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Come faccio con la mia rabbia se non posso neanche uscire e sfogarmi?

finestradi Giada Gatti |

Credo che nulla più delle parole dei ragazzi in comunità possa essere forma di testimonianza.

Noi operatori ci siamo, nonostante le nostre paure, le nostre vite personali, le nostre difficoltà. La fatica più grande è la convivenza forzata e l’assenza di attività esterne; tutto ciò non fa che accentuare difficoltà comportamentali già esistenti. La cosa più importante è fare attenzione che a questi ragazzi non venga voglia di trasgredire le regole, parlare chiaro con loro, spiegargli la situazione nel modo più realistico possibile. Ma come fare poi a non sentirsi responsabili anche dei loro agiti? Torno a casa la sera, penso ai ragazzi; penso a cosa succederebbe se dovessero fare di testa loro e uscire. Dovrei chiamare le forze dell’ordine, intervenire, spiegare (di nuovo), ascoltare e accogliere. Lascio la parola a loro:

“Perché dobbiamo sempre stare a casa?! Io non ho mica paura, non faccio del male a nessuno se vado a fare un giro in centro, i documenti li ho … Giada, sto impazzando … Mi manca l’aria … cosa faccio qui tutto il giorno? … ok, dormo, ascolto la musica, gioco un po’ a pallone, cucino e poi la tv e poi? Ok giochiamo a carte, un po’ di italiano e poi ancora dormo… il cellulare per sentire la mia famiglia e poi?”.

E poi basta un gioco mal interpretato per farli scoppiare (o sfogare!?).

“…perché noi stavamo giocando e poi ci siamo messi a litigare, quindi lui ha preso il tavolino e l’ha spaccato per terra e ora il tavolino non ha le gambe. Io non ce la facevo più, non volevo più il letto, il telefono, i giochi in scatola, il giardino con la palla… io volevo uscire e così ho fatto e ho dato un calcio alla porta. Sono arrivato fino al parchetto qui di fronte ed era chiuso, ho fatto il giro dell’isolato mentre fumavo le ultime due sigarette rimaste e non c’era nessuno, anche le luci mi sembravano spente, era brutto. Anche fuori mi mancava l’aria, come dentro in comunità…”.

“Siamo in tanti in comunità; di solito qualcuno va a scuola, qualcuno va al tirocinio o ai laboratori e poi usciamo… stiamo poco tutti insieme, solo la sera o quando ci sono le feste e le cene. Tutti insieme qui è difficile, litighiamo e siamo stretti”.

E dopo tutti questi litigi, dopo che si perde la pazienza per l’ennesima volta, dopo le scuse e i sorrisi, dopo aver pianificato metodi educativi per il risarcimento di quel tavolino rotto, noi operatori ci rimettiamo lì con loro cercando di esserci il più possibile, cercando di dare risposte e rassicurazioni. Cerchiamo di esserci anche quando torniamo a casa con videochiamate, mandando video che fanno ridere, sdrammatizzando e cercando di strappargli un sorriso.

“Giada perché non c’è la pizza con il tonno in freezer oggi?”.

“…perché questa mattina al supermercato era quasi tutto finito e non sono ancora arrivati i rifornimenti”.

Anche in Africa non avevo cibo… è la prima volta che succede da quando sono qui… di vedere i supermercati vuoti… ma questo virus c’è anche nel cibo o nell’acqua? E se il virus arriverà anche nel mio paese? Là non ci sono mica gli ospedali come i vostri… lo devo dire alla mia famiglia… li chiamo e gli dico di non uscire di casa e gli voglio mandare i soldi perché così si comprano le mascherine… quelle belle…”.

“Quando finirà tutto questo Giada? Quando potrò andare ancora a tirocinio in pizzeria? Quando potrò rivedere i miei amici in centro? Come faccio con la mia rabbia se non posso neanche uscire e sfogarmi?”.

Ora più che mai noi operatori dobbiamo mettere in campo attenzione, cura, pazienza e creatività. Cercare di non lasciare soli i nostri ragazzi, di non fargli sentire la paura, di dare il più possibile delle risposte.

Giada Gatti è psicologa presso la cooperativa sociale La Vela, a Brescia. Qui racconta il suo lavoro insieme a un gruppo di minori stranieri non accompagnati, che vivono in una struttura gestita dalla cooperativa.

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