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E se il servizio non esiste come si fa? Storie di quotidiana solidarietà e mutualismo

fareretedi Sara Plutino | 

Sono Sara, sono una libera professionista del Sociale, ma soprattutto sono una volontaria di una associazione di promozione sociale che da circa tre anni svolge diverse attività rivolte alla cittadinanza e ai professionisti.

Leggendo #RaccontailTuoServizio, ho scritto questo breve testo personale. Per raccontare come, in contesti dove la macchina amministrativa è praticamente inesistente e quindi i servizi sono minimi e in crisi, il volontariato e parti del terzo settore possono costruire percorsi resilienti per migliorare la comunità in cui operano.

Le parole d’ordine della nostra associazione sono Solidarietà e Mutualismo: perché le abbiamo scelte? Perché nel marasma della nostra area interna isolata c’è necessità di ricucire relazioni e di contaminarsi per costruire nuovi percorsi e servizi. Svolgiamo azioni di informazione e orientamento – dibattiti, eventi, presentazioni libri, formazione – ma anche e soprattutto attività dirette alle fasce più deboli: minori, donne, anziani e famiglie. Sono piccole cose, ma lo facciamo con passione, professionalità e costanza; un piccolo passo per provare a mettere nuovi semi per una società più giusta ed equa.

Da più di 10 anni le amministrazioni regionali e locali giocano a dividersi i fondi, gli appalti e le gare di accreditamento, attraverso i famosi strumenti del clientelismo sfrenato; comportamenti dalle conseguenze devastanti, come l’attuale collasso dei servizi alla persona. Per scelta di pochi sono stati costruiti muri, tra la comunità, l’amministrazione e il terzo settore; questi soggetti hanno smesso – forse non hanno mai iniziato – di contaminarsi e incastrarsi all’interno della bellissima macchina del welfare state e delle politiche sociali di vario genere.

Mi viene da pensare quante volte noi, professionisti del sociale e non, abbiamo studiato e ripetuto le leggi 328/00, la riforma del Titolo V, la 180/78, la 833/78, la 309/90, etc etc. ma è meglio non farlo per non perdersi d’animo.

In questo periodo di quarantena, lontana dalla frenesia e dell’emergenza di una città privata di un Piano di Zona, luoghi di prossimità, centri diurni, regolamenti, asili e scuole adeguate, etc. ho ripreso a connettermi con le riviste nazionali, per tornare a farmi stimolare e contaminare dall’esperienza di altri colleghi. Questa volta però, leggendo, mi sono sentita sola, perché ognuno dei miei colleghi vive e lavora grazie all’applicazione dei servizi previsti dalle leggi sopracitate. Provo invidia per quei miei colleghi che possono raccontare il proprio servizio ai tempi della quarantena…. e io, cosa posso raccontare?

Non ho un servizio specifico perché stiamo provando a riconquistarlo. Allora, cosa potremmo mai raccontare io e miei compagni di viaggio?

Potremmo mai raccontare del “servizio” che abbiamo attivato, già dai giorni prima della quarantena nazionale, per garantire beni di prima necessità – cibo, farmaci, ricette mediche, pacchi alimentari, collette solidaristiche, supporto psicologico – attraverso i volontari, adeguatamente attrezzati per la loro sicurezza sanitaria, che continuano ad aumentare e che stanno dimostrando una solidarietà fino ad ora mai vista?

Potremmo mai raccontare che forse, grazie a questo importante trauma, l’importanza e la necessità dei servizi alla persona, dei luoghi di prossimità, del servizio sanitario universalistico e dei presidi territoriali, stanno invadendo le persone e che queste si stanno svegliando dal torpore nel quale sono state isolate?

Potremmo mai raccontare che la creazione e gestione da parte dei volontari del servizio ha spronato la macchina amministrativa a prendere ancor di più la situazione in mano per migliorare – si spera – la gestione dell’emergenza attuale e quella che si svilupperà nei prossimi giorni ancora più dura?

Potremmo mai raccontare che, dopo questa esperienza emergenziale, sarà ancora più forte la speranza di avere una macchina amministrativa aperta e collaborativa ai soggetti innovatori che rimangono spesso in questi caotici e svilenti luoghi, isolati dal resto del mondo professionale, e che mettono a disposizione la propria professionalità per migliorare la collettività nella quale vivono?

Ecco io non so se questo sia un “servizio” da raccontare, non so se questo sfogo possa essere inserito nella vostra rubrica, in ogni caso mi è servito raccontarmi a qualcuno, quindi grazie… Avevo voglia di scrivere per dare un po’ di forza a me stessa, ai miei compagni di avventura e ai diversi lettori che possono sentirsi soli – nei diversi comuni disorganizzati – nel leggere la bellezza del funzionamento delle politiche sociali altrui.

Buon lavoro a tutti.

Sara Plutino vive ad Avellino, è una libera professionista del sociale che si è formata in diversi posti del nostro Paese – Roma, Bologna, Salerno – “imparando tanto dalle persone e dai servizi con cui sono entrata in relazione”, come ci ha scritto nella mail.

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