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Quando i nidi chiudono, le educatrici aprono la loro progettualità

89970767_3865833530108386_247077670263717888_odi Federica Gazzoli | 

Da un giorno all’altro le educatrici dei nostri Nidi si sono ritrovate a casa, senza più l’incontro consueto con i bambini e i loro genitori, confinate nelle proprie case nel bel mezzo di una pandemia mondiale.

Proprio in quei giorni sono arrivata in ASP Terre di Castelli “G. Gasparini”, come nuova figura pedagogica, e fin da subito ho sentito che le energie erano già fortemente orientate al lavoro di comunità: sì perché in una crisi sanitaria che obbliga a isolarsi è doveroso ricorrere subito alla collaborazione per dare sostegno alle famiglie e per superare quel rischio di solitudine che inevitabilmente chiude a visioni del possibile.

Fin dai primi momenti della pandemia si è così costituito il “servizio di aiuto a centralino unico” denominato “Penso positivo” tramite il quale le educatrici dei nidi hanno potuto mettere a disposizione della comunità le loro competenze di “cura” della persona. Sì perché una educatrice di nido forma la sua professionalità sulla comunicazione ecologica e relazionale, oltre che sullo studio dei processi di crescita educativa dei bambini. E questo servizio, seppur dato da una esigenza contingente (i nidi sono chiusi, proviamo a capire quali servizi occorrano in questa emergenza), ha messo in luce quanto questa figura sia “esperta” di ascolto attivo.

Il monitoraggio e l’ascolto della situazione delle famiglie, con colloqui telefonici o in videochiamata, organizzati dalle educatrici ha permesso di evidenziare alcune dinamiche comuni dei bambini in questi giorni:

– i bambini hanno incentivato la richiesta di attenzione manifestando anche alcune regressioni emotivo-comportamentali;

– hanno incrementato gli aspetti fusionali, in particolare con le mamme, le quali probabilmente viste in chiave diversa (dovendosi dedicare anche al lavoro ma da casa) possono sembrare al bambino evitanti e quindi innescare in lui dei meccanismi di “verifica” del tipo “stai con me?” in ricerca di un nuovo equilibrio;

– hanno modificato, seppur in minima misura, i ritmi sonno veglia, ricordandoci appunto che se non si va più a scuola e se vedo anche i miei genitori a casa, i tempi si fanno più confusi e meno scanditi; in questo la sensazione nostra e dei nostri bimbi è simile: sentiamo il tempo più dilatato perché ha meno confini e allora perché andare a nanna presto?

– esprimono a gran voce le loro emozioni, soprattutto quelle “di pancia” come la rabbia; una mamma mi ha riportato che il suo bimbo le ha detto “mamma sono stanco di vedere solo voi, io voglio i miei amici, è solo che nel cellulare sono troppo piccoli e non ci posso giocare!”;

– alcuni bimbi si manifestano negli atteggiamenti come più piccoli: riprendono il ciuccio se lo avevano lasciato, gattonano anche se hanno imparato a camminare.

Questi elementi ci hanno portato a pensare a quali strumenti potessero essere utili alle famiglie, nella preoccupazione che ha cominciato a sormontare nel confronto con le famiglie.

Le educatrici hanno mantenuto una progettualità aperta, inviando ai genitori materiale autocostruito o segnalazioni di iniziative di laboratorio selezionate dal web come idonee alle fasce d’età e ai bisogni delle famiglie.

La collaborazione e co-progettazione con Il Centro per le Famiglie ha permesso di fare proposte diversificate per target d’utenza e fasce di età, con una proposta settimanale molto ampia di attività, sportelli di ascolto rivolti alle famiglie e momenti di formazione su tematiche riscontrate utili.

Abbiamo interpellato e ci siamo confrontati con esperti del settore dell’educazione e della didattica per confrontarci su questi elementi di evidenza nuova e straordinaria (webinar I bambini al tempo del Coronavirus: cosa cambierà e cosa sarà più utile fare al rientro… per tornare ad abbracciarci), da Maria Grazia Contini, dalla sua pluriennale docenza all’Unibo in pedagogia e filosofia dell’educazione, a Federico Taddia, giornalista, autore di programmi televisivi per bambini e Beniamino Sidoti, esperto di didattica e giochi, nonché semiologo.

Daniele Novara (webinar E se tornassimo ad aprire? Una scommessa che attiene al nostro futuro), pedagogista attento ai processi di comunicazione nonviolenta, che appena ha dichiarato la mancanza di una visione da parte istituzionale, nei confronti dei diritti dei bambini all’educazione, alla socialità e alla motricità, ha trovato una linea di congiunzione con le nostre idee di iniziare fin da subito a ripensare alla riorganizzazione dei servizi a partire dalla ormai martellante “fase due”: con lui abbiamo condiviso una direzione del fare e non più del pensare più che mai urgente.

Appaiono subito evidenti alcune direzioni di senso al momento presente: la consapevolezza di una fragilità di tutta la Comunità nel suo insieme che va ascoltata e non demonizzata; il bisogno di una narrazione di ricordo e di sostegno al poi che deve essere tenuta viva in casa con i bambini per gettare quei ponti di una ripresa che non sarà facile.

Coinvolgere tutto il personale educativo al ripensamento di un nuovo avvio, attento alla sicurezza, alla salute e ai bisogni dei bambini e dei genitori, è un processo necessario. Si tratta di non banalizzare ma problematizzare i nuovi bisogni, partendo dalla voce dei loro protagonisti, diversificando i servizi, inventandosene di nuovi, se necessitano, mantenendo quella tensione sempre presente nel tema dell’inclusione, ossia far sì che nessuno venga escluso.

Auguriamoci dunque il meglio, nella consapevolezza che andranno ridefinite e ricostruite le relazioni, quelle relazioni in cui, citando Umberto Galimberti, un essere umano incontra un altro essere e non la sua immagine nello schermo.

 

Federica Gazzoli è psicopedagogista di ASP Terre di Castelli “G. Gasparini” a Vignola (Modena).

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