1. Animazione Sociale
  2. News
  3. #RaccontaIlTuoServizio
  4. In comunità con sei mamme e dieci bimbi a reinventare la quotidianità

_

In comunità con sei mamme e dieci bimbi a reinventare la quotidianità

planting-1898946_1920di Lorena Lombrici | 

Oggi sono a casa.

Inizio così e mi viene da sorridere perché lo slogan di questo periodo è proprio “io resto a casa”. Non mi reco in comunità: andrò stasera, alle 22.00, per il turno di notte.
Sto qui nel salotto, al caldo. È una giornata particolarmente fredda e poco fa cadeva anche qualche fiocco di neve.

Mi concentro a pensare a quanto sta accadendo: da oltre 15 giorni è scoppiata, nel nostro Paese, questa maledetta pandemia, costringendo tutti a un drastico e repentino cambiamento di vita e abitudini. Improvvisamente, senza alcun preavviso, abbiamo perso tante libertà e tanti diritti: uscire per una passeggiata, incontrare parenti o familiari che non vivono con noi, girare per i negozi in cerca di quello di cui abbiamo bisogno, le pizze con gli amici.
Tutto questo si è interrotto da poco, ma in un modo così repentino che sembra ancora quasi irreale, come un sogno – anzi, proprio un incubo! – che sta per svanire. Purtroppo, invece, è tutto vero e la conta dei morti e dei nuovi contagiati che alle 18:00 di ogni sera ci viene comunicata è una doccia fredda che ci pone davanti, senza sconti, la più triste realtà. Una realtà contro la quale non possiamo far altro che attenerci alle regole che continuamente ci vengono ricordate dai media: “State a casa – appunto – e uscite solo per estrema necessità”.

Io le regole le rispetto e non mi pesa poi tanto farlo. In casa ho tutto il necessario e mia figlia, ormai grande, che esce per gli approvvigionamenti primari, mi dice: “Mamma tu non devi minimamente rischiare il contagio perché oltre te stessa devi proteggere gli ospiti della comunità dove lavori!”. Eh sì, santa figlia! Ha preso proprio dalla madre in questo: sempre alta l’attenzione verso i diritti del prossimo, in particolare verso quelli di coloro che vivono situazioni di difficoltà.

Sono proprio le “situazioni di difficoltà” che hanno portato le 16 persone attualmente presenti a trovarsi ospiti della Comunità “La Casa di Pollicino”, presso la quale io svolgo giornalmente i miei turni di lavoro. Chiamarli “ospiti” per me è sempre faticoso perché penso che, in fondo, la comunità sia per loro la casa in cui attualmente vivono. Spesso mi sono trovata a dire ai bimbi che chiamano “casa” la comunità e poi mi guardano alla ricerca di una conferma che li rassicuri: “Sì, sì, è la nostra e la vostra casa fino a che vivete qui con le vostre mamme!”.
Sono sei le mamme che ora vivono, appunto, nella “Casa di Pollicino” con i loro 10 bimbi: tre fratellini, dei quali due maschietti e una femminuccia; due fratellini, dei quali un maschietto e una femminuccia neonata; altri due fratellini e tre figli unici.

Quando è iniziata questa quarantena forzata anche per loro, come per tutti, è cambiata completamente la vita. Scuole chiuse, attività e servizi fermi, salvo quelli essenziali.
Dopo lo smarrimento iniziale, nel quale anche solo pensare sembrava difficile, ho iniziato a concentrarmi su di loro, provando a immedesimarmi nelle loro situazioni.
All’inizio mi sono sentita malissimo: lontani dalle loro prime abitazioni (dove esistono), dai loro parenti e amici, dalla quotidianità che, anche se più o meno sana, rappresentava per loro una certezza. E poi ancora: trovarsi a convivere con altre persone non scelte, ma incontrate per caso nel loro percorso di vita, completamente isolati e chiusi tra le mura della comunità, senza più alcun contatto con l’esterno.
Tutto questo mi è sembrato, emotivamente, un peso ancor più grave da sopportare per loro, tanto più nella consapevolezza che i loro progetti sono e resteranno fermi per un tempo importante: Tribunali chiusi, udienze posticipate, incontri con i parenti interrotti.
Fortunatamente, pur nello smarrimento iniziale, questi pensieri hanno poi sollecitato in me una reazione positiva. Mi sono detta semplicemente: “Ora più che mai hanno bisogno di sostegno! Io devo fare il mio pezzettino, almeno in questo il loro equilibrio precario non deve vacillare; devono sentire che sono circondati da amici che non potranno essere dei riferimenti per sempre, ma che in questo periodo, sì, lo sono e saranno ancor più intensamente di prima”.

Il momento più difficile per me è uscire da casa per andare in comunità. Percorrere il tragitto di circa 10 km, lungo il quale non incontri più di una o due macchine, anche nessuna a volte. Lì mi prende lo sconforto. Grande all’inizio, sempre più flebile man mano che mi avvicino alla mèta, fino a svanire. Appena varco il cancello e me lo chiudo alle spalle, mi sento di nuovo al sicuro, come a casa mia.
Sempre alta l’attenzione alle regole: lava le mani con l’apposito prodotto, mantieni la distanza giusta dal collega in turno, indossa la mascherina in caso di necessità, igienizza, arieggia… Ma tutto, ormai, con estrema naturalezza. Scompare l’angoscia, anche se non la paura.
Sì, la paura di essere fonte di contagio per gli altri, in particolare per gli ospiti che non si sono più mossi da casa in autonomia da quando sono iniziate le restrizioni.

Con i miei colleghi abbiamo dedicato un apposito spazio di confronto, con tutte le mamme, alla “situazione Coronavirus”. Ci siamo guardati negli occhi per scoprire le stesse paure e la voglia di raggiungere il medesimo obiettivo: superare questo momento di grande difficoltà.
Nelle consuete riunioni mamme/operatori, solitamente, ci sono sempre momenti di tensione, argomenti da trattare che non trovano una risposta unanime, per cui a volte si alzano i toni. Stavolta, insieme, siamo stati tutti coesi nella scelta delle regole alle quali attenerci. Nessuno ha avuto da ridire. Le mamme hanno accettato ogni proposta che abbiamo portato. Loro stesse hanno chiesto il nostro aiuto per poter restare in casa, delegando a noi i loro acquisti personali essenziali.
Questo è il clima che regna ancora nei turni, se pure con immancabili episodi di contrasto o di nervosismo fisiologici nella convivenza, tutto viene affrontato con impegno e collaborazione da parte degli educatori e delle mamme.

Due turni fa, alcuni bimbi si sono presentati con delle mascherine di cartone a forma di animaletti sulla bocca, tipo carnevale, davanti a me che indossavo quella protettiva – quasi artigianale, visto che le professionali è impossibile reperirle. Un moto di tenerezza mi ha travolta. Anche due mamme le indossavano e sorridendo ho esclamato loro: “Che bella iniziativa! Siamo la casa dei mascherati!”. Abbiamo riso tutti insieme. In questo momento è veramente difficile sorridere, ma ci fa tanto bene!

Lo svolgimento dei turni è profondamente cambiato in questo periodo: niente più corse per gli accompagnamenti incastrati tra i mille impegni di tutti, niente più uscite comunitarie, niente parchi o passeggiate, nessun incontro di verifica con i servizi. Se avessimo ipotizzato, qualche settimana fa, una situazione del genere, avremmo pensato sarebbe stata impossibile da gestire. Invece ci stiamo riuscendo!
Insieme alle mamme abbiamo stilato lo schema di una giornata tipo, di modo che i bimbi mantengano una regolarità nella quotidianità. Al mattino, dopo la colazione, si fa in modo che quelli in età scolare possano svolgere i compiti assegnati loro per via telematica dai rispettivi insegnati. Dopo il pranzo, nel pomeriggio, ci si dedica ad attività ludiche, quali gioco comune o individuale, disegno, laboratori.
Di grande aiuto è il bellissimo giardino del quale possiamo usufruire quando il tempo lo consente. I bimbi ad ora non mostrano particolari difficoltà ad accettare questa situazione nuova così restrittiva. Credo che ciò sia frutto di un buon impegno educativo svolto, in primo luogo, tra noi e le mamme, che sono per loro il riferimento primario.

Sono profondamente grata ai miei colleghi che, come me, esternano dubbi e paure, ma affrontano il turno con la mia stessa passione, dando agli ospiti quanto più sostegno possibile, in base alle proprie capacità e inclinazioni. Io, dal canto mio, continuo a mettere in campo quelle di cui dispongo. Con le mamme condivido la passione per la cucina, per il cucito e per il giardinaggio. Di tempo per condividere queste attività ora ne abbiamo molto. La settimana scorsa ho proposto loro il mio scarso insegnamento per l’intreccio di vimini con cui poter confezionare cesti. Una mamma ha subito accolto: ci siamo messe all’opera ed è riuscita, in poco tempo, a confezionarne uno per ciascuno ai suoi due bambini, che ora girano per il giardino raccogliendo fiori ed erbe da riporci.

Tutto quello che succede intorno continua a sembrare surreale, a tratti impalpabile. Non so come e quando ne usciremo, ma continuerò imperterrita, fino ad allora, ad essere me stessa nei turni, a dare quanto più sostegno possibile a ospiti, piccoli e grandi, e ai miei colleghi, perché questo è quello che voglio fare.
In cambio, come sempre in questo lavoro, il compenso è grande: la certezza che ogni individuo possiede un’immensa ricchezza di risorse da mettere in campo al momento opportuno, quando anche l’ambiente e il contesto umano che lo circondano siano in grado di stimolarlo e incoraggiarlo.
Cercare di trasmettere questo alle nostre piccole-grandi mamme, che di occasioni positive e stimolanti ne hanno avute ben poche nella vita, è per me, oggi, l’obiettivo primario.

Lorena Lombrici è educatrice della cooperativa Nuova Dimensione nella comunità residenziale madri con bambino “La Casa di Pollicino” a Marsciano (Perugia).

 Per acquistare un numero o abbonarti alla rivista >>>
 Leggi tutti i contributi arrivati #RaccontaIlTuoServizio >>>