonavano in me come un’accusa chiara verso il mondo degli adulti, che piano piano, senza chiedere il permesso, ha cominciato a invadere gli spazi degli adolescenti uno ad uno.
E così ho ripensato a Gli sdraiati, celebre e illuminante libro di Michele Serra, che alterna il racconto di una difficile relazione tra un padre e il figlio adolescente alla narrazione di un futuro scenario apocalittico, nel quale i Giovani si scontreranno con i Vecchi per potersi ritagliare il loro spazio nel mondo. Ho pensato che forse queste due storie non sono molto diverse, ma che anzi, in fondo, possa trattarsi della stessa storia, della stessa battaglia, ma combattuta in due modi diversi.
Il Fronte di Liberazione Giovanile raccontato da Serra aveva cominciato a ricavarsi spazi sparando ai Vecchi nei parchi mentre facevano tai chi, per giungere infine al corpo a corpo in una grande battaglia campale. Gli adolescenti di oggi invece sono costretti alla ritirata, ma non si sono dati alla macchia. Non si tratta di una fuga, semmai della ricerca di nuovi pianeti da abitare, di spazi incontaminati dai Vecchi e dalla loro convinzione di saperla sempre più lunga su tutto, di sapere sempre qual è la cosa giusta da fare.
E se il desiderio alla base di queste due storie fosse lo stesso? Se entrambe nascessero da un disperato bisogno di trovare spazi in cui crescere, sperimentarsi, conoscere la vita con i loro occhi e non attraverso lo sguardo di altri che pensano di saperne già tutto?
In fondo la storia dei social network sembra offrire una lettura simile. Prima è successo con Facebook, che presto è diventato monopolio dei “grandi”. Probabilmente ciò ha contribuito alla fortuna di Instagram, che in breve tempo ha accolto le schiere di milioni di giovani fuggiaschi che cercavano un nuovo terreno da abitare in pace. E ora, dopo la breve parentesi di Snapchat, mai del tutto esploso, ci stanno provando con TikTok. Qualche adulto ha provato a raggiungerli per catturarli anche lì, ma loro si sono difesi abilmente: si pensi al flop di Matteo Salvini quando è sbarcato sul social lo scorso novembre. Eppure viene da chiedersi quanto tempo passerà prima che sia necessaria un’ulteriore ritirata, prima che i ragazzi debbano cercare un nuovo social su cui ritrovarsi.
Forse gli adolescenti stanno davvero rivendicando in ogni modo, giorno dopo giorno, un bisogno di spazio, di aria, si potrebbe dire di libertà. E se il mondo adulto non se ne stesse rendendo conto?

Qualcuno potrebbe pensare che questo problema esiste da sempre ed è connaturato alla condizione adolescenziale, caratterizzata tradizionalmente dal rifiuto dell’autorità, dal distacco dalle figure genitoriali, dalla ricerca del gruppo dei pari e via dicendo. In fondo, si potrebbe dire, i social network non sono altro che la versione 2.0 dei parchi, dei muretti, delle panchine, dei luoghi di ritrovo abusivi ignoti al mondo adulto. Pur condividendo in parte questa lettura, credo però che non sia sufficiente a spiegare quello che è successo negli ultimi mesi.
Durante questo periodo di lockdown abbiamo assistito a qualcosa di inedito, che ha accelerato incredibilmente questo processo, acutizzandone le tensioni e inasprendo gli eventuali conflitti già presenti. Il mondo virtuale, infatti, è rimasto per mesi l’unico nel quale gli adolescenti potessero ritrovarsi e relazionarsi tra di loro. Contemporaneamente, si sono moltiplicati a dismisura i tentativi degli adulti di riempire questi spazi con la loro presenza e le loro proposte. Persino la scuola si è spostata nel mondo virtuale, e per molti adolescenti ha preso casa proprio nei loro amati smartphone.
Certo, molte proposte sono state fatte in buona fede. Tante proposte di oratori, associazioni ed enti del terzo settore non sono certo nate con l’idea di privare i ragazzi dei loro spazi, ma piuttosto nel tentativo di offrire loro delle possibilità di espressione o dei momenti di relazione. Forse, però, nell’insieme, questa differenza ha fatto fatica ad emergere.
In uno scenario simile, non mi stupisce per niente che il primo desiderio che tanti adolescenti hanno manifestato una volta cominciata la cosiddetta “Fase 2” sia stato quello di ritrovarsi dal vivo, per rivedersi di persona, e forse, soprattutto, per poter stare un po’ per conto proprio.
Da educatore, non posso non chiedermi che ruolo abbiamo avuto e i nostri progetti. In fondo ci siamo mossi con cognizione di causa: nel nostro mondo abbiamo imparato da tempo quanto sia importante conoscere spazi, tempi e linguaggi degli adolescenti per riuscire a entrare in relazione con loro. Ci ripetiamo in continuazione che per riuscire a prenderli, ad “agganciarli”, serve sapersi muovere nei loro mondi, occorre incontrarli “là dove le cose accadono”. A questo punto, però, non è possibile non chiederselo: e se i post, le stories, i continui tentativi di agganciarli attraverso i social network a un certo punto avessero cominciato a risultare ai loro occhi tanto fastidiosi quanto le intromissioni delle grandi aziende o della politica?

Non so dire quale sia la risposta a tutte queste domande. Alcune sono certamente spinose, volutamente provocatorie, ma sono le mie preferite, perché credo siano quelle che stimolano maggiormente a pensare.
L’unica, piccola, certezza che ho è che questo tema merita sicuramente di essere preso in considerazione, specialmente alla vigilia di un’estate dove spazi di relazione reali si mischieranno ad altri che continueranno necessariamente ad essere virtuali.
Credo che la soluzione non possa e non debba essere la rinuncia a incontrare gli adolescenti nei loro spazi, virtuali e non. E credo da sempre che in fondo anche gli adolescenti desiderino la relazione con gli adulti, ma che talvolta siano proprio gli adulti a dover imparare a relazionarsi con loro.
Come possiamo far sì che il nostro ingresso nel loro mondo non abbia gli effetti di un’invasione?
Sapremo distinguerci dalla logica del marketing, che conosce i tuoi desideri meglio di te, e al tempo stesso dal ruolo della guida che conosce alla perfezione il sentiero e pretende di indicarlo ai suoi compagni di cordata, e accostarci a loro con vivo interesse e passo discreto?
Sapremo trovare il modo giusto di entrare in relazione con loro prima che sia troppo tardi e decidano, un giorno, di dare inizio alla Grande Guerra Finale tra giovani e vecchi?
In sintesi, saremo in grado di stare al loro fianco e di accompagnarli nella loro crescita, con la delicatezza che da sempre contraddistingue il buon agire educativo e che nel prossimo futuro potrà essere più importante che mai?

Carlo Fusari è educatore per la cooperativa sociale AEPER di Bergamo.

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