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Quando in casa c’è il lupo cattivo, da casa devi scappare, Covid o non Covid

scarpette rossedi Sara | 

(Nei giorni dell’emergenza sanitaria in cui la misura, e insieme il medicinale, che vale per tutti, uomini e donne, giovani e anziani, è il restare a casa il più possibile, evitando contatti con altre persone e facendo della propria abitazione la prima difesa dal contagio, esistono persone che a casa corrono un rischio doppio, rimanendoci.

Sara, vittima di violenze domestiche, ha scelto di scriverci, proprio nel giorno in cui il Viminale ha invitato i prefetti a verificare sui territori, anche coinvolgendo i comuni e le associazioni, l’esistenza di soluzioni di alloggio ulteriori, a supporto dei centri antiviolenza e delle case rifugio per risolvere il problema di donne vittime che per motivi sanitari, in questo momento, non possono essere accolte, NdR).

 

La casa viene definita, da un punto di vista linguistico, come un edificio, una costruzione fisica nonché un luogo da abitare.

La psicologia, invece, la esplicita come uno spazio privato, intimo, intriso di molteplici significati simbolici.

Ma la casa è molto più di questo: è il nostro nido accogliente, un perfetto nascondiglio. Un luogo in cui poter essere, in cui poter vivere. È un posto in cui, più che in altri, ci sentiamo liberi di essere ciò che siamo, di poterci esprimere, condividere emozioni, respirare.

Ma non è così per tutti. Per alcuni, per alcune, casa può diventare anche prigione. Mura dalle quali vorresti scappare, finestre da spalancare per poter urlare, bacheche di ricordi dolorosi da dover cancellare.

Le donne che hanno vissuto violenze domestiche sono tra coloro che purtroppo necessitano di scappare da casa. In giorni come questi, di chiusura forzata, di isolamento, in cui più del solito la casa dovrebbe essere un luogo che garantisce protezione, per queste donne non solo non è un luogo sicuro: è un paradosso doloroso.

Quando sei vittima di violenza domestica, la tua abitazione è proprio il posto dal quale vorresti fuggire.

E dove andare? A chi chiedere aiuto? Come fare?

La risposta è qui! Esattamente qui, da dove oggi scrivo.

In una comunità per donne che hanno subito violenza. Una comunità che non era casa mia, neppure lontanamente le assomiglia, ma che da qualche mese lo è diventata.

Una casa abitata da tante persone diverse che non si sono scelte liberamente, e che si vedono costrette a convivere giorno dopo giorno, per un tempo indefinito.

Un luogo in cui non ci manca nulla ma dove ci sono regole da rispettare e spazi da condividere.

Spesso mi chiedo quanti sappiano dell’esistenza di posti come questo. Posti accoglienti, indispensabili e necessari quando scegli di vivere e devi lottare per sopravvivere perché in casa tua c’è il lupo cattivo.

La comunità è il posto migliore in cui ripararsi, proteggersi e nascondersi. Il luogo ideale anche per una quarantena.

La vita di comunità richiede molti sforzi, spirito di adattamento e animo per ricominciare. Ma sai di non essere mai sola: c’è chi si occupa di te, ti offre sostegno e una spalla su cui piangere. Ti apre gli occhi e ti ricorda che sei una donna forte e che tutte le donne ce la possono fare.

Le spalle di cui parlavo sono proprio gli educatori, che giorno e notte abitano questo luogo e vivono queste storie, le nostre, insieme agli ospiti. Io li definisco “gli operai del sociale”: sono operatori dei quali si sente poco parlare, ma che hanno il duro compito di navigare sempre, anche durante la tempesta.

E in un momento come questo, di pandemia, di emergenza nazionale, c’è da chiedersi dove saremmo senza di loro. Senza una casa a cui poter tornare. E senza persone che aprano le porte di quella casa.

Gli operatori ne sono l’anima: si mettono a disposizione e, come medici e infermieri, rischiano la vita per noi. Garantiscono la loro presenza e con professionalità si prendono cura di ognuno provvedendo a tutto ciò che è necessario.

In questi tempi, in cui l’Italia respira un clima di paura e sconforto, noi viviamo il nostro isolamento in una casa che ci allontana dal resto del mondo, ma ci protegge da eventuali contagi e ci garantisce un rifugio sicuro. Anche dalla violenza.

Sara è ospite della comunità Mamma-Bimbo del Gruppo Abele a Torino. Testo raccolto da Mauro Melluso, responsabile della comunità.

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