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Anche ai tempi del Covid-19 restiamo invisibili: le case famiglia per minori

bambini-che-giocano-su-erba_1098-504di Serena Vinci | 

Cosa significa lavorare in casa famiglia non viene mai raccontato.

Chi è e cosa fa un educatore non viene mai detto, ora tanto meno.

Io sono un’educatrice di comunità e ogni giorno, coronavirus o non coronavirus, entro in una casa con 8 bambini, dai 0 ai 6 anni.

È un lavoro che per provare a farlo bene richiede passione e non accetta l’approssimazione, richiede conoscenza e competenza, richiede studio e continua formazione.

Questo lavoro non accetta la fretta, l’onnipotenza, piuttosto richiede continua curiosità e voglia di saperne sempre di più.

Chi ama questo lavoro vuole farlo bene.

È un lavoro che ti chiede di assumere un’identità necessaria a sostenere responsabilità grandissime e questa identità si costruisce nel tempo, con tanto tantissimo lavoro, sul campo e su te stessa in particolare.

È molto impegnativo lavorare in questa direzione e aspirare ad acquisire tutto questo, stare sempre al passo, ma io ci provo ogni giorno, per passione e amore verso il lavoro che ancora oggi continuo a fare per scelta.

È un lavoro che ti butta nell’ambito sanitario senza darti il tempo di chiederti se sei pronta o meno, devi fare scelte, prendere decisioni, ed è capitato di doverlo fare velocemente, perché non c’era tempo di aspettare.

E ti preoccupi, ti ritrovi a mangiarti le unghie mentre sei nella sala d’attesa di un pronto soccorso ad aspettare che un medico ti dia buone notizie.

E quasi sempre le notizie sono arrivate buone, ma altre volte brutte.

È un lavoro che non risparmia.

È un lavoro di sostegno ma soprattutto di prevenzione, è un lavoro in cui si giocano relazioni affettive e in cui devi essere in grado di sostenere lo stato d’animo di ciascun bambino.

Devi essere in grado di rispondere alle loro esigenze, ma devi anche essere in grado di saper rispondere, perché i bambini non accettano risposte approssimative… e questi bambini a volte non fanno domande facili.

La risposta non sempre ce l’hai, o ce l’hai ma senti che va somministrata a piccole dosi per farla sostenere al bambino che hai davanti.

E la buonanotte? Quello in casa famiglia non sempre è un momento facile… per loro ma neanche per noi.

La sera ci si disarma un po’ ed escono fuori le nostalgie, e tu vorresti trasmettergli tutta la sicurezza possibile, quella che ogni bambino è giusto che senta… ma sai che non puoi riuscire a fare questo.

Lavoriamo sulla prevenzione passando per l’elaborazione, e diamo possibilità, nuove possibilità.

C’è chi arriva sporco e malnutrito, impaurito dell’acqua ma vorace nel mangiare…. e nel giro di poco si scopre calmo nel nutrirsi, gusta il cibo con piacere e non si veste se prima non ha messo la crema profumata dopo un bagnetto caldo… I bambini lo sanno che quella condizione iniziale non è quella giusta, lo sentono quando qualcosa gli corrisponde di più e li fa stare bene.

Uno dei momenti che più amo del mio lavoro è quando un bambino inizia a guardarsi allo specchio provando piacere nel guardarsi. È come se si guardasse per la prima volta, perché ora si trova bello e curato. E qui comincia l’avere cura di sé…

Diamo ai bambini braccia forti e calde, diamo loro nuovi sguardi e quindi nuovi occhi, sia per guardare se stessi che per imparare a guardare con fiducia il nuovo adulto che si trovano davanti.

Ci occupiamo di loro facendolo insieme a loro… Cerchiamo di diventare, per un pezzo di strada, quel porto “sicuro” che possa fungere da trampolino di lancio per riacquistare passo dopo passo la fiducia nell’altro…

Cerchiamo di essere quella relazione valida che possa salvaguardare, per quanto possibile, la loro sfera affettiva…

Cerchiamo di non deluderli nelle loro esigenze affettive e di essere sempre sinceri… Perché questi bambini, ancora di più, pretendono relazioni oneste.

Diventiamo i loro nuovi affetti, e cerchiamo di aiutarli a elaborare quegli affetti più forti che li hanno profondamente feriti.

Diventiamo un ponte.

Gioiamo alla prima pappa e a ogni fase di sviluppo.. Capita che quel bambino entrato a soli pochi giorni di vita spenga con te la sua prima candelina e sempre con te faccia tentennando i suoi primi piccoli passi, e poi arriva il momento tanto atteso… di lasciarlo, con un cuore pieno di emozioni fortissime, a braccia che ne avranno ancora più cura, quelle di una nuova mamma e un nuovo papà.

Separazioni, a volte più facili altre volte più difficili.. ma consapevole che i bambini ti trasformano.

Dopo un grande e accurato lavoro su me stessa ho scoperto il bello di farsi trasformare.

In questi giorni i nostri bambini come tutti quelli d’Italia non vanno a scuola, il loro equilibrio come quello di tutti ha vacillato e sta cercando di trovare una nuova forma. In più nelle case famiglia in questo momento le visite dei genitori naturali sono state giustamente sospese… ma quel “giustamente” va spiegato e cercato di far capire a un bambino.

E le reazioni si amplificano e si mischiano.

E noi cerchiamo di esserci, al meglio… perché per loro non siamo operatori sociali: siamo un nome a cui corrisponde quella persona e quella persona per loro rappresenta semplicemente CASA.

E a casa ridiamo, giochiamo, ci rincorriamo, ci inventiamo attività, facciamo cene succulente e quando siamo stanchi ci buttiamo tutti sul divano a vedere un cartone.

Ma anche ci arrabbiamo perché ne combinano di tutti i colori, litigano tra loro, chi piange e chi mette il broncio… e tutto questo per noi è quotidianità.

È anche per noi CASA.

Purtroppo c’è ancora molta poca considerazione di questo lavoro, e questa sottovalutazione a volte proviene dal sociale stesso. Sono molte le figure che ruotano attorno a una casa famiglia: dalle più esterne come il giudice o il tutore alle più interne che sono gli educatori.

Eppure questi non vengono mai ascoltati. L’educatore, che di cose da dire ne avrebbe tante in quanto è l’unica figura che costruisce e tiene costantemente la relazione con i bambini, non viene mai interpellato da queste figure. Non gli viene mai domandato nulla da parte loro.

In questo periodo noi rientriamo tra quelle categorie che stanno continuando a lavorare, senza poter sempre rispettare il metro di distanza e con la speranza di continuare a reperire tutti i presidi di protezione. Nessuno ha pensato di nominare quella categoria composta da educatori che si occupano di bambini che in regime di protezione ci vivono 365 giorni l’anno, perché la casa famiglia è un luogo protetto per definizione e alcune limitazioni sono parte della quotidianità di questi minori. Noi continuiamo a lavorare, giorno e notte, stando attenti a noi e ai bambini, ai bambini e a noi.

Uno spunto di riflessione lo vorrei proporre allora su come viene visto e considerato culturalmente il mondo del sociale, perché penso sia arrivato il momento di cambiare modo di parlarne e di riconoscere un valore specifico a chi ha scelto alcune delle professioni che ne fanno parte.

Questo lavoro viene pensato spesso come volontariato, invece è una professione a tutti gli effetti.

Ad essere svalutati sono sia la professione che l’utenza. Nel mio caso mi permetto di parlare solo dei minori visto che la mia competenza si circoscrive a questa fascia.

Di questo lavoro si parla quasi sempre in termini di assistenza e per definire l’utenza di cui si compone vengono usate parole come Ultimi, Fragili, Bisognosi. Sono parole che, se associate in modo particolare a dei bambini, negano profondamente l’identità di ognuno di loro: come se fosse la loro condizione a fare la loro persona, e quindi come se la loro condizione divenisse la loro identità.

Una prima grande svalutazione che queste professioni oggi si portano ancora dietro è che vengono automaticamente identificate come professioni di matrice cattolica. Si pensi che solo recentemente si è riusciti a vincere la lunga battaglia di rendere obbligatoria la laurea per gli educatori e si pensi anche che il raggiungimento del titolo in termini economici vale poche decine di euro. Quindi non da molto è stato riconosciuto che anche in questo campo, come per tutte le professioni, la competenza proviene dalla conoscenza e dallo studio.

Per lavorare con i bambini e ancor di più con bambini che hanno una sfera affettiva profondamente compromessa, serve continua formazione da cui far nascere una sempre maggiore competenza.

Noi educatori possiamo fare tanto ma possiamo arrivare solo fino a un certo punto.

Le domande sono tante e tanta è la necessità di trovare risposte.

Ogni giorno noi educatori facciamo un grande lavoro per levare dagli occhi e dalla mente di questi bambini le etichette culturali e sociali a cui sono esposti, e un’altra lotta che richiede molto impegno è con le scuole che li accolgono, che paradossalmente a volte diventano un luogo in cui i pregiudizi degli adulti sono contagiosi quasi peggio del coronavirus.

Noi siamo degli operatori sociali, siamo educatori e non facciamo assistenzialismo, la parola assistere la trovo adeguata solo in alcuni casi, molto estremi, perché pone l’altro in una condizione passiva e trovo che sia sbagliato in modo particolare usarla per questa utenza.

Noi sosteniamo, traduciamo paure e desideri, siamo la voce di quel bambino che ancora non riesce a parlare perché qualcosa ha bloccato le sue parole e siamo la voce anche di quel neonato che può usare solo il pianto per comunicare. Noi accompagniamo per un pezzo di strada, mano nella mano…

E per quanto a volte estremamente difficile, io sono fiera del lavoro che faccio e a voce alta dico che è uno dei lavori più belli e preziosi del mondo!

Tutto questo è il nostro lavoro, e magari alla fine di questo momento così lento e di pensieri nuovi, riusciremo a dare una nuova identità anche a questa bella e forte categoria professionale.

Sarebbe bello trovare ascolto a un’esigenza che sento sempre più forte nel mio lavoro, ossia la necessità che hanno gli educatori di una collaborazione costante con figure professionali che, nella loro specifica competenza, hanno quegli strumenti adeguati per poter intervenire sugli aspetti psicopatologici di bambini anche molto piccoli.

La casa famiglia è un luogo in cui il tempo ha un ritmo particolare, e questo tempo dei bambini va usato bene e non può essere sprecato nell’attesa di una sentenza di adozione.

Maria Rita Serena Vinci è pedagogista ed educatrice professionale socio-pedagogica in una casa famiglia per bambini 0-6 anni a Roma.

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