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Sono un’assistente sociale che non ama i social. Poi è arrivato il coronavirus…

john-schnobrich-FlPc9_VocJ4-unsplashdi Cristina | 

Sono una assistente sociale che non ama i social. Non ho facebook, non ho whatsapp, uso il cellulare di servizio con parsimonia, e solo in caso di estrema necessità. Ho sempre detto ai miei colleghi e colleghe “sono raggiungibile attraverso il telefono fisso del servizio, attraverso la mail del servizio, in più la gente arriva direttamente da me su appuntamento ma anche senza appuntamento, al SerD siamo aperti dalle 8 alle 16 dal lunedì al venerdì, mi sembra abbastanza… manca solo che mi mandino messaggi anche con whatsapp e poi non saprò più dove girarmi!”.

Ero sostenuta in questa posizione dal disagio che mi provocava il vedere alcuni colleghi e colleghe assorbiti dal cellulare durante le riunioni, rispondere a chiamate – spesso non urgenti – durante colloqui o incontri di gruppo… la sensazione di una progressiva perdita di significato e valore del tempo dedicato all’ascolto della persona o del gruppo, dello spazio di tempo dedicato a quel colloquio, a quell’incontro.

Poi è arrivato il coronavirus.

Angela vive in un garage, beve troppo spesso, ha perso casa, famiglia, ha un “amico” che la picchia a sangue. Quando beve diventa aggressiva, offensiva, volgare. È stata espulsa da un dormitorio, da un altro è andata via lei perché aveva paura delle minacce e degli agguati di altre donne che aveva offeso e minacciato. Nelle comunità non resiste, lei vuole la sua libertà di azione.

È raro che riesca a venire di persona al Servizio, anche prima del coronavirus ci si parlava spesso al telefono; in alcune occasioni ero andata io a prenderla per accompagnarla a fare una domanda di sussidio, una visita, o a recuperare le borse rimaste nel dormitorio in cui aveva paura di tornare da sola. Appena prima del lockdown ero riuscita a ottenere un progetto di accompagnamento sociale: era evidente che solo una presenza nel quotidiano accanto a lei poteva aprire qualche spazio di evoluzione nella sua difficile e pericolosa situazione.

La limitazione nei contatti dettata dalle nuove regole dell’emergenza sembrava avere paralizzato tutto: saltata la riunione di presentazione del caso con l’assistente sociale comunale e l’educatrice, saltato l’avvio dell’accompagnamento a chissà quando.

A poco a poco, però, tra intoppi burocratici vari, cominciamo ad attrezzarci per videochiamate con Gmeet. Lo propongo anche al Comune, la collega assistente sociale non ha gli strumenti che le consentano di partecipare, ma accetta che la presentazione del caso avvenga con l’educatrice (la cui cooperativa è attrezzata), restando in contatto con noi via mail.

Concordiamo da remoto il percorso, gli obiettivi. Per le direttive che ci sono, non è possibile iniziare con un accompagnamento fisico, ma decidiamo di iniziare con una videochiamata. Però Angela ovviamente il computer non ce l’ha. Usiamo whatsapp.

La prima volta non funziona, Angela ha passato la notte in bianco e si sveglia solo alle due del pomeriggio, l’appuntamento era per le 11.30 ed è saltato. Nulla di strano: succedeva anche prima, questa volta però nessuno ha fatto strada inutilmente per aspettare una persona che non si è presentata. Nessuno si è arrabbiato con lei per il tempo perso, per il viaggio vano.

Ci siamo date un altro appuntamento e questa volta ha funzionato a meraviglia. Il volto di Angela è apparso, gonfio e struccato, appena sveglia nel buio del garage. Le ho presentato l’educatrice, in poche battute sono riuscite a intendersi. Abbiamo deciso che quel giorno la cosa più importante era riuscire a fare quello che da settimane urgeva: andare in anagrafe dove, dopo una serie di mie segnalazioni, era attesa per ritirare il duplicato del documento di identità (perso? rubato?) indispensabile per riottenere il reddito di cittadinanza.

Angela non sa se ce la farà ad arrivare in tempo. Il nostro tifo in video, qualche battuta, la promessa di intervenire in diretta telefonica se qualcosa dovesse andare storto nell’Ufficio (il grande babau delle persone “fuori dai canoni”) aiuta a smuoverla.

Qualche ora dopo l’educatrice mi informa che Angela ci è arrivata poco prima dell’orario di chiusura, in extremis, con il suo monitoraggio e appoggio telefonico di quando in quando. Un piccolo grande risultato che Angela inseguiva senza riuscirci da settimane.

Così il coronavirus mi sta facendo scoprire strumenti di contatto efficaci al di là delle mie abitudini consolidate.

Grazie criticità, mi smuovi ancora una volta.

Cristina è assistente sociale in un SerD del Veneto.

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