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Quegli occhi di chi ti guarda mentre sale sull’ambulanza – Lettere di un’infermiera

covid19-zazzeridi Meena Birolini | 

Il 12 maggio è la giornata internazionale dell’infermiere.

È un momento che attendiamo tutto l’anno per proclamare a gran voce il nostro essere professionisti e l’amore per un lavoro faticoso e fantastico allo stesso momento. Quest’anno doveva avere una risonanza ancora maggiore perché ricorre il bicentenario della nascita di Florence Nightingale, la fondatrice dell’assistenza infermieristica moderna. Essa fu la prima ad applicare il metodo scientifico attraverso l’uso della statistica, con lei l’assistenza infermieristica è diventata molto più che un semplice accudire.

Ma quest’anno così atteso ci ha travolto con qualcosa di davvero inaspettato, sei arrivato tu Covid-19. All’inizio sembravi essere così lontano da noi, in una realtà che non ci appartiene, in un paese sovraffollato e diverso. Ma poi ti sei avvicinato, ti sei affacciato alle nostre case, ti sei insinuato piano piano, in sordina, come se volessi sfidarci, e noi ti abbiamo sottovalutato, il mondo intero ti ha sottovalutato. In pochissimo ci siamo trovati in un girone dantesco, noi che ci sentivamo intoccabili per la nostra sanità e il nostro sistema sanitario, siamo quasi crollati di fronte alla tua violenza.

Per noi che dell’assistenza e della vicinanza alla malattia abbiamo fatto la nostra ragione di vita è iniziata una lotta senza fine, contro il tempo, contro di te. Abbiamo sperimentato la paura nel toccare il prossimo, per noi infermieri che facciamo del tocco la nostra arte, della vicinanza la nostra forza. Abbiamo dovuto rinunciare a tutto questo. Ti abbiamo visto portare via tante persone, abbiamo visto intere famiglie distrutte, abbiamo accompagnato un’intera generazione alla morte. Noi siamo “abituati” ad accompagnare chi è malato nella parte finale della sua vita, ma tu ti sei portato via persone senza motivo, solo perché più fragili. E quando finalmente riuscivamo a trovare una rotta, ecco che hai iniziato a portare via gente sempre diversa, giovani, mamme, papà.

In questi due mesi ho sperimentato la paura… una paura mai sentita prima. La paura nel vedere le mie colleghe andare al lavoro, la paura nel vedere i miei genitori, la paura nell’entrare in una casa, la paura di non sapere come affrontarti, l’angoscia di quelle continue chiamate che ancora risuonano prima di chiudere gli occhi la sera, le chiamate di chi implorava aiuto, un aiuto qualsiasi, e gli sguardi, quegli occhi di chi ti guarda mentre sale sull’ambulanza e in quegli occhi la consapevolezza che quella è l’ultima volta. Ho sperimentato l’impossibilità di fare e l’immobilità. Sei stato una fitta al cuore a ogni chiamata: sono positivo, non respiro, non c’è più ossigeno, non ci sono più ambulanze, non ci sono più posti letto, non ci sono respiratori, non ci sono mascherine, non ci sono guanti, non ci sono camici… non ci sono più bare, non ci sono più posti nei cimiteri…

Ma tu, caro Coronavirus, non hai fatto i conti con noi, con la nostra forza di volontà e il nostro coraggio. Ci hai tolto il respiro, ma noi abbiamo costruito apparecchi nuovi per respirare; ci hai tolto la vicinanza, ma noi abbiamo imparare a sorridere con lo sguardo e ad accarezzare con le parole; hai cercato di toglierci la dignità isolandoci per proteggerci, ma abbiamo imparato a stare uniti nonostante la lontananza. E adesso posso dirti, caro Coronavirus, che se è vero che abbiamo ancora paura di te, noi siamo pronti ad affrontarti, e se speravi di farci cadere ti sbagliavi. Ci hai reso più forti. Mi hai reso più forte, e oggi come ieri e come domani continuerò a fare il lavoro che amo.

Quest’anno la giornata internazionale dell’infermiere ha veramente una risonanza ineguagliabile, non ci sentiamo eroi, questo è il nostro lavoro.

“L’assistenza infermieristica è un’arte; e se deve essere realizzata come un’arte, richiede una devozione e una preparazione, come per qualunque opera di pittore o scultore; con la differenza che non si ha a che fare con una tela o un gelido marmo, ma con il corpo umano, il tempio dello spirito di Dio. E’ una delle belle arti. Anzi, la più bella delle Arti Belle.” (Florence Nightingale, 12 Maggio 1820)

 

Meena Birolini è coordinatrice del servizio ADI della cooperativa Gasparina di Sopra a Romano di Lombardia, in provincia di Bergamo.
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Illustrazione di Lorenzo Zazzeri (zazzeriart)

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