1. Animazione Sociale
  2. News
  3. #RaccontaIlTuoServizio
  4. Non lasciare che le cose si perdano. I gruppi genitori del progetto PIPPI vanno online

_

Non lasciare che le cose si perdano. I gruppi genitori del progetto PIPPI vanno online

immagine Prog. Pippidi Silvia Sacchetti e Donatella Garnero |

L’anno trascorso ha lasciato un segno profondo in ognuno di noi, sia per le vicende personali che ciascuno può aver vissuto, perché colpito direttamente nei propri affetti più cari, sia per come questo strano tempo ci ha imposto regole di vita e modalità relazionali anche nel lavoro, che non avremmo mai pensato di dover adottare.
Abbiamo cercato di colorare, come abbiamo potuto, gli spazi di solitudine e isolamento in cui ci siamo dovute rintanare, riscoprendo il piacere di tornare all’attività in presenza e ritrovare le persone che accompagniamo con il nostro lavoro. Dalla tarda primavera fino a metà autunno si è infatti un pochino allentata la stretta dell’allerta legata al contagio e per noi, come per quanti lavorano nel sociale, a contatto con le persone, è stato possibile riprendere timidamente il lavoro in presenza, ritrovando volti e voci che avevamo lasciato qualche mese prima. È stata una bella sensazione, grazie a cui abbiamo riattivato in noi la modalità di relazione che ci è più propria, ovvero l’incontro diretto con coloro che sosteniamo attraverso percorsi di accompagnamento con i nostri Servizi.

L’allentamento delle misure di contenimento di contagio, però, non ci ha permesso di riprendere gli incontri con i genitori che ci vedono impegnati come facilitatrici, in particolare per noi che lavoriamo nei Distretti Sociali della Città di Torino nell’ambito del Progetto PIPPI (promosso dal Labrief – Laboratorio di Ricerca e Intervento in Educazione Familiare dell’Università di Padova – e dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, oggi definito nelle linee di indirizzo nazionale L’intervento con i bambini e le famiglie in situazione di vulnerabilità, promozione della genitorialità positiva).
I Gruppi Genitori generalmente iniziano in primavera e terminano verso l’inizio dell’estate[1]; il primo lockdown ha fermato sul nascere l’attività dei gruppi, proprio a due incontri dall’inizio, quando i genitori che avevano deciso di parteciparvi stavano prendendo confidenza reciproca e iniziando a sentirsi gruppo. È stata come una doccia fredda nel momento più caldo e delicato, quando cominci a vedere che il gruppo sta assumendo una propria identità, al cui interno iniziano ad attivarsi legami e muoversi dinamiche d’ingaggio, legate proprio al fine per cui si è formato, nello specifico il confronto sui temi legati alla genitorialità.
Ci siamo sentite un po’ spaesate, sapevamo che non potevamo riprendere l’attività del gruppo, ma allo stesso tempo non esisteva una prospettiva temporale che ci aiutasse a contenere questa attesa.

Ricordo che una sera, era il 3 di aprile, abbiamo riflettuto insieme fino a tardi, cercando di capire come proseguire le attività con i genitori, data l’impossibilità di incontrarsi. Esisteva l’esigenza di riprendere il dialogo che era stato interrotto con il nostro gruppo, perché sentivamo che in quella situazione non lasciare andare le cose sarebbe stato l’unico modo per non perdersi davvero. In quella situazione, anche noi avevamo bisogno di ripristinare la dimensione del gruppo, per ritornare ad una sorta di “normalità”, rimodulata in funzione della nuova situazione che si era determinata. Ma come riprendere? Al parco? In un grande ambiente chiuso a finestre spalancate? Ludoteca (chiusa)? Palestra? Alla fine abbiamo convenuto che l’unica risposta possibile fosse “in linea”.
Una volta ottenuto il benestare alla ripresa delle attività on line dei gruppi dal coordinamento cittadino del progetto a inizio giugno, si doveva affrontare il tema relativo a “come ingaggiare nuovamente l’interesse dei partecipanti?”.
Avevamo ottenuto il via libera per riprovare a fare gruppo, ma come? Dovevamo non solo riaccendere l’interesse al confronto comune sul tema della genitorialità, dopo diversi mesi di stacco, ma anche trovare il modo di farlo, in lockdown, quindi nell’impossibilità di incontrarsi. In ultimo, ma non ultimo, l’interrogativo più preoccupante era legato a come avremmo ritrovato il nostro gruppo genitori, dopo un’esperienza così pesante.

Con la chiusura imposta dall’emergenza sanitaria, abbiamo assistito al sorgere di un dibattito sull’utilizzo del digitale nel mondo sociale, che ha visto i protagonisti schierarsi e prendere posizione, evidenziando da una parte comportamenti evitanti, talora demonizzanti del virtuale, e dall’altra slanci ingenui e improvvisati verso un “mondo nuovo”, come spesso accade nei processi di cambiamento.
Anche il lavoro a distanza con i gruppi ci ha messo di fronte a tale dicotomia e noi abbiamo cercato di affrontarla (e di superarla) evitando di domandarci cosa fosse meglio (incontri in presenza o “on line”?), cercando invece di valorizzare un’opportunità di relazione e di confronto che altrimenti si sarebbe interrotta.
Abbiamo accettato questa sfida contattando direttamente i genitori per sondare il loro interesse a proseguire con le attività di gruppo a distanza. Raccolta la disponibilità di tutti i genitori coinvolti nel gruppo a sperimentare tale modalità, ci siamo adoperate per trovare una piattaforma di facile utilizzo per tutti, che consentisse di connettersi facilmente, senza troppo dispendio di saperi informatici e disponibilità di dispositivi elettronici.

Il 25 luglio abbiamo ripreso l’attività e con nostra grande sorpresa abbiamo assistito a qualcosa che non avremmo mai potuto sperare, neanche nella migliore delle ipotesi: i genitori si sono collegati tutti, chi dalle vacanze, chi da casa, chi dal parco giochi, seduto su di una panchina.
Abbiamo provato collegamenti all’ora di pranzo, di sabato mattina e di domenica pomeriggio, inserito video in condivisione per sollecitare la discussione su temi comuni, imparato a gestire modalità audio dei nostri pc che non sapevamo neanche esistessero, ci siamo messe in gioco e siamo state ripagate dall’entusiasmo di coloro che hanno partecipato fino alla fine del ciclo di incontri (novembre) e dalla richiesta, rivolta a noi dai genitori, di proseguire anche nel nuovo anno.
Ci siamo rese conto, procedendo spesso per “tentativi ed errori”, addentrandoci con fatica nella scoperta di nuovi modi di comunicare, che tale esperienza è stata in grado, paradossalmente, di produrre risultati inattesi.
In particolare, ci sembra importante evidenziarne tre:

  1. Stare in rete, cioè essere in connessione, non solo attraverso gli strumenti digitali, bensì rimanendo empaticamente collegati, in modo da lasciar fluire emozioni e pensieri come fossimo un corpo solo, capace tuttavia di differenziarsi e di accogliere con interesse e vicinanza le sofferenze espresse dai singoli partecipanti.
  2. Uscire dall’autoreferenzialità data dalla fisicità, che impone spesso all’operatore il bisogno di collocarsi in una posizione “up” rispetto all’interlocutore, e da qui analizza, promuove, dirige. Il ritrovarsi tutti alla pari, intorno a uno schermo (dove puoi vedere il tuo volto accanto a quello di ciascun partecipante) ha consentito il nascere di una confidenzialità positiva e di un sentimento di reciprocità tra noi e il gruppo. Il tema della reciprocità è stato molto forte, non solo perché ciascuno si è collegato dal proprio privato, più intimo e familiare, ma anche perché ci si è posti su un piano di disponibilità a una partecipazione ancora più personale, sentita e attiva, in cui si riconosce nell’altro “una comune umanità”.
    Come facilitatrici abbiamo avuto modo così di recuperare il nostro ruolo di “traghettatori” e cioè di “coloro che accompagnano”, aiutano a decifrare, a comprendere e quindi a ricomporre emozioni e situazioni, aumentando il coinvolgimento e la partecipazione.
  3. Creare uno spazio di ascolto e riflessione che ha dato modo al Gruppo di crescere e consolidarsi, non soltanto sui temi della genitorialità, ma anche su uno scambio comune di esperienze che ci hanno aiutato (e salvato), in questo strano 2020.

 

Un altro tema non banale è stato quello dello “sconfinamento”: abbiamo negoziato sugli orari, mezzi di comunicazione e sui giorni di attività, scoprendo che anche la domenica pomeriggio può essere un buon momento per incontrarsi. Questo non significa che non sia necessario avere una cornice di contenimento istituzionale per poter lavorare bene, costituita da mission, obiettivi e luoghi, piuttosto ci consente di riflettere su come sia importante non lasciare mai che le cose si perdano, anche a costo di rinunciare ad aspetti più di cornice che di contenuto.
Abbiamo ripreso le riflessioni di Marco Tuggia (pedagogista e supervisore educativo, membro del Gruppo Labrief (Laboratorio di ricerca ed intervento in educazione familiare), in questi anni ha promosso l’approccio PIPPI ) nel Webinar “Il rischio del RI- Come tenere aperto il dibattito su digitalizzazione e lavoro sociale”, e compreso quanto sia importante arrivare a “governare un processo di integrazione tra gli strumenti classici e quelli della tecnologia” e quindi “impossessarsi” di esso, in modo da ampliare le “possibilità di relazione, riflettere sulle pratiche e migliorare così i nostri interventi”. Questo senza doverci schierare ideologicamente a favore o contro le esperienze mediate dal digitale. Spesso, infatti, si assiste a una attribuzione di significato a dispositivi che possono essere unicamente strumenti, da utilizzare “al meglio” per raggiungere finalità analoghe a quelle del lavoro di sempre, quali salvaguardare le relazioni interpersonali, condividere il proprio sentire su argomenti di interesse comune, creare spazi di pensiero libero rispetto agli eventi quotidiani, sentirsi parte di una rete sociale.
Imparare a governare tale processo ci impone l’acquisizione di nuove competenze: creatività, flessibilità e capacità di pensare fuori dagli schemi, evitando sentimenti di ostilità o idealizzazione delle nuove tecnologie che, adottate con la consapevolezza degli insostituibili aspetti umani della relazione in presenza, possono essere poste anch’esse al servizio di un percorso di scambio e di crescita personale.
Virtuale non significa finto, irreale. Si è comunque “dal vivo”, in grado di trasmettere e ricevere “feedback” su emozioni e interazioni, attraverso la voce e lo sguardo che, amplificando le proprie potenzialità, diventano vettori capaci di trasportare messaggi e costruire legami.

Silvia Sacchetti è assistente sociale specialista, lavora a Torino (Distretto Sud Ovest – Equipe Famiglie e Minori): silviasacchetti71@gmail.com.

Donatella Garnero è assistente sociale, anche lei opera a Torino (Distretto Sociale Sud Est – Equipe Disabili): donatella.garnero@comune.torino.it

[1] Si tratta di gruppi fatti in presenza composti da genitori, seguiti dal servizio sociale nell’ambito della progettazione PIPPI; i gruppi sono uno dei dispositivi previsti dal metodo (assistenza economica, gruppi, famiglia d’appoggio, npi, educativa domiciliare). Il Progetto PIPPI vede l’implementazione di questi cinque dispositivi nell’arco di 18 mesi grazie all’utilizzo della valutazione partecipativa e trasformativa con la famiglia. I gruppi sono diversi a seconda delle zone di riferimento di Torino, sostanzialmente quattro, uno per distretto sociale, noi facilitiamo uno di questi. I genitori cui proponiamo i gruppi hanno difficoltà legate all’esercizio della responsabilità genitoriale, il confronto che avviene tra genitori durante i gruppi sollecita lo scambio di esperienza nei confronti dell’accudimento dei figli, dell’educazione e dell’esercizio di una genitorialità più consapevole.

 

Per acquistare un numero o abbonarti alla rivista >>>
 Leggi tutti i contributi arrivati #RaccontaIlTuoServizio >>>