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Nelle residenze per anziani si decide la civiltà di un Paese

thumbnail_IMG-20200408-WA0006di Francesca Gesmundo |

“Anni fa, una studentessa chiese all’antropologa Margaret Mead quale considerasse essere il primo segno di civiltà in una cultura. La studentessa si aspettava che la Mead le parlasse di utensili, vasi di terracotta o pietre per macinare. Invece no, la Mead disse che il primo segno di civiltà in un’antica cultura era un femore che si era rotto e che poi era guarito.
La Mead spiegò che nel regno animale, se ci si rompe una gamba, si muore. Non si può scappare dal pericolo, andare al fiume a bere o cercare cibo. Si diventa semplicemente cibo per gli altri animali. Nessun animale sopravvive con una gamba rotta abbastanza a lungo da permettere all’osso di guarire.
Un femore rotto che è poi guarito è la prova che qualcuno ha avuto il tempo di stare con chi è caduto, ne ha bendato la ferita, lo ha portato in salvo e lo ha aiutato a riprendersi. La Mead disse che aiutare qualcun altro a superare le difficoltà è il punto in cui inizia la civiltà”.

A pagare più duramente gli effetti dell’epidemia sono gli anziani, non solo con il più alto tributo in termini di vittime, ma perché vivono un periodo di isolamento dagli affetti più cari.
Gli anziani che sono costretti a stare a casa spesso sono soli perché i figli non abitano con loro, mentre gli anziani residenti nelle strutture residenziali possono continuare a ricevere affetto e conforto da tutti gli operatori che quotidianamente li accudiscono e li sostengono in questo lungo periodo di isolamento relazionale. Perché non solo di assistenza materiale hanno fame i nostri anziani, ma si nutrono anche di ascolto, narrazioni e affetto, anche se la mascherina che dobbiamo indossare per tutelarli crea spesso una barriera nella comprensione delle parole, ma percepiscono che è una misura necessaria.
I nostri anziani sono un patrimonio di esperienze e vissuti enormi e i loro racconti continuano a scandire le nostre giornate: durante le consuete attività di animazione spesso mi raccontano che mai si erano trovati in una situazione simile. Durante la guerra c’era povertà, c’era il coprifuoco, ma mai si era soli: la famiglia si riuniva in quel momento di difficoltà e ci si aiutava, ci si sosteneva, mentre ora è tutto diverso. “Si è soli a combattere un nemico invisibile. Invece lo sapevi quando arrivava un bombardamento, conoscevi i tedeschi e stavi alla larga, ma questo non lo vedi”.

Ma la vita va avanti” come mi ripete quotidianamente Tiziana (saggezza popolare!). E allora prepariamoci per la Pasqua con addobbi, ghirlande e fiori che devono essere pronti, la lettura del quotidiano non deve mancare “cosa dicono nel mondo” (è curioso Claudio), tempere e pastelli colorati sparsi sul tavolo per le pittrici Olga e Ida, aneddoti di Ravenna (Sergio conosce tutti) e poi si finisce sempre a parlare di voglie culinarie “Francesca con te si parla di mangiare ma non si mangia mai!” è la frase preferita di Giuseppina.
In tutto questo ci sono i familiari che si emozionano a vedere i loro anziani attraverso le video chiamate e prima di salutare non smettono di ringraziare per il lavoro che svolgiamo, per quel momento di unione che cerchiamo di creare grazie alla tecnologia amica. E in quei momenti sei sempre più consapevole che il lavoro che svolgi non è così scontato, che unire a distanza le persone è fondamentale per evitare “di morire dentro”, perché come affermava Aristotele l’uomo è un animale sociale, assolutamente incapace di vivere isolato dagli altri.

Francesca Gesmundo è animatrice sociale presso la struttura CRA (casa residenza anziani) “Galla Placidia” di Ravenna gestita dalla cooperativa sociale Asscor per il Consorzio SOL.CO.

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